MI 95 Di luce, di ombra di buio

Alla fine avevo deciso. Sarei andata al museo.
Era l’ultimo giorno della mostra di Artemisia Gentileschi. Ci tenevo, era tra le mie artiste preferite e non avevo mai visto un suo dipinto, se non riprodotto. Di lei studiavo l’uso della luce.
Presi la bicicletta, ma non feci in tempo a raggiungere Palazzo Braschi perché a Piazza Venezia ebbi un sussulto. Sulla facciata laterale del Vittoriano era stata srotolata una gigantografia che inaugurava la mostra di René Magritte. L’impero della luce era davanti a me, sventolava nella mia mattina assolata e come uno stendardo gigante si stagliava splendente sulla piazza. Era un segno?
Avrei dovuto vederlo al Peggy Guggenheim, quando mi trovavo in laguna per una Biennale. Ma era stato dato in prestito al Thyssen-Bornemisza di Madrid.
A Venezia non ero più tornata e mi era rimasto il desiderio di quel quadro.
Aspettavo di vederlo da quando avevo scattato quella foto, a Praga. Mesi prima.
Il tramonto della città gotica, magica tanto da sembrare sospesa sul vapore acqueo della Moldava, era stato fissato dalla mia Leika analogica su un rullino in bianco e nero. Fuori dal castello, con la nebbia appoggiata sulla testa, avevo accolto il crepuscolo.
Al ritorno sviluppai le foto. Nella mia camera oscura comparivano le immagini e di una in particolare non ero soddisfatta. Non capivo se sbagliavo il bagno di sviluppo o il tempo di immersione della carta dopo l’affiorare delle prime ombre. La toglievo troppo presto? Troppo tardi?
Facevo sempre molta attenzione al bagno rivelatore, per evitare che i grigi si scurissero in neri. Eppure quella foto aveva qualcosa di strano.
Poi ho capito. L’accensione di un lampione, che i miei occhi non avevano colto nell’infinitesimale tempo di quel click, aveva evidenziato il buio del vicolo. Il selciato ora correva lungo e scuro verso la linea di fuga, ed entrava silente in un cielo ancora chiaro pronto ad accogliere la notte.
Eccoli, i neri e i grigi che combattevano tra loro…
La fortuna e il caso mi avevano fatto scattare un’immagine preziosa.
Dovevo mostrarla subito a Giorgio. Fu lui a parlarmi de L’impero della luce di Magritte.
“Sorpresa e incanto, rivelazione di pura poesia… non ricordo la citazione completa, ma in un’unica frase che descrivesse quest’opera Magritte mise un mondo di emozioni” mi disse mentre sfogliava un manuale d’arte in cerca di una riproduzione.
Era bellissimo il quadro, con la notte e il giorno che si abbracciavano. Vederlo dal vivo sarebbe stato uno degli appuntamenti che non avrei saltato, quel gioco di luci e ombre era un’indagine aperta per una fotografa, e a me serviva per i miei chiaro scuri in bianco e nero.
Tradii Artemisia. Dopo aver assicurato la bicicletta con una catena, comprato il biglietto e deciso di non prendere gli auricolari come guida, mi infilai su per la grande scalinata a chiocciola che sembrava rincorrersi, si inseguiva raggomitolandosi su se stessa con un effetto superbo che aveva del meraviglioso.
Le esposizioni hanno sempre quell’aspetto algido che le opere d’arte non meritano. Questa non differiva. È misero lo spazio, o le tele emergono sempre con tale forza e bellezza da oscurare il resto? Mi chiedevo.
Non cercavo il quadro. Rifuggivo gli scorci che si aprivano sulle sale adiacenti, per non intravederlo.
Volevo farmelo cadere addosso con tutto lo stupore della sorpresa e la forza improvvisa della meraviglia. Come un colpo. Mi fermai a rimirare altri dipinti, non per rispetto delle opere, per egoismo personale. Perché sentivo l’emozione crescere e volevo aumentasse fino a diventare batticuore. Lentamente.
Girai l’angolo. Ero arrivata nella sala che lo ospitava. Come un automa percorsi il tratto che mi separava da un punto di osservazione centrale. Guardavo a terra e attendevo che la comitiva si spostasse. Quando il muro umano si mosse, come un sipario a tenda unica aprì la scena lasciando spazio al quadro. Ce l’avevo di fronte.
Mi avvicinai con deferente ossequio. Le sensazioni arrivarono forti ad avvolgermi. Non era la Sindrome di Stendhal. Nessuna nausea improvvisa mi fece tremare le gambe, nessuna tachicardia, o vertigine, o confusione, o allucinazione mi colse al cospetto di tanta bellezza.
Ero semplicemente emozionata, turbata, eccitata, perché esaudivo un desiderio.
Inspirai.
Chiusi gli occhi.
Improvvisamente nessun brusio dalla sala.
Espirai.
Li riaprii.
La notte scura mi abbracciava e il cielo mi schiacciava, alto e azzurro. Davanti a me il lago, la casa, l’albero e il lampione. Era suggestione? No. Ero stata risucchiata dal quadro.
Ebbi uno stupore iniziale, ma non mi colse nessuno sbalordimento. Mi sentivo investita da calma e pacatezza. Il mio corpo definiva uno strato di energia, dentro e fuori di sé. Ero un punto di unione con la terra che calpestavo e con ciò che vedevo, ascoltavo, toccavo, annusavo.
Dal lampione arrivava un ronzio acuto che accompagnava l’alone luminoso, entrambi si diffondevano vibranti. Erano vivi, mi invitavano a avvicinarmi.
L’acqua lacustre mi inondava le narici, insieme al forte odore di erba bagnata. Costeggiai il laghetto, osservando attentamente le onde tremule sulla superficie argentea. Toccai fili d’erba nel prato e le foglie degli alberi. Di alcune vedevo le nervature tanto erano vicine. A me interessava la luce, l’alone di mistero di quel quadro era tutto lì. Nella luce e nell’ombra. E trovarmi tra quella naturale del giorno e quella artificiale della notte, così ben rappresentate esteticamente nella finzione, lo consideravo un miracolo artistico. Non credevo ai miei occhi.
Eppure, la presenza del lago mi distolse dall’osservazione attenta della studiosa.
Mi fermai. Se avevo pensato anche solo per un istante di procedere verso la casa, in quel momento decisi con altrettanta solerzia di non farlo. Rimasi davanti al lampione. Pietrificata. Intorno a me nulla era cambiato, ma io non ero la stessa.
E ora, la mitezza e la calma che mi circondavano avevano lasciato spazio a un’inquietudine che non sapevo gestire. La sentivo salire sulle gambe, entrarmi nello stomaco, battere nel cuore e raschiarmi la gola mentre deglutivo.
Quella notte perfetta cominciava a farmi male.
Indietreggiai, senza distogliere lo sguardo dall’acqua. Era nera. E mi inondò di terrore. Io ho sempre avuto paura dei laghi.
Istintivamente mi allontani dalla riva e volsi lo sguardo alla luce ancora chiara del cielo. Perché mi rincuorasse. Mi trovavo più o meno nel punto in cui ero arrivata e cercavo di allontanarmi silenziosamente. Mi guardavo intorno, speravo succedesse qualcosa che mi facesse tornare indietro, portandomi fuori.
Inspirare ed espirare non servì.
Camminavo a testa in su per evitare di sentirmi nel buio del quadro, vicino all’acqua scura. Non mi accorsi della pietra vicino la riva. Quando la colpii provai a mantenere l’equilibrio, ma caddi in acqua. Cercai il fondo con i piedi ma non c’era nessun punto di appoggio. Non pensavo che quel piccolo lago fosse tanto profondo. Non avevo appigli a cui aggrapparmi e non sapevo nuotare. Annaspavo.
Provai a dare due bracciate e qualche colpo di gambe, poi mi lasciai andare senza sforzi e l’ombra mi avvolse. Cominciai a inabissarmi in quel freddo, morbido buio. Sempre più profondo. Sempre più nero.
I pantaloni aderivano pesanti alle gambe, erano zavorre che mi trascinavano giù. I capelli volteggiavano senza peso sul mio viso, mi restituivano ora ombra, ora luce. A tratti una carezza, a seconda del movimento che l’acqua imponeva.
Su di me, il cielo chiaro vibrava tra i cerchi causati dal mio sprofondare.
Il blu tappava come un coperchio l’abisso che mi afferrava. Diventava sempre più lontano. Sempre più piccolo.
Poi, il buio prevalse, l’azzurro sparì.
La luce si spense e l’ombra mi afferrò.
Nero.
A me interessava la luce, l’alone di mistero di quel quadro per me era tutto lì.
Nella luce e nell’ombra.

Racconto di Federica Rigliani

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