Osservando dalla finestra poteva scorgere quel che rimaneva della città e goderne come non ne aveva mai goduto prima. La sua somigliava quasi a una vendetta silente che non aveva motivo di esistere, ma tant’era.

Il lento movimento oscillatorio dei cavi recisi dell’alta tensione si andava ad adattare perfettamente al ritmo del suo battito cardiaco, come il compassato tamburo durante una marcia funebre: dum, dum, dum, dum. Non c’era vento, il pavimento e i muri vibravano dell’assordante follia di quel moto andante che non pareva volersi acquietare: dum, dum, dum, dum. Avrebbe dovuto aver paura, ma non era così. Non ne aveva. Dopo tutto quello a cui aveva assistito negli ultimi giorni, faceva ormai fatica a spaventarsi; a follia su follia si era aggiunta nuova follia, finché a un certo punto aveva persino smesso di pensarci, di provare a trovare una spiegazione razionale. Dum, dum, dum, dum: quel ritmo era tutto ciò che aveva importanza in quell’istante, assieme ai palazzi più alti che un tempo vietavano l’accesso allo sguardo verso l’orizzonte e che oramai non erano altro che macerie, ricordi (ma li ricordava davvero?) persi nel passato di un mondo che semplicemente non esisteva più.

Aveva passato lì, con lo sguardo rivolto verso la finestra, gli ultimi interminabili minuti. Forse quindici, oppure venti o trenta, non lo sapeva. Non aveva importanza. Si era affacciato dopo aver lasciato a metà un tentativo di masturbazione. Era così anche col piacere, ormai: quando qualcosa era troppo difficile da raggiungere, lo lasciava a metà, lo abbandonava all’incompiutezza.

Dalla cucina il cattivo odore di avanzi accumulati stava ormai infestando la camera da letto e adesso iniziava a confondersi con l’odore delle cicche lasciate nel posacenere. Erano tante e di due tipi: le Camel, che fumava lui, e le Diana Rosse che fumava lei. E dire che prima che tutto quello iniziasse, avevano deciso entrambi di smetterla con quella roba. Ma adesso che Kate non c’era più, non aveva alcuna importanza: che bruciasse il tabacco, che bruciasse la città. Che bruciasse tutto e tutti. Tanto “loro” avevano già vinto e non sarebbero bastate armi, aerei, bombe e carri armati a ribaltare la situazione. Lo aveva visto chiaramente negli occhi di Matilda – oddio, quegli occhi – pezzi di vetro vivi e taglienti. Quella piccola maledetta figlia di puttana. Quanto gusto ci aveva provato nel farla a pezzi, poi? Avrebbe dato tutto pur di rivivere quel momento ancora e ancora. Quello sarebbe stato il paradiso, oltre a Kate ovviamente. Ma lui non era stato in grado di proteggerla e ormai sapeva di non meritarla più: di non meritare più un amore così, una felicità grande come quella che aveva vissuto con lei.

La televisione non l’accendeva più. Non sapeva nemmeno se si mandasse ancora in onda qualche cosa. Nel giro di due giorni le trasmissioni erano calate drasticamente di numero, probabilmente dopo le ultime ventiquattrore dovevano essere terminate del tutto. Ormai immaginava la TV come un cimitero di canali morti.

Nessuno si avventurava più in giro, per strada. Non aveva più visto anima viva muoversi all’aria aperta. Quasi tutti gli incendi si erano spenti, ma qualcuno divampava ancora e fuori era solo fumo e polvere, spazzato via dai loro passi quando arrivavano: quelle grandi, quelle mostruosamente grandi. Da dove venivano? Come potevano essere vere?

Dum, dum, dum, dum. Vibravano un po’ di più le pareti, adesso. Quasi se ne rallegrava. Nonostante la puzza all’intero divenisse sempre più pungente, non si era ancora deciso ad aprire le finestre. In fondo lì fuori era anche peggio, con quell’odore di carni e  carogne, di sangue e povere da sparo. Perché l’esercito si era dato da fare e, inizialmente, sembrava quasi fosse stato sul punto di vincere. Tra la popolazione nessuno si aspettava il contrario. Solo che, a un tratto, era arrivata la loro “artiglieria pesante” e ciò che era stato dato per scontato si era rivelato assolutamente errato. Tutti i princìpi su cui si basava la razza umana erano sembrati improvvisamente errati. Tutto quello in cui avevano creduto, immaginato, sognato, era stato stracciato, spazzato via insieme a quel velo ormai dissolto che loro chiamavano ignoranza. Che è vero, è beata, ma solo fino a quando non ti uccide.

« C’è nessuno in questa casa? » sussurrò esausto. Chi lo sapeva cos’altro sarebbe potuto accadere?

« C’è nessun altro in questa casa? »

Perché, quando quelle maledette avevano preso vita, lui e Kate avevano creduto davvero di essere soli. Loro, l’appartamento, settanta metri quadri da dividere per tutta la  vita.

« Non c’è mai un tutta la vita! » disse lui. Non avevano mai pensato a Matilda, finché Matilda non aveva cominciato a pensare a loro. L’avevano sempre data per scontata. E quando aveva fatto quel che aveva fatto, e lui l’aveva afferrata e l’aveva fatta a pezzi con le proprie mani, il senso dell’esistenza di Matilda si era palesato con tutto l’orrore del mondo. Tutte le altre preoccupazioni, a quel punto, erano svanite.

Dum, dum, dum, dum. Sempre più vicino, sempre più insistente. Sentiva il vetro della finestra latrare e quel lamento fu capace di annodargli lo stomaco. Prese una nuova sigaretta dal pacchetto quasi vuoto, se la portò alle labbra, tirò su l’accendino e accese. Qualcosa si mosse velocemente tra i detriti di un palazzo crollato su se stesso poco lontano da dove abitava lui. Osservò con un lieve sorriso sulle labbra: dovevano essere animali che fuggivano appena annusato l’odore di pericolo. Ma dove mai potevano fuggire quelle povere bestie? Il mondo aveva le ore contate, quella città e tutte le altre città dal pianeta erano già cadaveri. Dum, dum, dum, dum, e sapeva che ormai il mostro era lì, era venuto a prenderlo per portarlo via, come Matilda si era presa la vita di Kate.

Dum, dum, dum, dum.

Poi il cuore gli schizzò nel petto. Ciò lo prese alla sprovvista, non credeva ci fosse ancora qualcosa in grado di poterlo scuotere. Ma quando la vide, quando vide i suoi grandi occhi vuoti disegnati su quel viso rotondo e bianco latte, il cuore perse un colpo, quasi si spense per poi accelerare all’improvviso. Era una di quelle in porcellana, alta almeno venti metri. Indossava un vestitino turchese con le bretelline che le arrivava fino alle ginocchia (anche se lei non aveva le ginocchia) e che si apriva in una gonna ampia e vaporosa. I capelli erano di cotone rosso annodato in due lunghi codini fino alle spalle e le guance erano colorate di rosa, mentre le labbra erano color scarlatto. Sorrideva e, sorridendo, abbassò il collo fino a sfiorare con la faccia la finestra che a causa dei suoi passi sgraziati era quasi finita in frantumi. Osservò dentro, lo trovò, si trattenne a fissarlo. Infine la bocca si mosse, non avrebbe potuto ma lo fece, e il sorriso si allargò ancora e ancora, fino a spalancarsi su di lui. E lì, tra le labbra di lei, lui vide il nulla incorniciato da denti aguzzi e sporchi, con brandelli di carne e vestiti incastrati nel mezzo.

Non poteva stare succedendo veramente. Non poteva essere vero, non poteva essere, non poteva. La sigaretta gli scivolò dalla mano pietrificata e per un attimo ripensò a quando tutto era iniziato, a quando le bambole avevano preso vita e avevano iniziato a sterminarli. A come la piccola Matilda aveva attaccato Kate e il bambino che portava in grembo. Ma mentre quel mostro gigantesco lo osservava, lui si sorprese a pensare che infondo quello doveva essere solo un brutto sogno. O che forse era semplicemente impazzito. Sì, pazzo, era la spiegazione più plausibile. Non si accorse nemmeno di essersela fatta nei pantaloni.

Poi la cosa allungò un’enorme mano paffuta, bianca anch’essa, e con quel sorriso folle la premette contro il vetro. Premette. Premette forte finché il vetro non esplose. E lui non sì spostò mentre le schegge gli volavano in faccia e lo tagliavano, mentre sanguinava. Rimase così. Pensando che se tutto quello era reale, se stava succedendo veramente, era troppo stupido, troppo ridicolo. Allora chiuse gli occhi e tra lacrime e risate, urlò.

***

Pochi minuti dopo la bambola gigante si stava allontanando dalle macerie della sua ultima conquista. Devastazione: le piaceva. Quel gioco era divertente. E il sapore di quelle piccole bambole di carne, oh, com’era buono.

 

Racconto di Francesco Morga

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