Non capisco quale sia il mio problema. Eppure ho tutte le caratteristiche per essere il
perfetto scrittore. Sono un solitario, tollero poco le persone, non ho un lavoro, ho gravi
disturbi depressivi, esco poco di casa. Donne? Neanche l’ombra. Eppure non so cosa
scrivere. In questi casi si passa alla descrizione della stanza dove si scrive, abbondando
sulle sensazioni e sui colori, mercificando la propria quotidianità.

E allora via: la mia scrivania è di legno, non dipinto. C’è sopra una lampada verde (non si abbina particolarmente). La stanza è molto piccola, le pareti sono state dipinte con una mano sola di bianco, e lo strato precedente è ancora visibile sotto. Non ho mai finito, ne ho perso la voglia. Il posto dove vivo non mi piace, così non mi sento neanche nella posizione di usare particolare cura e ordine. Il soffitto l’ho dovuto stuccare. Ho scatole ovunque e un armadio d’acciaio, arrugginito, di quelli che si metterebbero sui balconi. Ha una vecchia macchia di olio proprio vicino la maniglia. Ci tengo dentro i libri e una chitarra che ho smesso di suonare da anni, una Epiphone special 2, colore cherry sunburst. Ho davanti la finestra di ferro dipinta di rosso e fuori vedo le strade e i palazzi. La giornata è nebbiosa. Ho un filo di febbre e un forte mal di gola.

Poi? Ah, certo: la musica. Sto ascoltando del jazz hop. Un campionamento di Doris Day canta Que sera sera.
L’ho gia detto, e lo ripeto. Non so come, o cosa scrivere. Scrivo perché ho sbagliato
ogni cosa che non andava sbagliata e fallito ogni obiettivo che non andava fallito. Scrivo
per arrivare alla fine della giornata, altrimenti sarebbe ancora peggio. A volte è difficile
persino alzarsi la mattina… similitudine: come nuotare nella gelatina.

Penso allora, citando qualcun’altro, di dare più forza a quello che dico. Una di quelle citazioni che, in un testo famoso, avrebbero l’indicazione di un piccolo numerino, e comparirebbero in fondo alla pagina con nome dell’autore, data, nome dell’opera, editore. Possibilmente della stessa casa editrice del libro da cui compare la citazione. Magari Rilke, citato fino alla nausea quando si tratta di problemi legati allo scrivere. E stiamo parlando di uno che sosteneva che non si dovesse cercare l’interesse delle riviste letterarie. Naturalmente, come succede in questi casi, lui lo ha fatto. In ogni caso, lui scrive: se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze. Va bene, non sono poeta. In effetti, i versi mi riescono male. Poesia che cerca di imitare la poesia, e questo non va bene. Si dice che un poeta è figlio dei suoi tempi; ma in un tempo in cui la poesia viene a mancare, chi è il poeta? Una fortuna che abbia detto anche: basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso.

Questo mi porta al motivo del mio pamphlet, e questo motivo è la sensazione di stare
scrivendo nell’epoca sbagliata. Non so se ho ancora forze per tentare di farmi notare, per
scrivere in un mondo dove tutto è già stato detto, fatto, ridetto – banale, ma vero – in cui
migliaia di blogger cercano di insegnarti come devi scrivere, quali libri devi leggere,
intimandoti di non usare il punto esclamativo perché si usa più sui social e nei fumetti.
Che peccato! Tutti decantano le strutture narrative, evidenziano gli errori,
esaltano i lati tecnici, i generi, tutti parlano di corsi, concorsi e trascorsi; tutto è sfoggio,
pour montrer combien de culture nous avons.

Ma la cosa veramente necessaria, l’unica, di cui non si parla mai, è che si è dovuti morire dentro infinite volte, prima di poter dire di aver scritto qualcosa di buono.
E non so se ho ancora voglia di sopportare gli umori mutevoli di riviste ultra-elitarie,
spesso fuori dalla realtà, che ti snobbano perché non scrivi come piace a loro, ti saltano alla gola se metti un apostrofo su un nome maschile – con questo non sto fornendo ottimi motivi per essere pubblicato, più vero il contrario – Ma ci sono ben pochi che badano a voi, oggi, care riviste letterarie, e la vostra mancanza non cambierebbe la cultura, specie in Italia, quindi non sarebbe ora di cominciare a volare più basso?
La rivista letteraria si è riciclata come blog collettivo, nel tentativo di districarsi, ponendosi filtro della vera cultura, tentando di tirare fuori diamanti dal fango nichilista/relativista del web, caratterizzato da contenuti massificati, autopubblicati, spesso senza talento, o coscienza critica. Di questo si è parlato spesso, con le implicite
generalizzazioni. Ma la rivista lo fa come lo farebbe una testata giornalistica, al servizio di un potere più forte e più in alto. Ne condivide lo stesso metodo, lo stesso linguaggio e le stesse finalità. Tende a imporre il proprio punto di vista politicizzato sotto la luce della
pluralità democratica e a promuove la libertà di espressione, ma impone anche la
moderazione dei contenuti. E ovunque ci sia moderazione di contenuti, si trova sempre
la velleità che si mostra come ideologia. Questa ideologia assume la forma di vecchie
consuetudini passate, in un passato che non sembra mai essere passato realmente, ma
piuttosto si ripropone in tempi sempre sospetti, prendendo le mosse dall’incapacità della
popolazione di essere in grado di auto-regolamentarsi. Con le dovute semplificazioni alla
complessità di un simile discorso, e tenendo conto delle buone premesse delle riviste in
relazione al processo storico, lo scrittore moderno è stritolato in queste due realtà. Resta
da vedere se ritiene ancora così importante scrivere.

 

Racconto di Luca de Vivo

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