Campi di grano

Care lettrici e cari lettori, vi propongo il tipico format ROA: il racconto.
Questa volta utilizzato però per raccontare un fatto di cronaca di cui i giornali hanno parlato settimana scorsa. Quest’evento mi ha molto scosso e ho deciso che volevo parlarne. E posso farlo solo così: raccontandovelo.
Buona lettura

 

Camminiamo per i campi assolati, i campi di grano dove mio papà lavora.

Mi stringe la mano, non parla. Con l’altra tiene in mano il cellulare.

Io mi guardo attorno. Fa caldo.
“Papà, quando mi dai il succo?” Mi ha promesso il succo alla pesca alla fine della nostra passeggiata, ma sono già stanca, un po’ mi gira la testa.

“Quando abbiamo finito la passeggiata”, continua a guardare il cellulare. Mi guardo attorno e vedo solo campi, spighe di grano e intravedo un vecchio rudere, una vecchia cascina.
“Lì c’è il mio succo?” papà alza lo sguardo e mi fa cenno di sì con la testa.

Mi piace passeggiare con mio papà. Lo facciamo sempre. Quando c’è il weekend e la mamma lavora al bar noi facciamo le nostre passeggiate. Scopriamo luoghi inesplorati proprio come due Indiana Jones. La mia terra poi è ricca di segreti e luoghi incontaminati, chissà se un giorno o l’altro troviamo un tesoro.
Vicino al vecchio rudere c’è un micino che si lava, si chiama Milo, l’ho chiamato io così. Lo vedo ogni weekend, ogni volta che io e papà facciamo le nostre passeggiate.

Milo è un gatto dal pelo rosso e spelacchiato, un occhio da cui non vede bene ed è anche un po’ diffidente. È normale. È un gatto selvatico, non può fidarsi di tutti. Qui in campagna, poi, è pieno di animali selvatici che si aggirano nei campi di notte e Milo deve difendersi. A volte Milo mi graffia quando dormo, perché non si fida neanche di me. Papà dice che mi graffia perché quando mi addormento russo troppo e gli do fastidio.

Arriviamo davanti al rudere. I mattoni sono color sabbia, vecchi, impolverati.

Dentro c’è il fienile e un materasso messo apposta per me. Dopo le passeggiate con papà mi stendo sempre un po’, lui mi dà il succo e schiaccio un pisolino.

Papà si mette il cellulare in tasca e mi dà il succo nella solita bottiglietta di vetro.

Il succo è quello che mio papà prepara con mia mamma.

Ieri sera hanno discusso mentre preparavano il succo, mio papà voleva che mamma ne mettesse di più. Ma la mamma non voleva. Allora ho chiesto: “Cosa di più?”. Si sono voltati, mio papà mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “La mamma non vuole che ci metto più zucchero come piace a te”. Allora ho detto che ne volevo di più! Più zucchero. E allora il papà di fronte a me ha messo lo zucchero nel succo.

Mi siedo sul mio materasso, è fresco, lenzuola profumate. Bevo il mio succo.
Mio papà mi scompiglia i capelli “Lo sai che papà ti vuole bene?” Faccio cenno di sì con la testa.

Bevo il mio succo, quando lo finisco mi sdraio sul materasso. “Dormo un po’” gli dico. “Sì, dormi, dormi, il tuo papà sta qui”.

Mentre mi addormento sento papà parlare con qualcuno, sembra Fabrizio, l’amico del nonno che a volte viene a trovarci a casa, ma poi mi addormento.
Quando mi sveglio mi gira un po’ la testa.

“Dormigliona! Hai dormito tanto, eh?” Mi alzo e poi cado.

Papà mi prende per un braccio e mi tira su.

“Adesso torniamo a casa che dobbiamo preparare il pranzo”.
Mentre cammino cadono delle gocce rosse dalle mie mutandine, come ogni volta che mi addormento sul materasso.
“È stato il gatto, tesoro mio: è perché russi troppo e Milo ti ha graffiato”.
“Cattivo Milo!” dico al gatto. E io e papà torniamo a casa.

Quando arriviamo a casa c’è la mamma, che mette subito a lavare le mutandine e non guarda in faccia papà.

 

Questo racconto prende ispirazione da eventi accaduti realmente.
Non nel terzo mondo, ma nelle nostre campagne.
Qui e qui potete trovare la notizia.

 

 

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Valeria Pagani

Quella che fa cose. Nata a Milano nel 1995, vive e lavora tra le Colonne di San Lorenzo e Festa del Perdono. Ama il teatro e avere sotto controllo tutto (non sempre ci riesce).

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