Al blocco del lettore ci credo poco. Secondo me non è tanto la voglia di leggere che manca, quanto il libro giusto che ancora non è capitato tra le nostre mani. Nello scorso articolo vi ho parlato di tre libri che ho riletto perché, molto semplicemente, non riuscivo a trovare niente di nuovo che mi tenesse sveglia la notte o che mi facesse perdere la fermata del tram talmente ero assolta nella lettura (è capitato, giuro). Posso capire però la sofferenza di un lettore appassionato che proprio non riesce ad andare oltre le venti pagine di un libro. Il mio consiglio è sempre quello di non obbligarsi: la lettura dev’essere un piacere e di blocco del lettore, dopotutto, non si muore. Questo febbraio, dopo un mese senza leggere niente di nuovo, ho divorato tre libri in tre notti o poco più. Se proprio non riuscite a darvi pace, questi romanzi (che sono estremamente umani e commoventi) potrebbero aiutarvi a dormire notti serene, oppure no, potrebbero tenervi svegli.

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

Se febbraio è iniziato alla grande devo ringraziare Kent Haruf. Letto in una notte, il suo romanzo è una storia di intimità, amicizia e amore di una dolcezza infinita. Siamo nella cittadina immaginaria di Holt, in Colorado, quando Addie Moore fa visita al vicino di casa Louis Waters. Entrambi sono anziani e vedovi, e le loro giornate sono svuotate di incombenze ed occasioni. Addie gli fa una proposta inaspettata scandalosa e diretta: Vuoi passare le notti con me?.

Le nostre anime di notte è un romanzo molto breve, di sole 166 pagine, ma di un’intensità pazzesca. È estremamente umano nella sua semplicità, emozionante e malinconico nel suo realismo e nel minimalismo dell’autore. Da parte di Haruf si percepisce infatti una certa urgenza nel voler terminare il libro. Non ci sono sfarzi, non ci si dilunga. Come si legge nella nota del traduttore Fabio Cremonesi: “[…] mentre leggevo Le nostre anime di notte continuavo a pensare all’autore, quest’uomo anziano e malato che lotta contro il tempo per riuscire a raccontare tutta la storia che ha dentro”. Questa sua urgenza è trasmessa anche ai personaggi. Si percepisce la loro incertezza e la paura della morte che si manifesta nell’esigenza di dormire accanto a qualcuno, nel sapere di non essere soli. Dietro ogni gesto dei protagonisti, dietro ogni loro decisione, sembra infatti celarsi la paura del prima che sia troppo tardi.

Le nostre anime di notte non racconta una storia eclatante, eppure è impossibile smettere di leggere perché ci si è troppo affezionati ai personaggi, alle loro emozioni e alle loro sensazioni.

Che altro vuoi sapere?
Da dove vieni. Da dove sei cresciuta. Com’eri da ragazza. Com’erano i tuoi genitori. Che rapporti hai con tuo figlio. Come mai ti sei trasferita a Holt. Chi sono i tuoi amici. In cosa credi.
Ci divertiamo un sacco a parlare, eh? disse lei.
Anch’io voglio sapere tutto di te.
Non abbiamo fretta, disse lui.
No, prendiamoci il tempo che ci serve.

Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi

Era da un po’ che mi chiamava, Tabucchi con il suo Sostiene Pereira. Finalmente poi è arrivato il momento giusto per leggerlo e l’ho divorato, rimanendo a fissare l’ultima pagina bianca per qualche minuto con il magone. Il romanzo è ambientato a Lisbona nel 1938, durante il regime dittatoriale salazarista. Il dottor Pereira è un giornalista che ha abbandonato la cronaca nera per dedicarsi alla pagina culturale del quotidiano del pomeriggio, il “Lisboa”. Pereira è un uomo quieto e abitudinario, obeso e cardiopatico, senza particolari idee politiche, dedito solo alla lettura e al ricordo della moglie morta (con il cui ritratto dialoga ogni giorno). Sarà l’incontro con Monteiro Rossi, che inizierà un periodo di prova al “Lisboa”, e la successiva conoscenza della sua fidanzata Marta, e poi quella del dottor Cordoso, a cambiare la vita di Pereira, a fargli prendere consapevolezza della realtà del regime in cui vive, dell’importanza del suo ruolo di giornalista ed intellettuale durante un regime di violenza e soprusi.

Se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso aver studiato lettere a Coimbra e aver sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e devo pubblicare racconti dell’Ottocento francese, non avrebbe senso più niente, ed è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa.

Pereira mi è subito entrato nel cuore, è un personaggio indimenticabile, un antieroe il cui pensiero evolve e matura grazie alla conoscenza di altre persone, di altre storie come la sua. È un romanzo di impegno civico e politico che invita a considerare l’importanza della lettura e del giornalismo, ma è soprattutto la storia di Pereira, un uomo che non riesce a separarsi dal proprio passato. È una storia di coraggio e di consapevolezza, è un romanzo che fa pensare, tanto.

Lincoln nel bardo di George Saunders

Siamo negli Stati Uniti del 1862 quando, sullo sfondo di una Guerra Civile che sta assumendo i contorni di una catastrofe, il figlio prediletto di undici anni del presidente Lincoln, Willie, muore e viene sepolto nel cimitero di Georgetown. Da questo frammento di verità – i giornali dell’epoca raccontano che Lincoln si recò nella cripta e aprì la bara per abbracciare il figlio defunto – Saunders costruisce un aldilà romanzesco, un purgatorio, popolato da anime in stallo.

Eravamo stati amati. Non soli, perduti, stravaganti, ma saggi, ognuno a modo proprio. La nostra dipartita aveva causato dolore. Quelli che ci avevano amato sedevano sul letto con la testa fra le mani; abbassavano la faccia sul tavolo, emettendo versi animaleschi. Eravamo stati amati, ripeto, e ricordandoci, anche a molti anni di distanza, le persone sorridevano, allietate per un attimo quelle memorie.
(il reverendo everly Thomas)
Eppure.
(roger bevins III)
Eppure mai nessuno era venuto qui a prenderci tra le braccia, parlandoci con tanta tenerezza.
(hans vollman)
Mai.
(roger bevins III)

Il romanzo è estremamente delicato e profondo, la storia di un padre e di un figlio che non riescono a dirsi addio e, più in generale, di anime, di creature troppo attaccate all’esistenza terrena per poter trapassare definitivamente, per trovare la pace. Quello di Saunders è una sorta di limbo, una realtà quindi ultraterrena, eppure le anime sono legate in modo viscerale alla vita vissuta tanto da essere deformate fisicamente e il lettore le percepisce umane, materiali. C’è rimpianto, nostalgia, rabbia e incredulità da parte delle anime, e c’è soprattutto il non voler accettare la propria condizione, c’è negazione: non si pronunciano mai le parole “morte”, “bara” o “cadavere”. Il lettore non si limita ad ascoltare le voci delle anime, ma anche quella di Lincoln e della storia: all’interno del libro sono infatti inserite testimonianze storiche (di giornali, memorial e scambi di lettere) che restituiscono un affresco ancora più umano e vero alla vicenda narrata.

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