Raccontare l’arte: Kuniyoshi, “Neko no suzumi”

La vedo venire verso di me. Stupenda. Intoccabile.

L’espressione serena e composta, non sembra accorgersi degli sguardi d’ammirazione che la seguono, non presta attenzione a ciò che la circonda. Non farà mai caso a me, nel suo incedere leggera e maestosa come la caduta di una foglia di ginko in un pomeriggio autunnale. Perché dovrebbe mai guardarmi? Non sono altro che un umile barcaiolo che presta servizio come traghettatore. Il mio kimono è di tela grezza e intriso di salsedine, il motivo di piovre e cavalloni che lo adorna è stinto. E neanche lontanamente elegante. E ora che ci faccio caso, le mie braccia lasciate scoperte dalle maniche arrotolate del kimono, sebbene forti e giovani, sono segnate dall’acqua e dal vento al pari dei vestiti.

Chissà a cosa è abituata, questa leggiadra creatura. Sarà circondata ad ogni ora da gente importante, personalità eminenti, magari non giovani e muscolose, ma con apparenze curate, lineamenti distesi; magnifici kimono di seta con cinque kamon intessuti sul petto e hakama con stemmi familiari sulla schiena. Di sicuro converseranno di cose colte.

Io non sono neanche sicuro che riuscirei ad emettere suono in sua presenza. Il mio compagno dietro di me trattiene il fiato. Lei continua ad avvicinarsi al molo con l’andatura maestosa e ondeggiante che solo le geishe hanno. Ora la vedo meglio e ho la sensazione di stare per svenire dall’emozione. Lei, la geisha più famosa della città che onora un semplice traghetto della sua presenza? È vero, la mia barca è pulita e si presenta bene (a differenza mia) e il baldacchino è bello a vedersi e garantisce privacy. Ma lei dovrebbe essere trasportata da giovani aitanti in un palanchino ricoperto di sete…mica da me. E da Kentaro, che puzza un po’ di pesce e ora ha assunto, per la tensione, una preoccupante sfumatura verde in faccia.

Si è fermata qui sul pontile. Ho già detto che mi fa venire in mente il ginko? I suoi occhi hanno lo stesso colore dorato delle sue foglie in autunno. Magnetici. Non che stia guardando me, ovviamente, ma anche se osserva il terreno, forse per non cadere dai vertiginosi geta che indossa, mi è possibile vederne il colore. Ci credo che tutti quelli che contano in città fanno la fila per una sera in sua compagnia. Ho anche sentito dire che il figlio del governatore regionale ha dilapidato il suo patrimonio per cercare di conquistarla. Il padre ha dovuto mandarlo a Edo per evitare che rovinasse completamente la famiglia e si disonorasse del tutto. Ma ci sono stati meno pettegolezzi del solito su tutta la faccenda: credo che qualunque uomo che abbia mai messo gli occhi sulla creatura che mi sta davanti capisca in fondo la follia di quel giovane. Ad averne la possibilità tutti avremmo fatto come lui, pur di averla anche solo un attimo.

Ma niente, a quanto pare lei non ha ceduto alle sue avances. E dire che il figlio del governatore era uno degli uomini più ricchi e influenti in circolazione. E anche uno dei più piacenti. E giovani. E mi duole ammetterlo, ma una volta l’ho trasportato ed è stato pure educato e gentile. La città intera non aspettava altro che di vederla capitolare. E invece… ha continuato ad intrattenerlo ogni sera con la stessa dolcezza e cortesia, ma non ha mai alzato i suoi occhi di ginko verso di lui.

Lei non guarda mai. Mai. Come ogni geisha sa danzare, cantare, suonare e conversare di molti argomenti, è all’altezza di ogni funzionario e maestro che ci sia in città, ed è colta e umile più di ogni altra. Ma non alza mai il viso verso un uomo. Normalmente una geisha mai e poi mai potrebbe permettersi una cosa del genere, ma in lei questo rifiuto gentile non fa che renderla più desiderabile. Fortunato l’uomo che potrà specchiarsi nei suoi occhi.

E ora sembra quasi una barzelletta, anche se io non sto ridendo proprio per niente: la più stupenda creatura di tutta Kyoto mi sta di fronte, ritta sugli altissimi geta di legno, avvolta in strati e strati di stoffe meravigliose, con un obi che varrà più della mia barca e della mia capanna messe insieme e io invece che ammirarla che faccio? La copio. Tengo la testa abbassata e non riesco neanche ad alzare lo sguardo. Chissà che ridere a vederci da fuori, lei che guarda l’acqua che sciaborda contro la barca e io che mi guardo i piedi.

Ma non posso certo perdere la faccia. Mi riscuoto e allungo il braccio verso il palo d’attracco. Ecco, bravo idiota. Guardati il braccio, meglio che rimirarsi i piedi. Nello sporgermi per avvicinare la barca al pontile osservo i nostri riflessi distorti nell’acqua. Come siamo diversi! Il mio viso bruciato dal vento e dal sole, i denti bianchissimi in contrasto con la pelle scura (e non solo per il sole, non è che lavarmi tutti i giorni rientri nelle mie priorità), il kimono arrotolato alla bell’e meglio. E poi lei, sottile come un giunco, elegante come un acero, maestosa come un ginko e gentile come il fiore di un glicine. Sebbene le onde contorcano le nostre immagini mi sembra quasi che i suoi occhi dorati guardino dritto nei miei. Che stupidaggine. Guardare me in faccia. Più probabile che stia contemplando l’acqua per non caderci dentro. Sarebbe alquanto indignitoso per una signora come lei.

Insomma, meglio rassegnarmi al mio destino di poveraccio e godere di questa occasione unica di condividere lo spazio con lei. I sogni lasciamoli al sonno, e le fantasticherie all’ozio. Ora si lavora, e il meglio possibile. Non vorrei sfigurare anche se, non guardandomi, non saprà mai chi sono. Allungo il braccio per aiutarla a scendere nella barca. Non capirò mai come le donne riescano a non cadere da quei trampoli altissimi che si ostinano a mettere. Anche noi uomini usiamo i geta, ma da quell’altezza non saremmo in grado di muovere nemmeno un passo. Lei stacca la mano dai pali di sostegno e si sporge verso di me. Ricorderò questo momento per sempre, giuro che non mi laverò mai più questa mano. Ma la barca oscilla, c’è corrente stasera; il movimento la sbilancia un po’ e lei abbassa ancora di più il viso, come per mantenere l’equilibrio. Poi, mentre raggiunge la mia mano, all’improvviso alza gli occhi.

Sì, proprio due foglie di ginko, quiete, fiere, eterne. Bellissime. Viste da vicino ancora più stupende.

Mi rendo conto che siamo ancora un po’ pencolanti, metà su e metà giù dal pontile, la barca che dondola e lei china per scendere nella barca. C’è qualcosa che mi sfugge, ma non riesco a capire perché lei esiti. Eppure sto tenendo saldamente il legno, le onde non sono così forti da impedirle di oltrepassare il bordo, e di sicuro non puzzo così tanto da disgustarla (ho fatto il mio bagno mensile poco fa, grazie a dio). Che stia male? Si sia spaventata? Sono così brutto? (eppure le ragazze mi guardano spesso, so che molte sospirano e dicono che se non fossi così povero, se facessi un altro lavoro, se avessi almeno un bottega!) Non che questo importi granché, con una come lei. E ancora non capisco cosa ci sia che mi sfugge: tutti gli elementi del quadro sono a posto, lei deve solo compiere un passo.

Ma il mondo intorno, realizzo, sembra essersi fermato, ed è come se tutti avessero sospeso le loro attività per guardarci. Che sciocchezza. Cioè, ovvio che tutti la guardino, ma cosa c’è da essere così increduli? È la geisha più famosa della città che torna a casa. Forse è troppo stanca e un po’ debole, forse il kimono la impaccia. Mi intenerisco un po’ e mi scuoto dalla mia trance di timidezza e stupore. Così giovane e già così impegnata, richiesta, sempre costretta a essere impeccabile. Beh, a me non importa nulla delle belle maniere, lei è perfetta anche se stanca e un po’ stropicciata. Le prendo la mano e le sorrido incoraggiante. Il mio viso ha un’espressione calma e gentile riflesso nei suoi occhi.

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Claudia Campana

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