Un canto d’amore alle Faroe

Sott’acqua, nel fondo del mare, tutte le terre emerse s’incontrano.

Le Faroe. Un minuscolo arcipelago nel bel mezzo dell’Atlantico settentrionale, a metà strada fra Norvegia e Islanda. Sono gli ultimi anni Trenta quando Fritz e Marita decidono di abbandonare questi luoghi dimenticati per cercare fortuna in Danimarca, in un’Europa su cui incombe il dramma della guerra. Molti anni dopo, la nipote tornerà nel luogo che aveva sempre sentito chiamare “casa” ma in cui non aveva mai davvero vissuto.

Opera prima della giovane scrittrice danese Siri Jacobsen, in patria Isola ha riscosso fin da subito un notevole successo di pubblico e critica. Anche la traduzione italiana è stata assai attesa e pubblicizzata: l’autrice parteciperà infatti al festival I Boreali, nell’ambito del quale presenterà l’opera, per la prima volta in Italia, al teatro Franco Parenti, venerdì 23 febbraio alle ore 19.

Supportata da una prosa potente ed evocativa, la scrittrice affronta il tema del ritorno alle proprie origini, del senso di spaesamento dell’apolide, l’Ulisse contemporaneo, diviso fra patria di nascita e patria di sangue, ma non autenticamente parte né dell’una né dell’altra. Una scoperta di sé che trova la sua modalità principale nel ricorso alla memoria familiare e collettiva di quelle piccole comunità, alle loro usanze e alle loro leggende.

È quasi paradossale, ma anche potentemente simbolico, che in un momento come questo, dominato dalla dimensione globale, la Jacobsen parli proprio della tendenza opposta: non l’allontanamento, l’epopea del migrante, ma il ritorno, accompagnato dalla consapevolezza di non sapere più a quale luogo si appartenga. Una contrapposizione che emerge anche a livello di reminiscenze testuali: il poema del ritorno per eccellenza, l’Odissea, dialoga col folklore locale e con le saghe medievali che narrano della colonizzazione delle Faroe.

Isola è un’opera sulla fuga e sul ritorno alla terra natia, basata sul racconto di questi due momenti attraverso gli occhi di due generazioni. Questo elemento richiama in parte temi e struttura degli ultimi due romanzi dell’islandese Jón Kalman Stefánsson, I pesci non hanno gambe (2015) e Grande come l’universo (2016): è interessante notare come la migrazione rappresenti un aspetto così essenziale dello spirito di queste terre isolate. Si tratta di una letteratura che dimostra come lo spirito avventuriero degli antichi marinai norreni non si sia ancora spento: ha solo cambiato direzione, rivolgendosi stavolta alla patria abbandonata, la loro nuova Itaca.

Dovunque, sempre, gli uomini avevano sognato isole galleggianti, le avevano trovate o costruite; la storia era stata attraversata da una miriade di migrazioni geologiche, isole mitologiche, letterarie, tecnologiche. Un’intera flotta. Mi sembrava di vederla, con Eolia in testa.

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Nicolas Campagnoli

Quello che scrive (e pensa troppo). Studente di Lettere classiche, appassionato di matematica e di lingue improbabili, insaziabile lettore, amante degli aperitivi e filosofo da bar: chi avrebbe mai pensato che potesse scrivere per una rivista online?

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