Pesi

C’è questo racconto di Palahniuk in cui un tipo si infila una carota su per il culo. Questo ragazzo, questo adolescente in preda alla sperimentazione sessuale. Sottrae una carota dal frigo dei suoi. Una carota acquistata dalla sua mamma al supermercato. Ne affila la punta, la arrotonda, la unge per bene e se la ficca su per il didietro, nell’intimità della sua stanza. Ne avvolge la lunghezza in un profilattico. Il punto è che questo adolescente brufoloso preda di una tempesta ormonale detesta lo spreco. Quando finisce con la carota, la nasconde sotto il letto. Così non è costretto a sottrarre un’altra carota, quando gli vengono certe voglie. Questo ragazzo odia lo spreco, ma anche rassettare la propria cameretta.
Nonostante un cartello appeso alla porta dica vietato entrare, quando il ragazzo non c’è sua madre, la sua mamma, entra nella cameretta per fare le pulizie. Per eliminare i microbi e tutto quanto.
È così che la mamma viene a conoscenza della carota. Ancora avvolta in un profilattico, sotto il letto. La prima cosa che la mamma fa, è raccontare tutto al papà del ragazzo. La seconda cosa che la mamma fa, è gettare via la carota. Quando il ragazzo rincasa, controlla sotto il letto e puff, la carota non c’è più. Come nei migliori spettacoli di magia. Eppure l’aveva lasciata lì, ne è sicuro.
Così è come il ragazzo scopre che i suoi genitori sanno della carota.
Quella sera, a cena, quando la famigliola del ragazzo è riunita a tavola – papà, mamma e figlio – ci si aspetta che qualcuno prenda la parola. Che metta le carte in tavola. Mamma e papà sanno e il ragazzo sa che mamma e papà sanno. Invece nessuno dice niente e tutti mangiano in silenzio. Nessuno osa fiatare. Come se lo sceneggiatore di questa folle scena fosse all’improvviso a corto di battute. Quella carota è lì, che fluttua in mezzo alla tavola, invisibile eppure pesantissima.

Questa mattina ho trovato una chiamata persa. Era di Anna, mia sorella. Mi ha cercato, ma non ho fatto in tempo a rispondere che ha messo giù. C’è un qualcosa di definitivo nel modo in cui la tecnologia toglie la possibilità di comunicare.

Il sudore che gocciola sulla moquette grigia della palestra ricorda l’inizio di certe tempeste estive. Goccia dopo goccia, sembra che la festa non debba mai iniziare davvero. Le braccia mi fanno male e questo è un bene. Non sono qui unicamente a condividere batteri con sconosciuti, dopotutto. Riprendo i piegamenti.
Ormai mi alleno da quasi un anno, ma c’è un qualcosa nel varcare la soglia della zona pesi che mi fa sentire sempre una matricola. Saranno i bicipiti di Tizio, o la schiena di Caio. Sarà che nonostante i risultati voglio sempre avere qualcosa da raggiungere. Ricordarmi incompleto.
Ci si conosce tutti, qui, a forza di vedersi ogni giorno. Un cenno del capo. Un sorriso, una pacca sulla spalla. Questi non sono amici miei. Ognuno di noi è qui per i fatti suoi, ma siamo costretti a coesistere per un’ora al giorno. Non siamo veramente amici. È più come una famiglia. Se è vero che gli amici sono la famiglia che ti scegli, be’, è vero anche il contrario. Queste persone, fuori di qui, chissà se saprei riconoscerle davvero.

Lo spogliatoio della palestra è minimale. Una fila di armadietti grigi in finto legno, panche in tinta, grandi specchi. Tizio che si mangia una miscela di farro e latte. Caio che beve da una borraccia di plastica gialla. Il riflesso di un settantenne che guarda se stesso, in carne ed ossa.
Raggiungo il mio armadietto. Qualcuno ha dimenticato il cellulare sulla panca. Un iPhone nuovo, che costa più del mio scooter. Prendo l’iPhone e mi avvio verso la reception. Una volta ho dimenticato la tessera della palestra e quando, il giorno dopo, ho chiesto in reception, la tessera con il mio nome era lì. Qualcuno ce l’aveva portata. L’iPhone non ha il nome del proprietario scritto sopra, ma ce lo riporto lo stesso. Si vive di scambi, dopotutto.
L’iPhone inizia a tremare, un grosso vibratore di lusso. Un aereo in preda alle turbolenze.
È più forte di me. Guardo lo schermo e ciò che vedo è un numero e un nome e la foto abbinata al contatto è un grosso fallo nero in erezione. Agisco in automatico. Senza pensare. Premo l’icona rossa che significa “metti giù la chiamata”. Riappare lo screen saver, una bella donna bionda e due belle bambine biondissime e uno tra i Tizi e i Cai che frequentano la mia palestra ad abbracciare sorridente la famigliola. La chiamata è irrimediabilmente persa. Ma prima o poi il grosso fallo nero chiamerà di nuovo e chiederà a Tizio o Caio il perché quella mattina, senza alcun motivo, gli abbia sbattuto il telefono in faccia.
Così è come Tizio o Caio scopre che qualcuno sa della torre di Pisa che è il grosso fallo nero e nervoso e venoso. Lui, lei, l’altro.
Immagino i suoi occhi scandagliare le facce di noialtri, domani, durante l’allenamento, in cerca del colpevole. Il colpevole che sa che Tizio o Caio sa.
Lascio l’iPhone sul banco della reception e me ne vado.

Devo ancora richiamare mia sorella ma poi devo andare a lavorare e la giornata si consuma come un cerino, fino in fondo, quasi senza respirare e così finisce che arrivo a casa dopo il lavoro e mi metto a cucinare. Il lavoro, la cena, mangio e attacco qualcosa su Netflix. Tutte quelle cose che fai per sopravvivere alla fine prendono il sopravvento e diventano la tua vita. Diventano te.
Il punto è che c’è stato un momento, circa un anno fa, in cui mia mamma è stata male. Cancro. Dire che stava male in effetti è prenderla alla lontana. Aggiungici il fatto di vivere in un’altra citta, a ore di distanza da casa. Il lavoro, le cene, gli amici, gli aperitivi, Netflix. Le cose che sono la tua nuova vita occupano tutto il tuo tempo e la tua vecchia vita sparisce, puff, come nei migliori spettacoli di magia. Un’illusione. Prima c’era e poi non c’è più. Eppure l’avevi lasciata lì.
Sì, verrò a trovare mamma. Ho ripetuto queste parole più volte di quante riesca a ricordare. Così finisce che sai il lavoro, non riesco, se non è questo mese è il prossimo, solo che poi il prossimo mese viene sostituito da il mai.
È così che un bel giorno il telefono suona e tu rispondi, spazientito, e ti senti dire che un altro pezzo della tua vecchia vita non c’è più. Andato, per sempre. E a te non resta che fare ciao con la mano, allo specchio, l’immagine riflessa della tua vecchia vita che ti guarda e ti manda a fare in culo.
Così è come scopri che tua madre è morta.
Così è come tua sorella inizia ad odiarti veramente.
Poi il funerale, le lacrime che non versi, le certezze, anche loro a poco a poco ti fanno ciao e ti mandano a fare in culo. Così decidi che la palestra è un buon modo per espiare. La sofferenza fisica per restare nel presente. Peso, dopo peso, dopo peso.

Prendo coraggio. Compongo il numero di Anna. Anna, che non ci parliamo da quasi un anno.
Squilla. La sua voce risponde. Dico ciao. Lei chiede cosa c’è?
«Mi hai cercato, stamattina?». La mia voce, chissà se sarei in grado di riconoscerla, se la sentissi dall’altro capo del telefono.
Anna dice no, mi è partita per sbaglio la chiamata. Come va, comunque? Tutto bene? Sì, tutto ok. Tu? Bene. Poi qualche altra parola, il buio della mia camera squarciato dalla luce bianca della tv. Sì, ci sentiamo. Vieni ogni tanto, a casa. Sì, vengo. Poi attimi di silenzio. Come se lo sceneggiatore di questa triste storia fosse a corto di battute. Poi Anna mette giù, mentre sto pronunciando le parole lo prometto.
C’è un qualcosa di analgesico nel modo in cui la tecnologia toglie la possibilità di comunicare.
C’è che certe parole hanno un peso maggiore di altre. Sono dei macigni che a volte non riesci a sopportare. Per quanto ti sforzi, certe parole non ti riescono. E se anche ti riescono, chi lo dice che poi hanno un senso. Che non sono solo aria e vibrazione di corde vocali. Il fatto di avere segreti, parole non dette, rimpianti e volontà di espiazione. Falli neri. Carote invisibili. Promesse. Peso, dopo peso, dopo peso. Chi lo dice che se potessi tornare indietro, non farei esattamente le stesse identiche scelte?
Ho ancora il telefono in mano, quando il cattivo della serie tv che sto guardando su Netflix muore e poi non c’è più.

Racconto di Matteo Quaglia.

Annunci
L'ospite Inatteso

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...