“Sei tu Sandro?”

La risposta è facile. Non ci vuole una laurea. O sì o no. Se uno non è Sandro dovrebbe dire semplicemente “no”. E invece, io che Sandro non sono, ho risposto “sì”.

Qualche settimana fa mi trovavo davanti alla Stazione Cadorna, quella dei pendolari. Stavo aspettando la mia fidanzata, Marta. Erano le sei meno un quarto del pomeriggio e la mia bella era in ritardo di venti minuti. Mai successo. Marta è una tipa puntuale. Non sapevo cosa pensare. Poi mi è arrivato un sms che ha chiarito la situazione. L’ha chiarita fin troppo:

MI DISPIACE MA NON CREDO CHE LA NOSTRA STORIA POSSA CONTINUARE. ABBI CURA DI TE. ADDIO.

Mi sono sentito male. Mi girava la testa. Con un’andatura da ubriaco sono entrato in un bar e ho chiesto un caffé con la speranza che mi tirasse su. Quando sono uscito dal locale mi sono trovato davanti una donna sui cinquant’anni che mi ha chiesto:

“Sei tu Sandro?”

Le gambe mi tremavano. Mi sentivo uno straccio. Un neonato abbandonato sul sagrato di una chiesa. Non me la sentivo di stare da solo, avevo bisogno di qualcuno che avesse bisogno di me. Qualcuno che mi desiderasse. Poco importava se quel qualcuno era una signora che aveva su per giù l’età di mia madre e stava cercando un uomo che non ero io.

“Allora andiamo a casa mia, va bene Sandro?”

In quel momento mi sarei dovuto fermare, svelare l’equivoco. Anche per un semplice istinto di conservazione. Quando non conosci una persona, come fai a sapere se si tratta di una a posto o di una squilibrata serial killer? A dir la verità, io di assassini seriali donne non ne ho mai sentito parlare. Sarà anche per questo che sono andato con lei verso la sua macchina.

Abbiamo attraversato la città a un ritmo blando, rispettando tutti i semafori e facendo passare tutti i pedoni sulle strisce. Siamo arrivati in un quartiere che non conosco, una zona residenziale molto verde. Avrei dovuto sentirmi a disagio, ma quella mezz’ora di macchina trascorsa in assoluto silenzio mi aveva quasi riconciliato col mondo. Quando abbiamo parcheggiato, ero quasi triste. Pensavo che quel momento di sospensione della realtà era finito e dovevo prendere una decisione: andarmene o continuare con la pantomima. Ma come potevo sganciarmi? Raccontando cosa? “Grazie per avermi portato dall’altra parte della città, ora le devo dire che non sono io Sandro”. No, troppo assurdo, perché non dirlo semplicemente prima? Così ho seguito la signora fino alla porta di casa sua. Lì – lo giuro! – ho avuto la mezza di idea di scappare, lanciarmi in una corsa a perdifiato per le scale. Invece sono entrato. Sì, devo ammetterlo, mi è scattata la curiosità. Come quando cominci a guardare un thriller in tv: magari non è che ti appassioni proprio, ma comunque vuoi vedere come andrà a finire.

La casa aveva un salone grandissimo. La signora mi ha fatto accomodare su un divano di pelle e ha cominciato a parlare con la voce che un po’ le tremava:

“Allora…io prima di parlare del compenso…vorrei spiegarti bene tutta la faccenda, perché via mail magari sono stata così…un po’…evasiva…no?”

“Beh…diciamo che è meglio se mi spiega i dettagli.”

“Come ti ho scritto, io sono vedova da qualche tempo…pochissimo tempo”

“Mi dispiace.”

“Grazie. Io comunque sento il bisogno…diciamo che io sento mio marito ancora vicino a me in spirito ma…capisci cosa voglio dire?”

“Sì e no.”

“Mi manca di avere un uomo in casa, mi manca la quotidianità…allora, dovresti andare in camera e…”

Ho pensato: ci siamo. Ecco che arriva la parte imbarazzante, la parte da gigolò. Ecco che non posso più fare finta di essere chi non sono. Ma lei ha precisato:

“Insomma, devi andare in camera e indossare i vestiti di mio marito che sono sul letto…poi devi venire di qui, sederti sul divano dove ti aspettano il tuo quotidiano e il televisore già acceso sullo sport…”

Sono andato in camera. Sui comodini accanto al letto, le foto di un uomo dal viso simpatico, intento a battere un servizio su un campo da tennis o sdraiato come un sirenetto sulla spiaggia. Comunque: ci ho messo un po’ a vestirmi, la vedova, da dietro la porta, mi ha chiesto:

“Tutto ok?”

“Sì, eccomi.”

Sono uscito dalla stanza con indosso un maglione a collo alto che prudeva un po’, dei pantaloni di velluto e dei calzini a rombi. Ai piedi, delle pantofole di similpelle che mi ricordavano quelle di mio nonno paterno.

“Ecco, questo è per te.”

“Di che si tratta?”

“Sono…chiamiamole…le istruzioni.”

Ho dato un’occhiata al foglietto che la signora mi aveva allungato. C’erano delle indicazioni:

SFOGLIARE IL QUOTIDIANO LENTAMENTE

OGNI TANTO ESCLAMARE: MA PENSA TE CHE ROBA!

GUARDARE LO SPORT IN TV CON GRANDE INTERESSE

ASCOLTARE I MIEI DISCORSI E OGNI TANTO DIRE: CERTO, CAPISCO, OVVIO

Ho obbedito. Ho sfogliato il giornale, ho esclamato quello che dovevo esclamare, ho finto di essere uno che finge di ascoltare la propria moglie che racconta di beghe con la vicina e pettegolezzi sull’amministratore di condominio. Poi la signora mi ha chiesto di portare fuori il cane. E lì mi sono chiesto: ma il cane esiste davvero o dovrò solo fare un giro dell’isolato e far finta di aver fatto fare pipì a Fuffi? Risposta: Fuffi esisteva, mi stava aspettando in cucina. Fuffi in realtà si chiamava Artemio ed era nientemeno che un San Bernardo gigantesco.

“Ecco a te il guinzaglio e la bustina per raccogliere i bisognini del cucciolotto. Ciao cari, andate al solito parchetto e non fate tardi per guardare le signorine o le cagnoline!”

Ho portato Artemio al parchetto vicino casa e mi sono rivolto al mio nuovo amico a quattrozampe con una domanda piena di speranza:

“Vero Artemio che l’unico bisognino che devi fare è solo la pipì?”

Come risposta, il cucciolotto s’è cagato l’anima.

Mentre stavo finendo di imbustare una tonnellata di deiezioni canine, si è avvicinato un vecchietto. Mi ha fissato un po’, poi è passato a fissare il colosso a quattro zampe e infine ha chiesto:

“Ma lei, esattamente, chi è? Un parente della signora?”

“Ehm…sì, un parente…conosce la signora?”

“Beh, diciamo che conoscevo meglio il marito…giocavamo insieme a bocce, lui era un accostatore coi controfiocchi…ma lei che parente è? Di lei o del povero…”

“Della signora. Sono un nipote.”

“Un nipote? Ma se la signora è figlia unica! Mica può essere tua zia e, vista l’età che hai tu e l’età che ha lei, certo non sarà tua nonna…”

“No, mi sono sbagliato, sono un cugino.”

“Uè balordo, finiscila un po’, guarda che chiamo i carabinieri.”

“Ma che carabinieri, non vede che son qui col cane, sono un parente.”

“E che vuol dire che sei lì col cane? Magari sei un rapitore di cani e hai chiesto il riscatto alla signora…”

“Lei sta facendo un film.”

“Sì, un film giallo! Facciamo così…ti accompagno a casa della signora e vediamo un po’ lei che mi dice di te, se è vero che sei un cugino, un nipote o vattelapesca.”

“E se fossi vattelapesca?”

“Senti un attimo, fai poco lo spiritoso che qui mi sa che si va sul penale.”

“Sul pedale?”

“Pure sordo sei? Il penale, vai al gabbio!”

“Intanto andiamo dalla signora.”

“Andiamoci.”

Davanti alla porta di casa della mia “cliente” ho suonato, tremando un po’. La signora mi ha aperto, ovviamente stupita di trovarsi di fronte non solo me e il suo cagnolino ma anche quel ficcanaso di un pensionato giocatore di bocce. Ho detto subito, anticipando il vegliardo:

“Vero che sono tuo cugino? Il signore non ci crede.”

“Ma sì, signor Mario, il ragazzo è mio cugino, mi sta aiutando con dei lavori in casa.”

“Va bene…allora chiedo scusa…forse sono stato inopportuno…ma con la gente che c’è in giro non si sa mai.”

Finalmente sono rientrato nell’appartamento.

“Certo che quel tipo è proprio un impiccione. Io ho fatto un po’ di casino con le parentele, pero anche a lui che gliene frega? Senta signora, io pensavo…”

“Che ore sono?”

“Il mio telefonino dice le sei e un quarto.”

“In teoria per altri quindici minuti dovresti essere mio marito.”

“Capisco…solo che le volevo dire una cosa.”

“Ancora quindici minuti.”

“Va bene.”

Mi ha accompagnato al divano. Mi sono seduto accanto a lei, rimuginando su quello che avevo da dire.

“Forza caro, fammi compagnia mentre guardo La vita in diretta…lo so che la trasmissione non ti piace, ma almeno ti puoi rifare gli occhi con la conduttrice, la Fialdini.”

“Bella è bella, non c’è che dire.”

Ho finto di ascoltare le storie di cronaca nera e i servizi sui rincari di luce e gas, in attesa che arrivassero le sei e mezza. Quando è arrivata “la mia ora”, ho potuto finalmente dire:

“Senta, io avrei pensato una cosa.”

“Dimmi.”

“Questa cosa che ho fatto oggi…potrei farla sempre.”

“Ma come sempre? Io non mica una donna ricca.”

“Ma io non voglio soldi…nemmeno per oggi.”

“Nemmeno per oggi? E cosa…cos’è che vuoi?”

“Vorrei vivere qui con lei.”

“Se questo è uno scherzo, è proprio di cattivo gusto.”

“Nessuno scherzo…potrei dormire qui sul divano, portare a spasso il cane, fare dei lavoretti in casa…solo in cambio di vitto e alloggio.”

“Insomma….io sono una donna sola…non mi dispiacerebbe avere una persona a farmi compagnia…ma tu…”

“Ma io?”

“Non hai una tua vita? Una ragazza…forse con il lavoro che fai…”

“Ce l’avevo una ragazza. Non c’è più.”

“E dei genitori?”

“Loro vivono lontano…quando sono andati in pensione, si sono trasferiti in Portogallo…con quello che prendono al mese, lì fanno una bella vita.”

“Ma rimane il discorso del lavoro…scusa se te lo dico, ma non vorrei che mi portassi delle donne in casa.”

“Quel lavoro ho smesso di farlo.”

“Da quando?”

“Da oggi.”

“Ma comunque dovresti contribuire alle spese di casa…il mangiare, le bollette.”

“Potrei fare il dog sitter… per esempio oggi mi sono trovato bene con il suo cane…potrei farmi pagare per i cani degli…delle altre persone…magari gente del quartiere…”

“E sentiamo un po’…per quanto vorresti rimanere qui?”

“Finché…”

“Finché?”

“Finché morte non ci separi.”

 

Racconto di Fabiano Spessi.

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