Matteo non aveva alcuna voglia di andare dal suo collega, anche se ormai era un evento fisso: una volta l’anno, il giorno del solstizio d’estate, costui organizzava una sorta di réunion della “buona società”, piena di gente antipatica e spocchiosa, unicamente col fine di far pubblico sfoggio della villa di campagna e della ricchezza della propria famiglia. Ma non bisogna pensare che Matteo odiasse quelle occasioni per qualche frustrante senso di inferiorità, anzi. Tuttavia la sua natura schiva e la personale antipatia (evidentemente non corrisposta) per il collega gli rendevano questi “ricevimenti”, come li denominava l’organizzatore, assai gravosi. D’altro canto Matteo non era uno sprovveduto e aveva i suoi metodi per sopportare quelle ore di vaniloqui e pettegolezzi: mangiare, per tenere la bocca occupata ed evitare di essere coinvolti nelle discussioni, e bere, quando non mangiava, per raggiungere quel piacevole stato “alticcio” che lo rendeva leggermente più affabile e socievole.

Quella sera, tuttavia, si sentiva particolarmente di cattivo umore, forse perché le cibarie avevano spopolato ed era rimasto senza distrazioni. Fu così che si ritrovò a interloquire col proprietario della multinazionale qualcosa e il general manager di qualcos’altro, premurandosi di svuotare sempre il bicchiere mentre non parlava. E parlava davvero poco. Il risultato fu che la cosa gli sfuggì di mano e Matteo si ritrovò nel bel mezzo della serata completamente ubriaco. Ebbe perciò la saggia idea di “prendere una boccata d’aria”: si spiaggiò sulla più appartata delle panchine in muratura che tempestavano il grande e verde patio della villa, un posto lontano dagli occhi più indiscreti, perfetto per consumare con tranquillità il fondo della bottiglia che aveva sapientemente trafugato dalle cucine e fumarsi una sigaretta. Pace assoluta, proprio quello che desiderava.

“Questo è di solito il luogo delle coppie clandestine” esordì una voce femminile al suo fianco. Che due coglioni scandì mentalmente Matteo, prima di voltarsi e notare una giovane donna, pressapoco sua coetanea, su una sedia a rotelle, con le cinghie di un busto ortopedico che si intravedevano dall’abito e svariate e profonde cicatrici da poco rimarginate sulle braccia nude.

“Se aspetti qualcuno me ne vado” disse Matteo, volontariamente scontroso. Ma subito se ne pentì, anche se tutta quella ferraglia addosso alla ragazza lo disturbava alquanto.

“Cerco solo tranquillità” rispose lei. “Sei nel posto giusto allora”, biascicò Matteo, passandole la bottiglia di whisky dalla quale la ragazza bevve due profondi sorsi. Rimasero muti per qualche minuto, guardando ciascuno davanti a sé, fino a quando fu stranamente Matteo a rompere il silenzio e chiederle: “Posso domandarti cosa ti è successo?”. “Certo che puoi” bevve ancora e si girò sorridendogli “un brutto incidente, sono ridotta così da sei mesi e me ne aspettano altrettanti”. “Ahia, brutta cosa” commentò, sbottonandosi la giacca. Lei ridacchiò, vuotò la bottiglia e la gettò con forza nel prato antistante, esultando al lancio “Finita!”. Questo gesto inaspettato piacque a Matteo, come gli piaceva il modo di fare della sua compagna di solitudine.

Avrebbe voluto trattenersi di più ma la testa girava pericolosamente e lo stomaco bruciava, brutti segni premonitori di un fine serata indecoroso: “Vorrai scusarmi…” non si ricordava il nome e barcollava un poco “ma forse è meglio che me ne vada, potrei non essere abbastanza in me per questo genere di festa”, disse Matteo scimmiottando il tono di voce del collega. Lei rise fragorosamente, poi gli chiese se era matto a mettersi a guidare in quelle condizioni, al che lui rispose con un “giusta osservazione”, ripiombando seduto sulla panchina.

“Anche io me ne voglio andare” precisò tuttavia lei. “Se mi prometti di non macchiarmi il tappeto del soggiorno, puoi metterti sul mio divano. Abito a quindici minuti da qui”.

Un gran mal di testa e una brutta nausea accompagnarono il risveglio di Matteo. Si ritrovò su un divano, con una coperta addosso e un catino a fianco,  fortunatamente vuoto pensò non senza soddisfazione. Si sentiva uno straccio. Dalla cucina proveniva il suono di una radio e con fatica si alzò.

“Buongiorno, fiorellino” disse ridendo la ragazza in sedia a rotelle, seduta a leggere al tavolo “dormito bene?”. Matteo rise e, imbarazzatissimo, si scusò per l’accaduto, ringraziandola per l’ospitalità. “Ma va, cosa vuoi che sia, mi hai rallegrato la serata. Ora siediti, ti ho preparato un the, una miscela studiata appositamente per guarire la sbornia” e gli allungò una tazza fumante e una confezione di Moment.

Matteo non ricordava affatto il nome della sua benefattrice, ammesso che la sera precedente glielo avesse chiesto, ma ricordava la profonda simpatia che aveva provato a pelle. Si sforzò di articolare una frase di senso compiuto: “Forse sarebbe il caso di ricominciare con le presentazioni, non credi?” e abbozzò un sorriso. “Perchè no?” rispose lei con fare allegro, sprofondata nella sua sedia a rotelle, mentre si torturava una delle cinghie del bustino “mi chiamo Caterina”. “E io Matteo” poi bevve un altro sorso di the.

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