Razza e identità, femminismo ed educazione: Chimamanda Ngozi Adichie

Questo mese ho deciso di consigliarvi tre libri di una delle mie scrittrici (e attiviste) preferite: la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. La scoperta di questa autrice è stata casuale, o forse no. Vidi la copertina di Americanah in libreria e senza sapere niente di lei o della trama del romanzo lo chiesi come regalo di compleanno. Correva l’anno 2013 e di femminismo, in Italia, non si parlava tanto quanto oggi. Ad Americanah seguì la conferenza per TEDx We should all be feminists (di cui il libro è la trascrizione letterale), che sancì il mio eterno amore nei confronti di qualsiasi parola proferita o scritta dalla Adichie e poi ancora Cara Ijeawele: quindici consigli per crescere una bambina femminista, che non fece che ribadire la stima che provo per lei. Di Chimamanda ho letto anche altri due romanzi (Ibisco viola e Metà di un sole giallo) ma oggi ho deciso di consigliarvi questi tre libri sopra citati, che per me si sono rivelate letture fondamentali. Gennaio è quindi stato un mese di riletture, riletture dedicate al femminismo, all’identità e all’educazione.

Americanah

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Ifemelu è una giovane studentessa che dalla Nigeria si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare l’università di Princenton. Ifemelu ha un blog dal titolo “Razzabuglio o curiose osservazioni di una Nera Non Americana sull’essere neri in America” in cui scrive di razza e afropolitanismo, cioè l’incontro e scontro tra tradizioni e culture africane e quelle di altri paesi. In Americanah la Adichie approfondisce il tema dell’identità, di quanto si fatichi per trovarla, e della perdita di quest’ultima nel tentativo di avvicinarsi ad una cultura diversa da quella del proprio paese d’origine. Nel libro si parla spesso di capelli, che in questo romanzo hanno un significato simbolico: rappresentano la difficoltà che ha Ifemelu ad identificarsi come immigrata nigeriana e al contempo come americana di colore. In Nigeria Ifemelu teneva i capelli intrecciati; in America invece impara ben presto che i suoi capelli naturali sono ritenuti poco professionali (al pari di tatuaggi e piercing), e di conseguenza comincia a lisciarli con prodotti chimici. Facendolo, sente di aver perso – insieme ai suoi ricci – una parte di sé, un po’ della sua identità. I capelli in Americanah sono un simbolo del razzismo perpetuato dalla cultura americana (e occidentale, in generale) che si aspetta che le donne di colore abbiano gli stessi capelli delle donne bianche o che, ancora, nelle riviste di moda non propone consigli e acconciature anche per capelli afro o rossetti e ombretti pensati per le pelli più scure. Il romanzo racconta quindi della vita di Ifemelu, divisa tra Stati Uniti e Nigeria, e della sua storia con Obinze, il primo amore del liceo. Il romanzo racconta anche di lui e della sua vita in Inghilterra, e leggiamo anche di altri personaggi con i quali Ifemelu entra in relazione, americani, stranieri e immigrati. Finché, ad un certo punto, Ifemelu sentirà il bisogno di ritrovare le sue radici e tornare in Nigeria, dove la parola “Americanah” si riferisce a tutti gli emigrati che, una volta tornati a casa, si comportano in modo diverso e sperano di occupare posizioni lavorative più prestigiose.

Ho amato molto questo libro perché (oltre alla scrittura impeccabile) mi ha permesso di cambiare prospettiva, di immedesimarmi in Ifemelu, la protagonista, e, più in generale, nelle persone di colore che entrano in contatto con la cultura occidentale. 

Dovremo essere tutti femministi

Su consiglio di un’amica, ho ascoltato su YouTube la conferenza tenuta dalla Adichie per TEDx. Poi l’ho riascoltata, l’ho fatta ascoltare a mamma, papà, sorella, amici e amiche. Insomma, quella conferenza ormai la conosco a memoria.

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Piccola precisazione prima di cominciare: si definisce femminista una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi. Dire che “il femminismo è come il maschilismo” e che “le femministe odiano gli uomini” è semplicemente errato. Per indicare un sentimento di ostilità e avversione nei confronti del sesso maschile esiste infatti il termine misandria, che è speculare e contrapposto al concetto di misoginia. Il maschilismo (così come il femminismo) invece, è un atteggiamento culturale non necessariamente accompagnato da odio, una forma di sessismo basata sulla presunta superiorità dell’uomo nei confronti della donna. Il femminismo è nato in opposizione a questo atteggiamento che – purtroppo, in svariati contesti – sopravvive ancora oggi.

In Dovremmo essere tutti femministi la Adichie sottolinea un aspetto a cui tengo particolarmente e che è a mio parere fondamentale per il raggiungimento della parità (sociale, economica e politica) dei sessi: l’importanza dell’educazione dei più giovani. Chimamanda sottolinea come le discriminazioni nei confronti del sesso femminile, di contro, creino discriminazioni anche nei confronti di quello maschile. Perché dare per scontato che una donna desideri il matrimonio o la maternità a tutti costi? Perché aspettarsi che una donna sappia cucinare – o peggio – che debba saper cucinare? Oppure, perché aspettarsi che sia la donna, o la madre, a dover svolgere tutti i lavori domestici? Perché, se lavora tanto quanto il marito venendo pagata, oltretutto, di meno? E perché dagli uomini ci si aspetta un’emotività più controllata?

Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, di essere creativo, di essere innovativo. Ci siamo evoluti, ma mi sembra che le nostre idee sul genere non si siano evolute.

Perché ci si aspetta che sia l’uomo a pagare il conto al ristorante?

Cosa succederebbe se l’atteggiamento non fosse: “Il ragazzo deve pagare “, ma piuttosto: “Chi ha di più, dovrebbe pagare.” Ora, naturalmente a causa del vantaggio storico, sono quasi sempre gli uomini ad averne di più, oggi. Ma se cominciamo a crescere i figli in modo diverso, allora in cinquant’anni, in un centinaio di anni, i ragazzi non sentiranno più la pressione di dover dimostrare questa virilità.

Chimamanda si sofferma poi sulla Nigeria, raccontando di come una donna acquisti dignità solo se sposata e di come le bambine vengano educate ai lavori domestici e ad avere meno ambizioni della controparte maschile. Anche Beyoncé è rimasta colpita dalle parole di Chimamanda, tanto da inserirle all’inizio della canzone Flawless.

Insegniamo alle ragazze come farsi da parte, come farsi più piccole. Diciamo alle ragazze, “Puoi avere ambizione, ma non troppa. Dovresti puntare ad avere successo, ma non troppo successo, altrimenti potresti minacciare l’uomo.”
Perché sono femmina, ci si aspetta che aspiri al matrimonio. Ci si aspetta che faccia le mie scelte di vita tenendo sempre a mente che il matrimonio è la cosa più importante. Ora, il matrimonio può essere una buona cosa. Può essere una fonte di gioia, di amore e di sostegno reciproco, ma perché dobbiamo insegnare alle ragazze ad aspirare al matrimonio e non insegniamo ai ragazzi la stessa cosa?
Cresciamo le ragazze per guardare alle altre come concorrenti, non per lavoro, o per degli obiettivi – che credo possa essere una buona cosa – ma per l’attenzione degli uomini. Insegniamo alle ragazze che non possono vivere la sessualità nel modo in cui lo fanno i ragazzi.
Femminista: una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica tra i sessi.

In Svezia We should all be feminists è stato distribuito gratuitamente a tutti i sedicenni.

Cara Ijeawele: quindici consigli per crescere una bambina femminista

Quando l’amica Ijeawele le ha inviato una mail chiedendole dei consigli per crescere una figlia femminista, Chimamanda (anche lei madre di una bambina) ne ha scritti quindici. Cara Ijeawele è una sorta di phamplet/saggio (in origine era una lettera) molto breve e diretto, scritto con semplicità ed ironia. I consigli dati dalla Adichie sono pratici e diretti, tant’è che ci si chiede: “ma c’era davvero bisogno di scriverli? Non sono scontati?”. Sì, c’era bisogno, e no, non sono poi così scontati nella nostra società. Come ha detto durante la conferenza We should all be feminist: “Mi capita spesso di fare l’errore di pensare che se qualcosa che è ovvio per me, lo è altrettanto per chiunque altro”. Con “bambina femminista”, innanzitutto, Chimamanda intende una futura donna consapevole, autonoma e libera e con questi suggerimenti sottolinea ancora una volta l’importanza della parità sin dalla tenera età. All’interno di Cara Ijeawele si parla di maternità e paternità: Chimamanda consiglia all’amica di non farsi percepire dalla nascitura solo come madre, ma come donna, come persona con tutte le sue sfaccettature. Le suggerisce inoltre di dividere con il marito i compiti, le cure della figlia, di non dare per scontato che – siccome è madre e donna – debba avere l’esclusiva sulla crescita della piccola. Chimamanda consiglia all’amica di far scegliere alla figlia qualsiasi tipo di gioco, anche quelli definiti “da maschio”, quello che lei preferisce e non quello che dovrebbe preferire. Le consiglia anche di lasciarle libertà riguardo all’ aspetto fisico:

Incoraggiala a fare ogni tipo di sport, falla truccare se le piace. Non pensare che la fai crescere femminista respingendo la femminilità.  Il femminismo e la femminilità non si escludono a vicenda.

E di parlarle di sesso:

Parla con lei di sesso e inizia presto. Sarà probabilmente un po’ imbarazzante ma è necessario. […] Prova ad essere la madre a cui lei può parlare di tutto.

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Non dire mai a tua figlia che deve fare una cosa o che non la deve fare «perché sei una femmina». «Perché sei una femmina» non è mai una buona ragione. In nessun caso.

[1] Potete trovare il testo completo di Dovremmo essere tutti femministi qui, da dove sono state tratte tutte le citazioni contenute in questo articolo.
[2] Qui per ascoltare Chimamanda parlare di Cara Ijeawele, Trump, razzismo e sessismo.

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Elisa Carini

Quella (un po’ femminista) che scrive e che nella vita non vorrebbe fare altro. Vive con un gatto nero nella bella Milano dove studia, sperpera soldi in libri usati e beve troppo caffè.

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