Il rapporto con un classico è sempre difficile, la reverenza e il rispetto nei confronti di un’opera come quella di Art Spiegelman sono infiniti, in particolare per l’agilità narrativa con cui vengono trattate alcune delle tematiche più difficili della nostra contemporaneità. Il disegno, lo stile linguistico e perfino il lettering risultano familiari semplicemente perché sono la colonna portante di un’intera cultura fumettistica underground che discende dall’ambiente che ha influenzato maggiormente Spiegelman e di cui lui, volente o nolente, è diventato ambasciatore per l’immensa diffusione della sua opera.
I messaggi non sono mai diretti, il cervello ha un tempo di isteresi notevole per uscire dalla narrazione e dalle linee affollate dei disegni e rendersi conto di non trovarsi nella Polonia occupata in fuga dai nazisti.
Prima di essere un racconto dell’olocausto, MAUS è una storia di sopravvissuti, prima di essere una graphic novel dall’accuratezza quasi storica è una storia di famiglia. Gli ebrei sono i topi, i tedeschi i gatti, i polacchi i maiali, i francesi le rane e gli americani i cani in un mondo che a noi sembra dominato dalla follia ma che per chi è riuscito a sopravvivere in quei lunghi anni, era diventato la normalità.

Maus Spiegelman Roa Rivista Online d'Avanguardia

Le 300 pagine che compongono la versione magnificamente curata da Einaudi sono la Storia di Vladek e Art, di un padre e di un figlio; il primo racconta i suoi anni in Polonia in fuga dai Nazisti mentre il secondo deve affrontare, trenta anni dopo, suo padre, in un rapporto complicato tra incomprensioni e rimpianti. Tra queste righe non voglio parlarvi, come sempre, dei dettagli della trama, che scoprirete se deciderete di immergervi in questo volume, ma in questi giorni della memoria è molto più importante immergersi in quel mondo che, a lettura conclusa, il nostro cervello impiega così tanto a processare.
Il disegno è così fitto da non lasciare il minimo spazio a momentanee distrazioni o estrapolazioni, un momento sei nel salotto di una casa del Queens insieme ad Art ad ascoltare la storia di suo padre e il momento dopo sei a Sosnowiec, in Polonia, cercando di barattare delle tessere alimentari per restare nascosto un giorno in più.         I passaggi grafici sono estremamente vellutati perché la durezza e la pienezza del tratto, insieme all’affollamento delle “finestre”, rimangono costanti. La raffigurazione degli uomini come animali non cambia dal passato al presente, le maschere che Vladek indossava per sembrare un maiale sono identiche a quelle che indossa Art quando va dal suo psicanalista.
Il messaggio terrificante che pervade l’opera è proprio questo: nulla è cambiato, ci stiamo solo dimenticando di quello che è successo senza imparare dal nostro passato. È emblematico a proposito l’episodio in cui Vladek si infuria perché Artie e la sua fidanzata hanno dato un passaggio ad uno “Schwartzie”, un ragazzo di colore, di cui “non ci si può mai fidare” secondo il vecchio.

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L’altro grande tema che mi ha profondamente colpito leggendo queste pagine è quello della sopravvivenza. Chi sopravvive e perché? Spiegelman sottolinea sempre la fortuna che ha permesso a Vladek di uscire vivo da Auschwitz e ad Art di sopravvivere al suicidio di sua mamma, ma alla fine della lettura mi sono trovato a dare una risposta molto diversa. Vladek racconta di aver fatto lo stagnaio, il calzolaio, di sapere l’inglese, il polacco e il tedesco, di saper commerciare e trattare e, soprattutto, di saper sopravvivere. Nel mare di difetti che il figlio dipinge del padre emerge quasi un’ammirazione per la sua resistenza e per il suo ingegno davanti a tutte le situazioni che la vita gli ha parato davanti. Non è quindi la fortuna che salva ma quella combinazione di resilienza, spirito di iniziativa e capacità di adattamento che sta diventando un requisito di base anche per chi oggi ha vent’anni e vuole sopravvivere. Non manca mai però una riflessione su quale sia stato il prezzo in termini di sofferenze e vite umane che è stato pagato per la sopravvivenza di un singolo individuo.
Quello del fumetto autobiografico è un genere che mi sta appassionando sempre di più, la narrazione dell’autore in prima persona dà, a mio parere, un senso di autenticità maggiore all’opera e la riveste di una accuratezza difficilmente raggiungibile con altri mezzi. Non vi ho volutamente parlato della parte ambientata nei campi di concentramento perché è impossibile trasmettere a parole quel connubio di linee, parole, immagini e pensieri che un tratto così semplice eppure così indelebile è stato in grado di imprimere in me e in chiunque lo abbia letto.

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Il commento di un’opera come questa potrebbe andare avanti per pagine e pagine evidenziando le considerazioni generate da riletture e reinterpretazioni. L’opera di Spiegelman è diventata un classico del fumetto proprio per questa ragione: il dialogo con essa è costante, ogni volta che se ne parla emergono aspetti che non si erano notati o che assumono una nuova veste perché è cambiato il lettore o sono cambiati i tempi.
Il mio invito è quindi di iniziare al più presto il vostro cammino con questo classico che non smetterà mai di far parlare di sé.

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