Torna in scena al teatro Elfo Puccini Mr Puntila e il suo servo Matti, commedia musicale e politica di Bertolt Brecht con la direzione di Bruni e Frongia.

Mr Puntila è un uomo malato: soffre di estemporanei momenti di lucidità in cui, da uomo bonario e gioviale, si trasforma in un efferato capitalista senza scrupoli, dedito solo agli affari e a coltivare buoni rapporti con gli altri suoi pari.

Mr Puntila è un uomo d’affari che però non è ancora giunto al vertice della sua ascesa sociale: deve ancora imparentarsi con l’aristocrazia locale, motivo per cui vuole far sposare sua figlia a un giovane rampollo della nobile famiglia Klinckmann (famiglia senza l’ombra di un quattrino).
Il matrimonio è il più importante degli affari economici: un buon lignaggio in cambio di una dote copiosa.

Ho degli attacchi sai? […] Mi pigliano almeno una volta ogni tre mesi. Mi sveglio, e tutt’a un tratto mi sento lucido come una pioggia di stelle. […] Il peggio è che durante cotesti attacchi di totale, dissennata lucidità, io scendo al livello di una bestia […] divengo un individuo assolutamente responsabile delle sue azioni. […] Un individuo responsabile è un uomo da cui ci si può aspettare di tutto. Per esempio non è più capace di pensare al bene dei propri figli, non ha più senso dell’amicizia, sarebbe pronto a camminare sul suo stesso cadavere, perfino.

Ma per fortuna Mr Puntila beve di continuo e quindi la maggior parte delle volte si dimostra buono, espansivo e indifferente delle differenze di classe. Così indifferente che poi vorrebbe far sposare sua figlia al servo Matti.

Il problema è quando il signor Puntila viene colto da quei momenti di lucidità, cambia drasticamente posizione su ciò che ha fatto fino a quel momento, rimangiandosi la parola data e pentendosi amaramente delle decisioni prese.

I due Puntila sono infatti personalità opposte in continuo conflitto tra di loro: il compagno e il capitalista. L’amico dei più deboli e lo sfruttatore di questi ultimi.

Lo spettacolo si sviluppa come un lungo momento onirico e surreale in cui il signor Puntila è il fulcro della storia. Matti, il suo servo, lo segue e lo asseconda, conscio però del fatto che le differenze di classe esistono e che non bisogna mai fidarsi dei propri padroni e che non si può costruire con loro un rapporto paritario.

Come il rapporto tra i due si sviluppa durante lo spettacolo è il veicolo attraverso il quale Brecht espone il suo messaggio politico. Ciò avviene in maniera tutt’altro che didascalica, e l’incomunicabilità tra classi si evince dai botta e risposta dei due protagonisti.

Quando parlo con i padroni, io non intendo mai dire nulla, non esprimo mai nessuna opinione. I padroni non sopportano che i loro dipendenti abbiano delle opinioni.

Il signor Puntila passa dalla condizione di ubriaco gioviale e casinista a quella di freddo stratega dei suoi interessi, sconvolgendo di volta in volta la situazione precedentemente creata: come per esempio cacciando dal matrimonio di sua figlia quattro ragazze a cui aveva chiesto la mano la settimana prima.

Questa schizofrenia del personaggio ricalca la schizofrenia del capitalismo di cui è rappresentante. Di facciata viene presentato un mondo fastoso, fatto di grandi feste di fidanzamento, ma dall’altro lato abbiamo una realtà di oppressione dei personaggi appartenenti alla classe del popolo. Mr. Puntila, appunto, promette di sposare quattro ragazze del paese e contemporaneamente caccia dalla sua tenuta, non assumendolo, un vecchio, perché troppo debole.

Vorrei essere sicuro che non c’è più un abisso fra di noi. Dillo, Matti, che non esiste questo abisso.
Se lei me lo ordina, signor Puntila, non esiste nessun abisso.

Matti comprende quanto sia indispensabile al suo arrivismo e alla sua sopravvivenza asservirsi a Puntila. Cerca in ogni modo di sfruttare i momenti di euforia del suo padrone, fino al punto di rottura, un’esasperazione raggiunta sulla montagna immaginaria di Puntiland, dalla quale si dovrebbero vedere i fasti, ma l’occhio umano del servo ne vede solo l’oppressione. In questa scena, con i due attori nel punto più alto della scenografia, con una marcia trionfante di sottofondo viene raggiunto il climax della visione di Puntila, annichilita dalla successiva, e vera, visione di Matti, sostenuta da poca luce e un silenzio più rumoroso di tutta Puntiland al massimo della sua produttività.

Non si dice stronzo ad una festa di fidanzamento.

La dicotomia non investe solo i due protagonisti, ma tutti i personaggi dell’opera. Tutti coloro che appartengono alla classe capitalista sono personaggi che si interessano solo dell’apparenza: condannano le condotte libertine dei popolani, quando loro stessi sono dei voyeur che si appostano dietro ai cespugli. Lo stesso Matti, cercando di ingraziarsi il padrone o di concupirne la figlia, recita con pose quasi da ballerino cercando di scrollarsi di dosso una gestualità più rozza, che gli appartiene, da chauffeur quale è, per apparire più simile a coloro cui si rivolge.

Brecht vuole appunto strappare il velo delle apparenze del capitalismo e far vedere al pubblico quale sia la realtà dei fatti e chi siano veramente gli esseri umani. Ciò, a livello di regia, è reso magistralmente da una tenda presente in scena, sulla quale è disegnato un dollaro di Puntiland. La tenda, sul palco, è frapposta tra gli spettatori e l’azione. Prima di ogni capitolo, il coro di narratrici del popolo, dopo aver introdotto la scena, apre il velo, indicando con questo gesto l’intenzione di Brecht di farci vedere cosa ci sia dietro l’immagine del denaro.

Lo spettacolo è in pieno stile brechtiano: alcuni degli attori oltre ad interpretare i personaggi all’interno delle vicende del signor Puntila e di Matti fanno anche da presentatori, da narratori diegetici che spiegano di volta in volta quello che sta per accadere in scena, sempre accompagnati da musica e canti. In scena avviene un accompagnamento musicale continuo che ricorda la tradizione popolare: gli strumenti sono infatti la fisarmonica, la chitarra e il liuto. La narrazione viene eseguita non dal finto mondo dei capitalisti, ma da persone che, sebbene semplici, sono veri esseri umani, non proiezioni di loro stessi. Senza questa mediazione lo spettacolo sarebbe un dialogo impossibile tra due mondi incompatibili, incapaci, seduti allo stesso tavolo, persino di accordarsi sui metodi di conservazione dei funghi, figuriamoci per condividere un fidanzamento.

Per tutto lo spettacolo il signor Puntila continua a ragionare, sia nei momenti di lucidità sia in quelli di ubriachezza, su un argomento centrale: l’umanità.
Chi è umano?
Il capitalista interessato alla forma e la cui unica preoccupazione è lo scandalo e l’evitare il pettegolezzo?
Oppure il proletario dalle scarpe rotte che arriva stanco la sera e si può cibare solo di aringhe?
A chi viene attribuito questo livello di umanità?

Ovviamente il focus oscilla da una posizione all’altra a seconda dello stato del signor Puntila. E non c’è nemmeno bisogno di dare una risposta.

Recensione di Valeria Pagani e Andrea Predieri

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