“Erano di pietra celeste, tutti fichi d’india”. Canzone d’amore per Elio Vittorini (Parte seconda)

“Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.”

Inizia così “Conversazione in Sicilia”, e non sarebbe potuto iniziare meglio questo piccolo gioiello della nostra letteratura. Scritto da Vittorini nel 1938-39, apparso dapprima a puntate e poi in volume unico, e infine con questo titolo nel 1941, è un’opera che oserei definire unica.

La prima volta che l’ho letto, come già accennato nella prima parte di questa mia personalissima dichiarazione d’amore, mi trovavo all’università ed ero perfettamente consapevole di non averci capito nulla.

Eppure.

Eppure i segnali c’erano tutti. Questo libro meritava una lettura seconda, terza, quarta. Approfondita. Era difficile? Bene. Era ostico? Benissimo. Chi ha mai detto che le cose belle debbano anche essere facili?

E quindi, se volessimo banalizzare questo lavoro potremmo dire che il libro racconta di un ritorno a casa: un emigrante siciliano ritorna nel suo paese natio, durante il viaggio in treno incontra diversi personaggi, incontra poi la madre, incontra altri conoscenti e anche l’anima del fratello defunto durante la campagna di Etiopia.

Nulla di eccezionale. Quanti ritorni a casa abbiamo letto? Tanti, non è poi una trama così nuova.

E poi, invece, il libro si apre con l’incipit riportato sopra.

E allora “Conversazione in Sicilia” esplode di potenza.

L’uomo protagonista è l’inquieto uomo novecentesco, che non è in preda a furori eroici (stoccata al fascismo, la prima di una lunga serie, la seconda è quella dei manifesti di giornali con massacri) ma ad un’inquietudine astratta, impalpabile, un’irrequietezza che non lo lascia mai, lo attanaglia, gli chiude la gola e non lo lascia respirare. Il male di vivere montaliano che gli impedisce di assaporare fino in fondo il colore dei giorni, i baci appassionati, le cose belle della vita. Lo sente, non sa perché e non sa come combatterlo. Tutto è un bagaglio di ansia esistenziale che il nostro protagonista si porta dietro. L’ansia, Vittorini la rende benissimo, attraverso una costruzione sintattica e interpuntoria incalzante, la reiterazione portata fino all’esasperazione, con un valore dato alla parola del tutto nuovo, un valore salvifico.

Potrei parlarvi del suo disamore verso la prosa d’arte dell’epoca, del suo amore per la letteratura americana, ma finiremmo per fare una lezione di letteratura, e questa è una canzone d’amore.

Se osserviamo il viaggio partendo da questo incipit, e da questi presupposti allora capiamo subito che il tutto si svolgerà su un piano metaforico (anche qui, nulla di nuovo, il viaggio come metafora dell’esistenza) che mescolerà dimensione onirica e realtà. La parola è martellante, ripetitiva, è una sorta di mantra che dobbiamo interiorizzare, fare nostra, assimilare perché possa diventare salvifica, panacea di tutti i mali.

Può sembrare davvero follia, ma proviamo a pensare a due soli momenti storici: Vittorini scrive sotto il fascismo, che ha fatto della retorica la sua bandiera. Noi viviamo in un’epoca storica in cui le parole e vengono adoperate peggio delle pietre, con una superficialità disarmante, quasi ignorando (o facendo finta di ignorare) la loro vera portata.

Che cosa vuol dire, quindi, recuperare un romanzo così, in cui si dice che la parola salverà le nostre anime, che la cultura è destinata a salvarci laddove la politica e la religione hanno fallito?

Significa che anche noi, smarriti e ansiosi come il nostro protagonista, in preda a furori astratti ma anche concreti, faremmo meglio a rimetterci in viaggio, a recuperare la strada e rimetterci in ascolto di quella coscienza che, per intenderci, ci ricorda che forse il nostro essere vivi richiede uno sforzo maggiore del semplice fatto di respirare (è bella, non è mia), che forse dobbiamo ambire ad altri doveri, che siamo esseri umani senzienti e pensanti e non per caso, quindi che faremmo meglio ad applicarci, una volta tanto.

E quindi che fare?

Forse è tempo di rimettersi in viaggio, verso nuovi orizzonti, alla riscoperta di un’umanità che abbiamo dentro di noi, sopita sotto i furori che ci attanagliano giorno dopo giorno e che non riusciamo più a vedere.

La parola ci salverà. La cultura ha ancora una chance.

Ricordate il partigiano Enne 2 della volta scorsa?

Bisogna lottare per essere felici, per lasciare un mondo più felice di come lo abbiamo trovato.

Buon cammino a tutti.

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Silvia Spinelli

La recensitrice libresca. Classe 1988, nordica per caso. I libri sono letteralmente la sua vita, ci abita dentro da sempre: prima come lettrice, poi come studentessa appassionata di Letteratura e Linguistica a Milano, ora come libraia. Adora la letteratura italiana, i racconti brevi, il cinema, ma soprattutto il teatro, la passione di una vita, su e giú dal palco. Non guarda serie tv e spera che dopo questa affermazione continuerete comunque a leggerla con affetto. Sogna di continuare a fare esattamente ció che fa.

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