Il fumettista Iugoslavo Pascal Croci, già nel 1993 ha provato a dare una risposta alla domanda che tormenta da tempo storici, scrittori e sceneggiatori: si può creare un’opera di fiction ispirata e circondata da fatti realmente accaduti in un contesto storico accurato?
Oggi, serie tv come Peacky blinders o Boardwalk empire hanno risposto alla domanda con vigore radunando intorno a loro un fortissimo interesse del pubblico ma nel 1993 la situazione era molto diversa.

Oggi vi voglio parlare di “Auschwitz”, un’opera che discende direttamente dal primo grande lavoro a fumetti sull’Olocausto: “Maus” di Art Spiegelman che recensirò su queste pagine nel giorno della memoria. Il racconto a fumetti di Croci si svolge in parte, ed è stato scritto, in un momento della storia del novecento in cui l’eco delle tragedie dei campi di concentramento echeggiavano: la guerra in Iugoslavia. Basandosi sulle testimonianze dei sopravvissuti, l’autore ha creato una storia di finzione circondata da precise pennellate di verità e fatti storici veramente ammirevole. I due protagonisti sono Kazik e Cassia che, braccati dall’esercito, si ritrovano a raccontarsi le loro esperienze nel campo di concentramento di Auschwitz/Birkenau fino a quel momento taciute. Due personaggi di finzione si ritrovano a interagire con detenuti realmente esistiti con delle storie incredibili e con eventi tragici che si sono svolti tra quelle reti di filo spinato negli anni tra il 40 e il 45.

Auschwitz Pascal Croci Roa Rivista Online d'Avanguardia
I nostri protagonisti si raccontano, dopo quasi 50 anni, quello che successe loro dal momento in cui vennero separati al loro arrivo nel settembre del 44 fino a quando si ricongiunsero nel gennaio del 45 quando i russi liberarono il campo. Già in questo incipit Croci parla di un fenomeno che a noi oggi risulta quasi paradossale ma prima di “Maus”, di “Shindler’s list” o de “La vita è bella” non si parlava di olocausto, non si affrontava apertamente il tema e ai sopravvissuti veniva dato pochissimo spazio per parlare.
All’interno dei campi le atrocità commesse e raccontate dall’autore sono inconcepibili eppure tutte assolutamente vere e inserite magistralmente all’interno di una storia i cui protagonisti sono inventati. Trovano spazio molti episodi poco noti della vita dei capi di Auschwitz/Birkenau come lo sterminio delle famiglie ceche del ghetto di Theresienstadt, la storia di un pittore sopravvissuto due anni grazie alla sua arte e persino il miracolo di una ragazzina sopravvissuta alla camera a gas. Si parla della convivenza tra condannati e morti viventi che tentano in tutti i modi di evadere, anche solo col pensiero, dal luogo di morte in cui si trovano e dei costanti tradimenti tra prigionieri, unica moneta di scambio per avere anche solo uno dei comfort comuni nella vita precedente.

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Lo stile di disegno è molto particolare: basato interamente sui toni di un grigio quasi azzurro, si concentra sugli occhi dei personaggi rappresentandone la personalità e il carattere all’interno di tavole lasciate in un formato grande quasi quanto quello in cui sono state disegnate. L’autore si immerge completamente in questa opera parlando addirittura in prima persona tramite una giovane prigioniera incapace di comprendere perché l’odio tra esseri umani debba essere sempre così violento, “non potremmo semplicemente odiarci in pace?” Grida sul finire della graphic novel sfogando tutta la sua incomprensione verso quello che le sta accadendo.
Nell’edizione della casa editrice “Il Melangolo” che ho avuto la fortuna di trovare anche se stampata nel 2004, è presente una lunga intervista all’autore nelle ultime pagine del volume, in grado di dare all’opera quella marcia in più che l’ha fatta finire nel mio scaffale e tra queste pagine. L’autore racconta come sia stata tormentata la genesi di questo suo racconto perché a inizio anni 90 ancora in pochissimi parlavano di olocausto e molti dei perpetuatori di quelle atrocità erano ancora in vita.

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La sua ricerca di sopravvissuti e di storie da eternare sulla carta lo ha portato a scoprire un lato dell’olocausto di cui ancora nessuno parlava: i testimoni. Portare alla gente i racconti e le testimonianze di chi è uscito vivo, mai intero, da quei campi è stata una grande idea che ha dato il via a una lunga serie di lavori successivi che, con un personaggio di fiction, sono riusciti a raccontare una realtà storica restandole tuttavia fedeli.

Questa seconda tappa del nostro percorso attraverso le opere grafiche che parlano di sterminio mi serve anche  a introdurre il capitolo finale di questa serie di articoli che tratterà di “Maus” di Art Spiegelman, la prima grande opera grafica a parlare di questi temi e a rompere un silenzio che ancora oggi, ogni anno, deve essere spezzato per non lasciare che la memoria del peggio dell’uomo possa essere minacciata dai revisionismi.

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