“Sei, sette e asso di bastoni.”

Si terse il labbro superiore con il palmo e si concesse un sorrisetto. Una mano buona, finalmente.

L’avversario si accarezzò la punta del pizzetto rossiccio, contemplando le proprie carte come se fosse solo a quel minuscolo tavolino. Alzò un poco lo sguardo e squadrò il piatto delle scommesse: sopra un tappeto di quattrini e pauli, imbarazzante posta in gioco, campeggiava una manciata succulenta di zecchini.

Maffeo sentì la convinzione dei secondi precedenti scivolargli via dal volto sudato. Francesco Altoviti, intento a lisciarsi la barbetta sul mento acuminato, sembrava un demone caprino. Complice della visione era la debole luce giallastra delle ultime due candele di cera rimaste. Ce ne era una scorta in sego di infima qualità, che mandavano un puzzo di grasso putrido: piuttosto di illuminare il tavolo da gioco con quegli abomini, Maffeo della Gherardesca avrebbe preferito utilizzare sé stesso come tizzone.

L’Altoviti abbassò le carte con un ghigno: “Quattro, cinque, sei e fante di denari.”

Bice si era fermata a qualche passo dal tavolo e contava a fior di labbra il totale dei punti: il padron Maffeo era a 55, mentre l’Altoviti aveva accumulato un 57. Quest’ultimo stava infatti già riversando il cumulo di monete in una bisaccia di cuoio che teneva accanto al tavolo, a portata di mano come richiedevano quella sera le continue vincite.

Maffeo della Gherardesca boccheggiò alla vista dei suoi ultimi soldi presi dalle mani di quello scarto di Malebranche. L’altro percepì il suo odio e se ne ammantò con orgoglio, mentre riponeva il piatto al suo posto e lo riempiva di un’ulteriore cascata di zecchini. Padron Maffeo alzò gli occhi verso la domestica, e Bice corse a prendere carta e calamaio dallo scrittoio: come da parecchi mesi a quella parte, iniziavano le puntate di suppellettili e capi di bestiame. A quel punto Bice iniziava a perdere di vista l’entità delle perdite: la padrona le aveva insegnato a far di conto, il che la aiutava anche nell’interpretare le partite, ma leggere non era sembrata una competenza necessaria.

L’Altoviti, mentre l’altro graffiava sulla carta con la penna d’oca, la fulminò con lo sguardo e le fece cenno di portar via il piatto vuoto che aveva davanti. Bice s’affrettò a ritirarsi in cucina, dove l’attendeva la padrona di casa.

Era giorno di magro. Non che il padrone nutrisse qualsivoglia scrupolo religioso, ma era un ottimo espediente per giustificare la povertà di alcuni pasti in presenza di ospiti. Lasciava intendere all’invitato, con occhiate condiscendenti alla moglie, che Elena ci teneva molto al rispetto di quel genere di precetti: e dunque in tavola niente carne cotta nello strutto, coperta di zucchero e noce moscata, ma solo magri pasticci di pesce sotto sale e verdure bollite, intingoli di cipolle e formaggio vecchio.

Si era finito di mangiare da molto, ma sul tavolino Bice continuava a deporre un piatto di marroni canditi e dolci di marzapane. L’ospite li prendeva manciate, li ruminava con una voracità che ricordava i porci che scorrazzavano nel più esterno dei recinti della magione, con quella loro ottusa indolenza. Il padrone di casa, del resto, assomigliava a quelli di loro che si dimenavano goffi e senza speranze sulla stradicciola che portava al macello. Maffeo della Gherardesca ribolliva sulla sua sediolina, incastrato negli ingranaggi del gioco della primiera. Come un insetto sulla tela d’un ragno, più cercava di liberarsi dalle insidie dell’altro, più vi si imbrigliava; e più questo lo ricacciava nell’ansia, meno lucida era la sua mossa seguente. Puntava sempre di più, secondo quell’infame tecnica detta martingala, un elegante sinonimo di “suicidio economico”.

L’aria della sera si stava finalmente rinfrescando, dissipando la coperta umida e calda di quel maggio precoce. Elena si avvicinò alla finestra e la spalancò, per lasciare che polvere e l’odore stantio dei tappeti dessero tregua al salotto. Bice ne vide gli occhi soffermarsi sul tavolino da gioco, dove i pasti dei giorni seguenti scivolavano in denaro sonante nelle tasche di quell’odioso sconosciuto. Incapace d’osservare oltre la scena corse in cucina, dove la domestica la vide ritirarsi in un angolo a piangere con riserbo.

Era stata una donna bella, ma il suo corpo era ormai sformato dalle gravidanze e dal dolore di aver visto pochi figli superare i primi mesi: nascevano tutti con le medesime ossa fragili e storte, e la levatrice doveva sempre assestar loro un paio di colpi alla schiena, prima che i piccoli polmoni emettessero il loro rantolo piagnucoloso. Ogni tanto la sorprendeva a fissarla con un’invidia senza cattiveria: a differenza di donna Elena, Bice aveva sviluppato in pochi anni petto grosso e fianchi saldi, adatti a portare a termine il senso dell’esistenza di una donna. Privata di quelle fortune, Elena si era dedicata alla cura della casa, al cucito, a devote letture; ma ogni piacere le stava scivolando di mano per le continue perdite del marito. I libri miniati erano sperpero inutile di soldi e spazio, per il cucito mancavano i rocchetti e le pezze, se non di infima qualità, e le poche monete con cui doveva mandare Bice e le altre domestiche al mercato erano così poche che ci perdeva il sonno; anche a sgranare il rosario la mente andava a quelle misere conte a cui era costretta ogni giorno, e l’empio pensiero divorava la sua debole anima.

“Acqua!”, gridò l’ospite, strozzato dallo zucchero. Bice prese una grossa caraffa di coccio e dei bicchieri dalle stoviglie della cena. Sebbene anestetizzata da una vita di subalternità, si accorse di odiare quell’uomo. Ne odiava l’ingordigia, la finta raffinatezza, la barbetta da animale, lo sguardo di disprezzo che le aveva riservato fino a quel momento.

Entrò di nuovo nella stanza reggendo il suo vassoio. Avvicinandosi al tavolino riuscì a vedere le carte dell’Altoviti: schierati come pronti ad una battaglia vincente, quattro cavalli di semi diversi aspettavano il segnale del loro comandante per attaccare. Il “Coro”, così chiamavano quella combinazione che assicurava la posta in gioco. Così almeno le aveva spiegato donna Elena, insieme a qualsiasi altra cosa la ragazza sapesse.

Donna Elena era buona. Aveva insegnato molte cose a Bice da quando l’avevano accolta, poco più che bambina, sebbene nessuno si aspettasse che lei dovesse saper far altro che servire i padroni. Aveva redarguito le altre domestiche che la picchiavano quando si fermava per la stanchezza, e quando Bice aveva iniziato a sembrare una donna aveva intimato al vecchio giardiniere di non infastidirla.

In quel momento si levò la brezza notturna ed entrò dalla finestra spalancata. Le deboli fiamme delle candele ballarono per qualche istante e poi morirono quasi all’unisono.

Bice all’improvviso si ritrovò al buio, a un metro dai contendenti, il piede al bordo di uno dei pesanti tappeti. Pensò ai dolcetti di marzapane, alle carte e alle scommesse ammassate sul tavolino. Pensò a donna Elena che piangeva in un angolo della cucina.

Fece un profondo respiro.

“Aiuto!”

Si sbilanciò in avanti con decisione, rovesciando il vassoio di fronte a sé. Infilò la punta del piede sotto il tappeto, come inciampandovi, e si buttò sulle ginocchia, attenta a lanciare qualche verosimile mugolio di dolore e spavento.

Brocca, bicchieri e vassoio si schiantarono sul bordo del tavolino e lo scatto all’indietro di uno degli uomini lo capovolse del tutto. Vetro, cioccio e acqua si sparsero ovunque, misti a rumore e imprecazioni. Un tonfo, l’Altoviti che inciampava – lui sul serio! – sulla propria sedia rovesciata: insultò Bice, ma non le importava. Sul tappeto carte da gioco umidicce si mescolavano a monete e schegge taglienti. Nell’oscurità, padron Maffeo imprecò contro il Papa. Dalla cucina, donna Elena mandò grida di preoccupazione e la sentirono zampettare verso il magazzino dove tenevano le candele di riserva.

Il cuore di Bice iniziò a rallentare e un calore febbricitante le corse alle orecchie, alle guance, al petto.

Fece un veloce segno della croce e non riuscì a trattenere un sorriso.

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