La spensierata fanciullezza di Liev Kuznetsov – fatta di pomeriggi dietro un pallone, ginocchia sbucciate e libri illustrati – giunse al termine alle dodici in punto di un giovedì assolato di fronte al viso paonazzo del prozio Georgi. La famiglia era riunita per il centotreesimo compleanno della baboulinka Vladilena e si stava spettegolando del modo spiacevole in cui era morto quel poveretto linciato da un tram – pare si chiamasse Berlioz – quando il suo pingue faccione sudato si era fatto paonazzo. Un boccone di pane gli si era incastrato in gola e il prozio Georgi era caduto sul pavimento con un tonfo sordo tra le grida e gli sguardi increduli della famiglia Kuznetsov di Mosca. Traditore, aveva sibilato da dietro i mustacchi di pece poco prima di spirare, con le iridi azzurre annegate nel sangue e le gambe tremanti dagli spasmi, avevi promesso… una vita di… felicit…tradit….

Nessuno a parte Liev ci aveva fatto caso, nessuno tranne il grasso gatto nero appollaiato di fianco alla finestra che sembrava non volersi perdere nemmeno un minuto di quella scena pietosa.
Quindi… si muore, aveva realizzato Liev quel giorno, con lo sguardo perso a mezz’aria tra la sua faccia e il caos che lo circondava, si muore.
Per giorni non fece che pensare a quello strano Georgi Kuznetsov, il prozio chiassoso, insolente e avaro che non piaceva a nessuno ma che, purtroppo per loro, faceva parte della famiglia. Pensava che lo aveva visto e ci aveva parlato fino a qualche giorno prima e che in quel momento si trovava morto sotto terra.
La famiglia Kuznetsov trascorse una settimana con la baboulinka – scioccata dalla perdita del fratello – nella sfarzosa villa di Georgi e Liev prese a trascorrere tutte le sere nella sua splendida stanza.
Traditore…, ripeteva ogni tanto, pensando al faccione del prozio che si colorava di rosso e al suo sguardo perso nel vuoto, ma chi l’ha tradito?, si chiedeva Liev, il pane?...e chi ha promesso cosa?
Fu durante una di quelle sere di isolamento nella stanza di Georgi che Liev trovò un oggetto stranissimo. O meglio, l’oggetto in sé era dei più comuni – un libro – la sua peculiarità era l’impossibilità di essere aperto. Non si trattava nemmeno di un contenitore dalla fattezza di un libro, era un libro vero. Liev ne riconosceva l’odore e le pagine, ne era assolutamente certo, erano di carta. Liev quasi perse la cognizione del tempo in quei giorni che seguirono il soffocamento del ricco Georgi. Quanto sarebbe stato bello vivere in una casa così lussuosa, pensava. Da che ne sapeva lui, il prozio dai grossi baffi non aveva mai lavorato in vita sua. Passava le serate a teatro, partecipava a voluttuosi festini con l’élite di Mosca, beveva vini pregiati e attribuiva la sua ricchezza alla propria determinazione. In realtà tutti sapevano che giocava d’azzardo e che non perdeva mai una partita. C’era chi diceva che era bravo a corrompere alla roulette, chi invece lo riteneva il dio del poker… Altri – ma Liev non ci credeva – dicevano che avesse fatto un patto col diavolo.
Un pomeriggio, l’ultimo che avrebbero trascorso nella villa di Georgi Kuznetsov, Liev si sentiva più irritato che mai. Il giorno dopo sarebbe tornato a scuola, nella sua città di provincia, nella sua misera casetta, tra la gente umile e senza ambizioni. Voleva essere come Georgi, lui. Voleva godersi una vita agiata, danarosa e magnifica.
Qualcuno – non appena terminò questo pensiero – suonò al campanello. La baboulinka e i genitori di Liev stavano sonnecchiando al piano superiore prima di rimettersi in viaggio, perciò nessuno scese ad aprire la porta. Arrivo, gridò Liev portandosi appresso il libro inapribile che non lasciava mai incustodito.
Buongiorno, fece l’uomo che Liev si trovò di fronte. Indossava un bel completo elegante con tanto di cappello. Senza apparente motivo, Liev avvertì una brutta sensazione e d’istinto consegnò il libro a quell’uomo senza nome. È lui il traditore, pensò.
Sei un ragazzino perspicacie, Liev Kuznetsov, di certo più furbo del tuo prozio, disse. Poi guardò alle spalle di Liev, allora… noi andiamo.
Liev si guardò alle spalle: non poteva credere ai suoi occhi. Il gatto nero del prozio Georgi si alzò sulle zampe posteriori e si fece sempre più alto e grasso. Guardò Liev per qualche istante, stai alla larga dal gioco, disse a mo’ di avvertimento, …non ringraziarmi.

Riferimenti liberamente ispirati al capolavoro di Bulgakov “Il Maestro e Margherita”

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