Elio Vittorini è un autore che oggi non si legge. Forse a scuola non si studia nemmeno più.

Mi sono imbattuta in lui all’Università, grazie ad un esame bello come pochi di “Letteratura comparata” in cui lo si poneva (giustamente, e il perché ve lo spiego un’altra volta) a confronto con Ernest Hemingway.

E lì, mi si è aperto il cuore.

Ma non subito. All’inizio non ci ho letteralmente (comparativamente anche) capito un bel niente.

Mi sembrava un po’ pazzoide, con questa mania di ripetere le stesse frasi e le stesse locuzioni cento volte. Non si andava avanti. Eppure, sapevo che qualcosa di bello c’era. Solo che bisognava andare a cercarlo un pochino più a fondo, non si lasciava subito trovare.

Ma andiamo per gradi.

Perché è di un amore che vi voglio parlare.

Partiamo da un romanzo piuttosto conosciuto, il resto lo rimandiamo alla prossima puntata.

Nel 1944 Elio Vittorini scrive Uomini e no, che verrà pubblicato l’anno seguente da Bompiani. Lo possiamo considerare il primo romanzo sula Resistenza.

Non entro nel merito di Vittorini attivista, Vittorini partigiano o Vittorini e le sue posizioni.

Guardiamo al Vittorini letterato.

È della sua scrittura che mi sono innamorata (lo so, l’ho già detto di altri millemila autori, sono una che si innamora facilmente): come si fa a guardare con occhio critico a qualcosa che ci succede intorno?

Perché è questo che fa l’autore. Ci descrive le vicende di un essere umano, il partigiano Enne 2, innamorato pazzo di una certa Berta, donna sposata, e al tempo stesso combattente in una Milano bella e spietata come quella dell’occupazione nazi-fascista del 1944.

Si potrebbe pensare che il romanzo celebri la Resistenza, ma non è così.

Non c’è nessun intento autoreferenziale, o eroico nelle vicende che vengono descritte. Piuttosto viene messa in luce l’umanità dei protagonisti, che sono semplicemente uomini, e come tali si innamorano (anche di persone sbagliate), soffrono, pensano al futuro.

Esiste una sorta di doppia dimensione in questo romanzo: la dimensione dei fatti e della realtà e quella onirica, dell’immaginazione, differenziata dal carattere tipografico, il corsivo. In questi capitoli Enne 2 immagina un passato, un presente e un futuro diversi da quelli che stanno accadendo intorno a lui e a Berta.

I partigiani, più di altri, hanno bisogno di sognare e di credere che qualcosa di bello sia possibile.

Lo dice bene Selva, compagna di lotta di Enne 2:

“Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici? […] No no bisogna che gli uomini possano essere felici.”

Come si fa a combattere per la felicità altrui se la felicità non la si conosce?

Bisogna che i partigiani sia quantomeno sereni, che abbiano motivazioni per lottare. E la motivazione è la felicità.

Di solito la lotta è giusta, la lotta è necessaria, la lotta è un dovere.

Invece non è solo questo.

La lotta è la lotta per essere felici, è combattere per un mondo un po’ più felice di com’era prima.

Altrimenti non ha nessun senso. Tutto questo dolore, tutta questa morte deve pur servire a qualche cosa. Come i morti di Largo Augusto, come l’anziano in pantofole, come l’uomo sbranato dai cani.

Non è un romanzo facile, Uomini e no.

Vittorini non lo è mai.

Ma prendetevi del tempo, magari per leggerlo anche due volte se necessario. Perché racconta un pezzetto di noi, della storia che i nostri nonni hanno vissuto. Magari proprio a Milano.

Magari erano anche loro degli Enne 2 con una Berta e una nemesi di nome Cane Nero.

Chissà…

La prossima volta vi porto in Sicilia.

Preparate le valigie.

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