di Francesca Sala e di Pasquale Salerno


Spoiler alert: in questo articolo sono contenuti lievissimi spoiler della quarta stagione di Black Mirror

  1. Il futuro è femmina

La quarta stagione di Black Mirror è stata diversa dalle tre precedenti, questo è innegabile. Ma questa novità non è necessariamente da condannare, anzi: è da premiare.

Black mirror, fino ad ora, è sempre stato capace di prevedere l’evoluzione della tecnologia, rendendo protagonisti delle sue storie apparecchi esistenti solo nel mondo delle ipotesi.

Dopo tre stagioni, quindi, i fan si sono abituati a un determinato linguaggio, a un’impronta inconfondibile, e c’è la forte possibilità che questo abbia creato delle aspettative troppo alte e, di conseguenza, compromesso il giudizio degli spettatori.

Forse ci si aspettava che le nuove puntate fossero ancora più entusiasmanti dei migliori episodi delle serie precedenti, ma un approccio di questo tipo può solo portare delusioni, poiché le storie più amate sono ormai diventate dei veri e propri capisaldi per i fan, dei termini di paragone imbattibili, sempre una spanna sopra qualsiasi puntata futura.

La sensazione generale, quindi, è che la serie abbia perso la sua abilità di guardare avanti e stupire, ma è davvero così? Decisamente no. Charlie Brooker ha scritto qualcosa di molto più sottile e intelligente di qualsiasi invenzione tecnologica.

Il futuro dipinto da questo stagione è un futuro abitato da donne sfaccettate e imprevedibili, che risolvono situazioni e prendono decisioni. Visto il momento storico in cui viviamo, un concetto più futuristico è quasi impossibile da immaginare. Brooker riesce a fare un salto di qualità, nonostante le eccellenze già raggiunte precedentemente: se si fa mente locale, infatti, si trova un panorama di donne complicate, indecifrabili, anche irrazionali e violente, mentre le loro controparti maschili oscillano fra il non esserci, l’essere inutili o “donzelli in difficoltà” e l’essere inquietanti oltre ogni limite.

Donne in controllo, quindi: un tratto più all’avanguardia di qualsiasi apparecchio.

  1. Black Mirror a specchio

Queste ultime due stagioni prodotte da Netflix hanno portato alcune novità, prima fra tutte un boom pazzesco, che ha fatto sì che molte persone la seguissero e commentassero, aspettando disperatamente il rilascio dei nuovi episodi. In aggiunta la serie ha avuto una maggiore libertà di sperimentare dal punto di vista dei generi: episodi come San Junipero, Hated in the nation e USS Callister sono le versioni alla Black Mirror di una rom-com, di un poliziesco e di Star Trek. Ultima, chiacchierata, differenza è il numero di episodi, passato da 3 a 6.

Queste possibilità di spaziare e la maggiore quantità di tempo a disposizione hanno, ovviamente, portato sceneggiatori e registi a fare uno sforzo nel tentativo di reinventare la serie, costruendo episodi con toni diversi dal solito. Questo è ancora più evidente nel caso della quarta stagione dove si è cercato di raccontare situazioni nuove, giocando con i temi della coscienza e delle copie digitali, senza voler assomigliare a ogni costo ai soggetti precedenti.

Se, infatti, una delle cose più amate dai fan di Black Mirror è l’ansia che si prova durante la visione – componente effettivamente mancante in quasi tutte le puntate di questa quarta stagione e fatto che ha dato il via ad aspre critiche – il ritrovarsi senza fiato dopo la conclusione di un episodio non può essere l’unica ragione per seguire la serie.

Il non essere mai sazi delle puntate ansiogene e distopiche è comprensibile, ma se i creatori non si fossero rinnovati probabilmente sarebbero finiti a fare la parodia di loro stessi.

E, da questo punto di vista, è proprio interessante notare l’ordine con cui sono usciti gli episodi in questi ultimi due anni: si crea, infatti, un’assurda relazione speculare fra le storie della quarta stagione e quelle della terza.

L’esempio più lampante è quello di San Junipero e Hang the DJ, le due avventure romantiche con (quasi) lieto fine entrambe uscite come quarte della propria stagione, ma anche tra gli altri episodi ci sono agganci e strane coincidenze.

I primi due episodi affrontano problematiche legate all’apparire in società e alla creazione di personalità fittizie; i secondi sono basati su relazioni complicate con le proprie madri e i terzi sono storie in cui la violenza è l’effetto di tentativi disperati di nascondere azioni riprovevoli.  San Junipero e Hang the DJ, come già detto, sono la nota positiva in questi parallelismi che continuano poi fra le due puntate uscite come quinte, in cui esseri che sembrano animali sono, invece, tutto il contrario, e le seste, thriller in cui la crudeltà umana e il perverso senso di piacere derivato dall’uso di una giustizia privata vengono messi al centro della discussione.

Black Mirror si sta guardando allo specchio da ormai due anni, mostrandoci come le differenze esterne non possono cambiare il cuore, nero, cinico e penetrante, di questo show.

  1. Meta Black Mirror 

È proprio dalla costruzione peculiare di tutta la stagione e in particolare dell’ultimo episodio che scaturiscono altri spunti. Black Museum è un episodio stratificato e intricato. È il primo in cui viene detto in modo esplicito che tutte le storie di Black Mirror, sin dai lontani tempi del maiale, si sono svolte nello stesso universo. Certo, c’erano già stati indizi, più o meno evidenti, ma qui, per la prima volta, prendiamo coscienza di tutto ciò che abbiamo visto e sopportato, tutto rinchiuso in una stanza e messo sotto vetro, da osservare ripetutamente e morbosamente, rewatch dopo rewatch.

Se Black Mirror è il museo, quindi, noi chi siamo? L’inquietante collezionista, gli insaziabili spettatori paganti o Nish, l’angelo della vendetta, che con metodi poco ortodossi pone fine a tutto? La serie ovviamente non dà risposte ma riesce a ricreare nel pubblico la sensazione di angoscia a cui si era tanto abituato e che tanto gli mancava, ma con un’unica, netta, differenza: ormai gli spettatori hanno la consapevolezza di essere stati fra i visitatori del Black Museum. Ci torneremo mai?

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