Non saprò mai cosa significa essere madre di un figlio. Ma io, pittore, sarò madre di un’opera d’arte. Sì, madre. Accogliente nel mio grembo darò nutrimento a un’idea, la cullerò e le insegnerò il suono della mia voce, la scia calda delle mie mani, le spiegherò il mondo attraverso i miei occhi. Lentamente, nello scorrere dei giorni, mentre conduco un’esistenza quotidiana, essa si formerà dentro il mio corpo per avere vita propria, la sentirò mutare, assumere dei contorni diversi da quelli che avevo immaginato, ma non per questo meno adorati, meno capiti.

Uscirà da me su una tela bianca, come un lenzuolo, e sorriderò al vederla esistere, piena esternazione del mio spirito. Amata, desiderata.

Mi commuoverò, osservandola; tangibile parte di me, sussurrerò, accarezzandone i colori.

Quando sarà pronta, sì, sarà doloroso staccarmi da lei, sapere che essa è nel mondo ormai per conto suo, che non ha più bisogno della mano del suo creatore – di sua madre – per comunicare, per raccontare.

No, non porterò mai un figlio in grembo. Ma lasciatemi dire che io, pittore, so cosa significa essere madre.

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