Fondata nel 1987, la casa editrice Iperborea ha progressivamente conquistato un posto di tutto rispetto nel panorama editoriale milanese, attraendo i lettori col proprio inconfondibile formato e con pubblicazioni di eccellente qualità: l’obiettivo primario è la diffusione della letteratura non solo scandinava, ma anche olandese, islandese ed estone, per troppo tempo rimasta sconosciuta al pubblico italiano.

Da pochi anni, è stata avviata un’interessantissima serie di fiabe, inaugurate nel 2014 da “Fiabe danesi” e seguita a poca distanza da “Fiabe lapponi”, “Fiabe islandesi” (2016) e recentemente da “Fiabe svedesi”. Tale impresa rappresenta un punto d’incontro, fondamentale per i lettori, tra la letteratura nordica contemporanea e il fascino delle saghe medievali, andando a illuminare il folklore più genuino di questi popoli: che cosa si sono raccontati per secoli gli uomini del nord, stretti attorno al fuoco, durante i lunghi mesi invernali?

Quando in libreria ho dovuto scegliere quale dei quattro titoli acquistare, senza grande esitazione mi sono rivolto alle fiabe islandesi: immersa nel suo magico isolamento, l’Islanda esercita su molti il fascino di un mondo da sempre chiuso in se stesso, che vive un tempo diverso da quello a noi familiare, in piena sintonia con l’alternarsi di estate e inverno, in cui l’èra degli antichi cicli norreni non sembra essersi ancora conclusa. Mi sorse spontanea e immediata la domanda: cosa potranno dirmi queste fiabe della cultura più tradizionale dell’Islanda? Questo è lo spirito col quale mi sono immerso nella lettura.

“Fiabe islandesi” si presenta come un’antologia fiabesca di materiale altrimenti inedito, selezionato da tre diverse raccolte islandesi e qui presentato in una agile e scorrevole traduzione grazie al lavoro di Silvia Cosimini, a cui si devono svariate altre traduzioni di autori islandesi tra cui il premio Nobel Halldór Laxness e Jón Kalman Stefánsson, uno dei maggiori romanzieri contemporanei, nonché il best seller “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” di Jón Hjálmarsson.

Quel che consiglio è di approcciarvi all’opera con una “sana pigrizia”, essendo disposti a leggere una fiaba e poi fermarvi, assaporandola appieno quasi foste nel bel mezzo di una degustazione culinaria, figurandovi gli spettacolari paesaggi che fanno da sfondo alle vicende di re, contadini, troll, elfi e nani, ritrovando anche il piacere del fiabesco e della narrazione che avevate da bambini.

 

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