Pochi giorni fa è uscito l’episodio finale della terza stagione di Gomorra – La serie, che ha visto Ciro, Genny e Sangue blu come protagonisti. Stefano Sollima non ha diretto nessun episodio, mentre è già stato annunciato da Salvatore Esposito il rinnovo per una quarta stagione.

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Ho apprezzato molto l’intera stagione, ciò che però mi ha lasciato perplesso è la direzione che la serie sta prendendo.
Indubbiamente Gomorra è un gioiello della televisione italiana, ma io credo che non basti la qualità tecnica e attoriale per costruire un buon prodotto. Bisogna dare molta importanza anche ai messaggi che vengono trasmessi.
E quando il protagonista di una storia è la camorra, non si possono fare errori.

Io non mi schiero dalla parte di coloro che ritengono sbagliato produrre una serie sulla camorra poiché “farebbe solo ulteriore cattiva pubblicità alla città di Napoli”.
Ritengo anzi che sia giusto parlare del cancro che è la camorra, e ai tempi d’oggi una serie tv è uno dei modi più diretti per raccontare qualcosa alla gente.
Ma la domanda è: raccontare cosa?
Fino alla seconda stagione c’è stato un susseguirsi di eventi, a volte forse troppo distanti dalla realtà, ma comprensibili. Una crescita ed evoluzione dei personaggi, circoscritti nei loro ambienti. Ma con quest’ultima stagione credo si sia persa un po’ la bussola.

Il mio parere è che fino alla seconda stagione gli eventi di Gomorra avevano la propria consecutio, ogni personaggio era funzionale alla costruzione della storia.
Mentre, in quest’ultima stagione, i personaggi sembrano tenuti in vita a forza, spediti in situazioni che puzzano di finto. Le relazioni continuano a cambiare, senza un filo logico. Chi prima si odiava, ora si ama, per poi odiarsi di nuovo.
Ma stiamo parlando ancora di camorra o della gang del bosco?

Per fare dei rapidi esempi, in Romanzo criminale – La serie c’è un’ascesa dei personaggi e poi un loro decadimento. La sua sceneggiatura non perde colpi, gli eventi filano precisamente in una direzione che è chiara già dalla primissima puntata.
La stessa identica cosa accade in Narcos oppure ne Il capo dei capi.
Mentre in Gomorra i personaggi sono in balia degli eventi e non vengono mai puniti: anche quando muoiono, lo fanno da eroi.
Un conto è il fascino del male: i cattivi hanno sempre carisma; ma qui ci si avvicina ad un elogio alla camorra. Il mio non è un discorso di buonismo, bensì di coerenza concettuale.

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Mi sono anche domandato se tutto ciò fosse dato dalla scelta di mostrare una camorra che non muore mai e che trova sempre un modo di rinnovarsi.
Ma, innanzitutto, penso che Roberto Saviano (presente nel progetto come ideatore) non dovrebbe permettere che trapeli un messaggio di questo tipo, altrimenti rivelerebbe una grande incoerenza con i suoi ideali.
E, in ogni caso, questo non era il modo di raccontare una camorra immortale. Così hanno soltanto ridicolizzato dei personaggi, rendendoli surreali e stucchevoli.

Per me Gomorra rimane un prodotto di qualità. Ma questa riflessione è dovuta dal fatto che, una volta giunti alla terza stagione, personalmente mi aspettavo una reale svolta.
Una caduta dei personaggi, i quali invece continuano ad evolversi, senza mai avere un declino. È inoltre palese che le new entry del cast non siano funzionali alla narrazione, ma servano piuttosto per tenere in vita la serie. Sono infatti palesemente ispirati all’ultimo libro di Saviano, La paranza dei bambini. Ma cosa c’entra con Gomorra?
Per la prossima stagione temo il peggio, anche perché a questo punto credo che la serie proseguirà, come troppo spesso accade, con il solo scopo di lucro.

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