Intervista alla compagnia Ateliersi – un approfondimento su “ISOLA E SOGNA”.

Per prima cosa volevamo iniziare chiedendovi da dove nasce l’esigenza di trattare il tema dei migranti, andandosi a focalizzare soprattutto, tenendo conto dell’ importanza delle parti chiamate in causa e degli interessi in gioco, di una figura piccola, come quella di un sindaco.

Fiorenza: Qualche anno fa, in occasione delle elezioni per il sindaco di Bologna, fummo coinvolti in una serie di iniziative organizzate dall’Arcigay sull’immaginario e sull’immaginazione di un potere gestito da una donna. Ci fu chiesto di partecipare con un nostro lavoro. Sulle prime eravamo un po’ in difficoltà, per le complessità che il tema del potere porta con sé, poi abbiamo iniziato a interessarci alla figura di Giusi Nicolini, che era allora sindaco di Lampedusa. Siamo andati lì e abbiamo fatto una ricerca sul campo raccogliendo il materiale che ci serviva.

Andrea: In realtà la figura di un sindaco non è poi così piccola: come dice la Nicolini in un brano dello spettacolo, il Sindaco è il rappresentante dello Stato verso la comunità e il rappresentante della comunità verso lo Stato. Ha in realtà una possibilità di semantizzazione molto forte, ed è ciò che Giusi ha fatto appena si è insediata. Un Sindaco, se vuole, può avere la possibilità di essere un ricettore attento e un portavoce determinato della comunità a cui appartiene.

Lampedusa, prima che lei diventasse sindaco, era rappresentata come un confine sotto invasione. Nel 2011, durante e dopo quel concatenarsi di eventi che furono chiamate “le primavere arabe”, arrivarono moltissime persone dal Nord-Africa che furono trattenute deliberatamente sull’isola, senza essere traghettate in Sicilia o sul continente.

Giusi Nicolini partì da un processo di ri-semantizzazione della situazione: al posto di invasione si cominciò a parlare di accoglienza, piuttosto che clandestini si iniziò a usare migranti. Il linguaggio  ha un potere molto forte di incisione sulla realtà. Ma da quando Giusi iniziò a rivestire un ruolo istituzionale iniziò anche ad essere molto criticata da chi le era stato accanto fino ad allora. Finché era un’attivista, finché era una rappresentante di Legambiente che aveva sottratto i territori alla speculazione edilizia, era sostenuta e appoggiata da molti attivisti e realtà autorganizzate dell’isola. Nel momento in cui si è trovata sulla poltrona scomoda di Sindaco, ha iniziato a delinearsi una figura in chiaroscuro, con una tridimensionalità che lasciava spazio sia alla celebrazione sia alla critica. E qui abbiamo cominciato ad interessarci a lei come a un personaggio. Da un lato infatti è stata molto radicale nelle sue posizioni riguardo i migranti, dall’altro si è preoccupata di portare a Lampedusa il Papa e il Presidente del Parlamento Europeo. Questo è il ruolo istituzionale: avere la responsabilità di aprire contesti di confronto. Se si pensa a come si è trasformata Lampedusa nell’immaginario comune ci si può render conto di quanto la sua figura sia stata determinante.

Fiorenza: Vorrei aggiungere una cosa: il ruolo di un Sindaco non è, come dice anche Giusi, un ruolo in cui hai tante possibilità o strumenti per agire. Solo alcune figure riescono a intuire che il vero strumento è proprio il linguaggio. Poche persone hanno avuto quest’intuizione e di solito sono state dirompenti.

Ci siamo focalizzati su come la Nicolini sia riuscita a portare il discorso su Lampedusa ad un livello così alto.

Avete detto che per costruire il testo siete andati lì sul campo, come è stato il lavoro?

Andrea: Sì, noi spesso lavoriamo così. Ci spostiamo e facciamo ricerca sul campo. In questo caso siamo andati a Lampedusa e abbiamo iniziato a intervistare le persone, alcune scelte da noi e altre che il caso ci ha fatto incontrare: i vacanzieri in campeggio, l’edicolante, il responsabile del giornale locale.

É stato poi molto importante l’incontro con Askavusa, l’associazione che gestisce Porto M, che ha fatto e fa un lavoro molto importante con i migranti. Il dialogo con loro è stato la fonte principale per la parte più critica nei confronti di Giusi. Queste persone avevano appoggiato la Nicolini quando era fuori dalla politica e l’hanno poi contrastata quando lei ha cercato di portare avanti il suo approccio radicale e la ricerca di un’efficacia istituzionale. Abbiamo poi costruito il testo a partire da tutto il materiale raccolto.

Tutto materiale preso dal vivo quindi.

Andrea: Sì, tranne alcune parti che provengono da quel bellissimo libro-intervista di Giusi con Marta Bellingreri che si chiama Conversazioni su Isole, Politica, Migranti. Un libro molto prezioso pubblicato da Edizioni Gruppo Abele, ci siamo stupiti che non fosse reperibile a Lampedusa…

Che tipo di impatto ha avuto il vostro spettacolo? Sia sulla comunità dell’isola sia in generale.

Fiorenza: Non abbiamo mai portato lo spettacolo a Lampedusa. Molti degli abitanti sanno che esiste e anche Giusi Nicolini lo conosce. Ogni volta che l’evolversi degli accadimenti porta alla necessità di una variazione drammaturgica, ogni volta che lo presentiamo, la informiamo. Altra cosa è il confronto con il pubblico quando portiamo in giro lo spettacolo, che spesso ci conduce a lunghe discussioni sulla relazione tra responsabilità, linguaggio e potere.

Andrea: A Lampedusa in molti non vogliono che la loro isola sia riconosciuta esclusivamente come l’isola dell’accoglienza. Per questo motivo, e per la complessità delle dinamiche interne, è molto difficile attualmente portare lo spettacolo sull’isola. Invece all’esterno abbiamo incontrato tante persone che su quell’esperienza hanno costruito il proprio percorso cognitivo rispetto alla questione migranti.

Lo spettacolo ha un impatto forte, ma non provocatorio, né che porta lo spettatore a sentirsi in colpa.  Possiamo definirlo uno spettacolo inchiesta. Questo è il solito vostro modo di lavorare?

Fiorenza: In questo caso non abbiamo sentito la necessità di una provocazione a livello formale. Nei nostri lavori cerchiamo in primis di stimolare una condivisione di pensiero. Per noi creare uno spettacolo è costruire un’unione, un’assemblea di menti. Cerchiamo drammaturgicamente un modo affinché queste menti si trovino in concerto tra di loro. Creiamo un processo per mettere lo spettatore in contatto con lo spettacolo, per metterlo a proprio agio.

Andrea: Crediamo ci sia la necessità di un’accoglienza in un luogo di pensiero condiviso. É una questione estetica, etica e politica. In questo periodo storico c’è bisogno di trovarsi e ragionare sulle cose. In De Facto ad esempio, il lavoro sulla strage di Ustica che abbiamo presentato da poco al Festival Romaeuropa, ci siamo concentrati sulla creazione di un ambiente accogliente nel quale le persone possano stare insieme alle parole e alla musica.

Quindi la musica è sempre un elemento costituente dei vostri spettacoli? Lavorate sempre con gli stessi musicisti?  

Andrea: Sì è un momento co-autoriale molto forte.

Fiorenza: Non lavoriamo sempre con gli stessi musicisti. Per esempio, nello spettacolo De Facto  abbiamo lavorato con Caterina Barbieri, una compositrice di musica elettronica che amiamo molto. Con i musicisti di Isola e Sogna, ovvero con Vittoria Burattini, Mauro Sommavilla e Vincenzo Scorza, abbiamo collaborato in altri due lavori: Urban Spray Lexicon e In Your Face, il nostro ultimo spettacolo.

Andrea: In In Your Face mettiamo in relazione Facebook con Pirandello e la sua opera Trovarsi, ragionando sulla dimensione dei social, cioè sulla rifrazione dell’identità nella percezione degli altri. É un’analisi dell’evoluzione nella percezione della personalità quando si scinde e si rifrange.

Avete detto che iniziate fin da subito a lavorare insieme ai musicisti. Come funziona questo processo?

Fiorenza: La ricerca drammaturgica ci porta inizialmente ad ottenere degli elementi che poi andiamo a comporre. A quel punto chiediamo ai musicisti di iniziare ad immaginare. Guardiamo insieme questi elementi e iniziamo a dar loro dei nomi, delle qualità su cui lavorare. In teatro si comincia sempre da una modalità di lavoro artigianale, anche da alcune semplificazioni, che in una prima fase servono ad impostare un percorso condiviso. Tentiamo di ridurre i nostri materiali a dei nuclei sentimentali, a delle qualità emotive precise. Poi creiamo dei riferimenti ritmici.

Immaginiamo con i musicisti quale potrebbe essere lo stile, la qualità musicale più adatta a legare quei nomi che cerchiamo di dare alle situazioni. Iniziamo a lavorare partendo da lì. I musicisti hanno una loro modalità di provare, che secondo me è bellissima: si mettono lì e iniziano a creare tra di loro. Ci sono giorni in cui si produce molto e altri in cui c’è necessità di rifinire e consolidare. Lavorare coi musicisti è molto divertente, e il divertimento è una parte fondamentale di questo mestiere. Cosa ce ne facciamo della sala prove nel 2017, in questa parte di mondo, se non ci divertiamo? Siamo degli artisti nel quotidiano e in questo quotidiano cerchiamo di stare bene. Questa secondo me è veramente una parte fondamentale: stare bene significa soprattutto condividere una scelta di vita precisa che costa pensieri, filosofia e sacrifici.

Parliamo del vostro lavoro con l’utilizzo delle poltrone, del perché vengano spostate durante lo spettacolo.

Andrea: La complessità della “Questione Nicolini” si è delineata quando Giusi ha iniziato a ricoprire un ruolo istituzionale ed è salita sulla poltrona di sindaco. Da quella tridimensionalità è iniziata la nostra ricerca. Il lavoro fisico che facciamo in scena parte da Ricerca della comodità su una poltrona scomoda: un articolo che Bruno Munari scrisse per Domus nel ’48. Nel lavoro sulle immagini di quell’articolo, la questione simbolica si trasforma in un processo fisico. I diversi movimenti compiuti in scena non hanno infatti un significato simbolico univoco, ma rientrano nel loro complesso all’interno di un ragionamento condiviso sulla continua ricerca di comodità in situazioni complesse e controverse.

Per chi non avesse visto lo spettacolo qui trovate la recensione.

Intervista di Andrea Predieri

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