Commedia dell’arte o Goldoni? Natale 2006

Ultima decade, ultimi cinepanettoni.

Natale a New York riassume perfettamente l’ultimo atto della fortunata saga prodotta da De Laurentiis: dopo l’addio di Boldi si torna ad avere De Sica come mattatore assoluto, accompagnato da nuove leve della comicità nostrana.

Prende così piede l’ennesima avventura natalizia, sempre basata su equivoci e fraintendimenti, gag ormai trite ed esasperate quasi al limite.

De Sica, in veste anche di narratore, ci presenta la cornice nella quale si svolgeranno gli eventi: il suo personaggio è un ex-musicista di piano-bar, Lillo (praticamente una versione rimodernata del Billo interpretato da Jerry Calà nel 1983), ormai sposato con un ricca donna. L’unico problema? Per mantenere lo status – e i soldi – non deve mai tradire la moglie. I guai però iniziano con l’incontro della vecchia fiamma Barbara (Sabrina Ferilli), anche lei accasata e incastrata nel matrimonio da un simile contratto.

Lei è disposta a rinunciare a tutto per amore di Lillo, mentre lui non ci pensa nemmeno e fa di tutto per tenerle nascosta la sua situazione coniugale.

In parallelo seguiamo le vicende di Filippo Vessato (Fabio De Luigi) che si trova in America per il suo matrimonio; in più però gli è stato affidato un incarico dal suo capo (Claudio Bisio): trovare il figlio, studente di un college newyorkese, e consegnarli il suo regalo di Natale.

Le iniziali similitudini con il capostipite ritrovabili a livello di trama spariscono con il procedere della narrazione che si ripiega sempre più su se stessa e appassisce a furia di sketch incredibilmente prevedibili.

L’assenza di Boldi fa perdere una parte dell’esagerata volgarità che i film avevano guadagnato con il tempo – clamorosamente nella pellicola non ci sono eclatanti nudi femminili e si vedono “solo” un paio di tette – ma comunque nessuno dei nuovi partecipanti porta novità sorprendenti sul piano comico.

Inoltre l’opera ha dimenticato un’altra, importante, parte della sua essenza: la capacità di restituire la realtà sociale del momento e leggerla in una chiave sì leggera ma anche onesta e ingegnosa. I personaggi in scena, infatti, sono sempre più macchiette senza personalità, maschere di ruoli stereotipati e inverosimili che si muovono seguendo strade già battute.

Questi schemi funzionavano e appagavano il pubblico nel periodo della commedia dell’arte e sembrano fare lo stesso anche adesso.

C’è solo da sperare nell’arrivo di un contemporaneo Goldoni per toglierci da questa impasse comica.

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Francesca Sala

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