Un racconto di Clara Galletti


Quando venne approvata la legge anti-immigrati, molti scesero in strada a festeggiare la vittoria. Si brindava ai posti di lavoro resi disponibili, ai diritti ritrovati, allo svuotamento delle case popolari; i più nazionalisti intonavano l’inno ed elogiavano il ritorno dell’italianità. Qualcuno sosteneva che sarebbe diminuita la criminalità, altri aggiungevano che sarebbe finita la paura di uscire la sera e di girare in metro. La nuova legge imponeva il ritorno al proprio paese a chiunque non fosse nato in Italia, ma si vociferava che avrebbe addirittura riportato a casa gli italiani all’estero: la rimpatriata dei cervelli, la chiamavano.

Insomma, la prima reazione non fu che di gioia. Gioirono i calciatori quando si accorsero che le squadre avversarie avrebbero perso il loro capitano. Gioirono i cuochi delle mense per il non doversi più preoccupare dei musulmani. Gioirono gli insegnanti quando all’appello non trovarono più difficoltà nel pronunciare i nomi.

Per mesi si videro lunghe file di persone arrivate in Italia per le ragioni più disparate ed ora costrette ad andarsene. Si muovevano in silenzio, trascinandosi ai piedi bagagli di ogni tipo, stracolmi di una vita adesso da disfare. Nessuno osava protestare e attendeva a capo chino il momento di partire.

Ma ogni straniero che tornava al proprio paese si portava via qualcosa. Ogni nave salpata era un carico di parole; ogni aereo decollato una stiva di culture; ogni treno partito un vagone di sapori.

Sparirono i mon cherì alle casse dei supermercati, ma di cioccolatini ne esistevano così tanti che nessuno se ne accorse. Scomparvero le baguette nelle panetterie, ma tra fruste e filoncini si riuscì a tamponare la perdita. Divenne impossibile acquistare del cous-cous, ma si consumava già talmente tanta pasta che in pochi ne sentirono la mancanza.

La stessa sorte toccò anche ad articoli di altro genere, come lo skateboard e lo ski-lift, ma ormai era chiaro a tutti che si poteva sempre andare in bici e usare la funivia.
Poi fu la volta del surf, dello snorkeling e del bungee jumping, però erano tutte attività di nicchia e la gente semplicemente si rassegnò e si adeguò al cambiamento.

Anche alle pubblicità tocco la stessa sorte, solo che a risentirne fu giusto la Benetton che perse alcuni clienti dopo essere stata costretta ad abbandonare il suo slogan dai colori uniti.

Qualche sbuffo arrivò dagli amanti degli aperitivi, quando vennero depennati dai menù gli esotici piña colada, caipirinha e caipiroska.

I primi problemi arrivarono quando, negli ospedali, sparirono parole come ticket o by pass. Dottori e infermieri andarono a cercarle nel dizionario ma fecero proposte o troppo generiche, come “biglietto”, o troppo assurde, come “presso il passaggio”. E alla fine tutti concordarono che la traduzione creava solo più caos e che perciò andava cercata un’altra soluzione. Allora, qualcuno provò a seguire i vecchi termini ma scoprì che si erano già imbarcati dentro a una valigia con le ruote che un tempo si chiamava trolley e che adesso non aveva più nome.

Fu l’inizio della fine.

Le case si ritrovano spoglie, poiché la mobilia era per maggioranza svedese.
Internet tornò ad essere via cavo perché la wi-fi scomparve all’improvviso. Gli smartphone lasciarono il posto ai più comuni cellulari, e i tablet non si fecero più vedere in giro. La vita divenne dura anche per i computer, o meglio per i “calcolatori” perché molti programmi, a causa dei loro nomi, non ci giravano più.

Eppure a cambiare non fu soltanto il campo della tecnologia, bensì la vita di tutti gli italiani.

Non potendo più usare il garage, si parcheggiò per le strade, nei parchi, sui marciapiedi. Il ministro dell’ambiente tentò di gridare “allarme smog” ma non aveva più un modo per dirlo.
Il problema più grosso tuttavia si manifestò qualche settimana più tardi, quando tutte le persone si accorsero di aver perso la propria routine.

Allora fu chiaro che la legge anti-immigrati aveva, sì, reso l’Italia più italiana ma aveva anche sconvolto la vita di tutti e, come era già successo qualche mese prima, la gente scese di nuovo per strada.

Questa volta non più per festeggiare, bensì per protestare.

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