La casa sul lago

Cris appoggiò il libro sul tavolino, passandosi una mano tra i capelli. Ho bisogno di una pausa, si disse. Con calma, si alzò dal divano e si avvicinò alla finestra. Con la coda dell’occhio lesse il titolo del libro che aveva trovato poco prima nella libreria della villa, e che si era subito messa a leggere: “L’Orrore di Dunwich”, di Lovecraft.
Cris non era mai stata una ragazza impressionabile. Entro i vent’anni era riuscita a mettere le mani su ogni libro di King, Poe e Matheson, leggendo avidamente quelle storie di mostri e ombre crudeli acquattate negli armadi. Inoltre aveva visto tutti i classici dell’orrore prima dei quindici anni, procurandosi spasmi di piacevole paura durante la visione e, più tardi, incubi impressionanti. Ricordava ancora quando, a circa dodici anni, aveva visto “Carrie, lo Sguardo di Satana” mentre i suoi erano a una cena di lavoro: non era riuscita a dormire per una settimana intera, ma ne era valsa la pena. Ma quel tempo era passato: di anni ne aveva ormai trenta, e da tempo non provava più piacere nel guardare film dell’orrore, o nel leggere libri di King e di Edgar Allan Poe. La considerava una fase, ormai passata, del suo percorso verso una visione più razionale del mondo. Non poteva più credere nell’esistenza di mostri ed esseri che vivevano nell’armadio o sotto il letto, anche se la nuova casa, doveva ammetterlo, era abbastanza inquietante.
Tempo prima suo padre, direttore delle Industrie Chimiche Mabretti, si era dovuto trasferire in quella zona, e aveva proposto alla figlia di trasferirsi anche lei in una delle tante ville costruite sul lago un centinaio di anni prima. Il prezzo era alto, certo, ma l’avrebbe pagata lui, la casa, beninteso: voleva solo offrirle un luogo in cui potesse terminare in pace la stesura di quello che, ne era certo, sarebbe diventato il suo romanzo d’esordio. Inutile dire che Cris aveva subito accettato con piacere. Per questo, dopo aver sbrigato un po’ di pratiche burocratiche, aveva lasciato la città per trasferirsi nella villa. Erano giorni che frugava negli armadi, alla ricerca di qualcosa di interessante, e dopo aver trovato “L’Orrore di Dunwich” nella libreria, aveva voluto tentare un esperimento. Aveva abbandonato un momento le sue ricerche per sedersi sul divano, in mezzo agli scatoloni, e mettersi a leggere quel libro di Lovecraft. Aveva tentato di ritrovare l’innocenza che aveva avuto tanti anni prima, quello strano piacere che aveva provato leggendo di mostri e orribili creature. Tuttavia, dopo poche pagine quello che aveva letto l’aveva sconvolta, tanto che aveva dovuto sospendere la lettura. La venuta di mostri dallo spazio, quel terribile essere, Yog Sothoth, tutto ciò che aveva letto la turbava nel profondo, e strani pensieri le erano affiorati nella mente come cadaveri da troppo tempo sepolti sott’acqua.
Si passò di nuovo una mano tra i capelli. Non esistono certe cose, si disse, respirando profondamente. Non esistono. Devo smetterla, non sono più una bambina. Stiracchiandosi e sentendosi più tranquilla, tornò ai suoi scatoloni e alle cartacce che potevano, forse, nascondere qualche informazione interessante sulla casa e sui precedenti abitanti.
Dopo alcune ore, nella casa scesero le tenebre.
Cris non se ne accorse nemmeno. Era china su uno scatolone e stava spostando l’ennesimo strato di libri. I Viaggi di Gulliver, lesse mentalmente, Dracula, Il Signore delle Mosche. Sembrerebbe una collana completa. Forse a un mercatino dell’usato potrei farci qualcosa. Finì di spostare i libri, tutti foderati da una sovracoperta marrone scuro, e sotto di essi, dove pensava che si sarebbe stato solo il fondo del cartone, vide qualcosa che la fece esitare per un momento.
Era un pacco di fogli ingialliti riempiti di scritte d’inchiostro in una grafia sottile, tenuti insieme da un esile filo di spago grigio che ne aveva segato i bordi. Cris li prese con un movimento lento: sembravano potersi sbriciolare fra le sue dita da un momento all’altro.
Con cautela, portò il plico di carta in cucina. Appoggiò i fogli sul tavolo e con mani tremanti sciolse il nodo, liberando la carta dalla morsa dello spago. Si diresse verso il frigo, prese una bottiglia e si versò un bicchiere di vino, per poi tornare a sedersi al tavolo.
Osservò i fogli: erano delle lettere. In alto a destra si poteva leggere il nome del paese in cui la villa era stata costruita e la data di quando erano state scritte, e avevano la chiara forma della lettera di fine Ottocento. Erano perfino firmate. Probabilmente si tratta di una corrispondenza tra un abitante di questa villa e un suo amico o parente, si disse Cris. Forse anche con queste ci potrei fare un po’ di soldi, a qualche mercatino. Magari erano uomini importanti. Si guardò intorno. Non erano certo poveracci gli uomini che abitavano queste ville. Mise il plico di lettere alla sua destra, prese il primo foglio della pila e iniziò a leggere.

Caro Alfredo,
la casa è meravigliosa. Mi troverò di certo bene qui. I vicini, i signori Marelli, proprietari di alcune acciaierie, sono silenziosi – a tratti credo che nemmeno esistano, per il poco rumore che fanno! – e il lago, che con le sue acque lambisce le inferriate che delimitano la proprietà, è davvero uno spettacolo rilassante. Sono ormai due notti che lo sciabordio leggero delle onde accompagna i movimenti della mia mano, mentre prendo appunti per il mio nuovo romanzo.
Mi sono ritirato qui per cercare la tranquillità che la città dove siamo cresciuti non mi concedeva. Iddio mi sia testimone, dopo soli dieci giorni di permanenza già il mio animo si è rinfrancato, e scrivo con più scioltezza di quanta non ne possedessi nella casa di città. Sono finalmente felice. Per la prima volta da quando mia moglie ha lasciato questo nostro mondo, posso davvero dire di aver trovato un equilibrio nella mia vita. Ti ringrazio per il consiglio che mi hai dato, dicendomi di venire qui a ritemprare il corpo e lo spirito. Di certo sta funzionando.
Salutami Carla e i piccoli, che spero trovino gioie nella frequentazione della scuola.
Attendo tue notizie,
Roberto

Sono le lettere di un uomo, pensò Cris, mentre con mano ferma spostava il primo foglio. Probabilmente ha vissuto per qualche tempo proprio in questa villa, in riva al lago, più di cento anni fa. Scostando una ciocca di capelli dal viso, la ragazza riprese a leggere.

Caro Alfredo,
ho ricevuto con piacere la tua risposta alla mia lettera. La notizia dello stato di Carla, e del nuovo figlio in arrivo, mi riempie di gioia.
Non credere, come hai scritto, che il mio intento sia di tiranneggiarti, descrivendo una vita che qui è bucolica e nella tua città è invece grigia e triste. Al contrario, spero di ricevere presto una tua visita. La vita non mi sorride più così tanto, come nei primi giorni, e il lago non è più una dolce culla.
La casa è molto grande. La signora Criselli, che dovrebbe tenerla pulita, dice di non farcela da sola. Le ho dato il permesso di assumere una ragazza affinché l’aiuti: come sai, la disponibilità economica conseguente alla morte della mia amata Cristina – che Dio l’abbia in gloria – mi permette di aumentare a mio piacimento il personale della casa.
La nuova domestica è silenziosa, almeno quanto ogni altro abitante del villaggio che ho incontrato finora. Un arcano che continuo a non comprendere, e che comincia a invadere i miei pensieri notturni angustiandomi ora più che mai. Ma forse ho solo incontrato uomini di poche parole.
Ho preso l’abitudine di recarmi ogni sera nella parte del parco che viene lambita dalle acque nere del lago. Mi capita, alle volte, di assopirmi seduto su una delle panchine di pietra, appoggiato allo schienale. È strano quanto la mente, in un momento di sonno, possa giocarci tiri mancini. Mentre sono nel dormiveglia, in riva al lago, mi sembra sempre che qualcosa di orribile stia camminando nelle vicinanze, così vicino da poterne percepire l’odore di putrefazione. Non angustiarti. Credo che la mente possa fare brutti scherzi a un uomo non abituato a un determinato clima.
Saluta tutta la famiglia, e dai un bacio al piccolo Lucio.
Un abbraccio,
Roberto

Cris spostò anche questo foglio. Settanta, ottant’anni fa gli uomini potevano credere a qualsiasi cosa, pensò sorridendo. Già immaginava quell’uomo, che rispondeva al nome di Roberto, seduto in riva al lago, nel parco della villa, con in mano un buon libro di Edgar Allan Poe, tremante come un foglia. Non prenderti troppo gioco di lui, si disse, smorzando un po’ il sorriso. Anche tu prima, con in mano l’Orrore di Dunwich, ti sei messa a tremare. Con questo pensiero nella mente si passò una mano tra i capelli e iniziò a leggere i pochi fogli che rimanevano. Notò che le lettere si facevano via via più corte, più stropicciate, scritte in una grafia disordinata e su carta macchiata di tè e caffè. I bordi presentavano pesanti sbavature dell’inchiostro.

Caro Alfredo,
credo che le mie non siano solo fantasticherie, o pessimi scherzi della mia mente affaticata. Credo che qualcosa esista, ed è di questo qualcosa che vorrei parlare con te. Accadono cose strane, in questo paesino sul lago. A questo proposito, ti voglio raccontare un fatto che credo ti chiarirà la situazione in cui mi trovo.
Questa mattina, bastone, cappello e soprabito, mi sono finalmente convinto a uscire di casa. Ho chiuso la porta e, armato di coraggio e di una piccola Smith Wesson – la due colpi di nostro padre, ricordi? – sono sceso in paese. Mi è parso subito strano, devi sapere, il non vedere nessuno vestito in maniera simile a me. Sembra che questo piccolo paesino sul lago non sia abitato da uomini come noi. La buona società pare che non alberghi in queste lande, e nonostante tutte le ville costruite sul lago non ho visto un solo uomo d’affari passeggiare lungo queste meravigliose rive. Le strade del paese erano quasi interamente occupate da figure di povertà e miseria, braccianti che mi scrutavano torvo e muratori che facevano finta di non vedermi, anche se sono certo che, alle mie spalle, ognuno di costoro abbia maledetto la mia persona.
Sono rimasto poco in paese. Il cuore mi batteva forte, come nei primi giorni dopo il funerale della mia Cristina, e non mi sono calmato nemmeno tornando qui, nella nostra villa sul lago. Tra gli uomini e le donne che ho incontrato ho respirato soltanto ostilità, odio, dolore.
Giunto qui, nel giardino della casa, ho sentito di nuovo l’odore terribile di morte e putrefazione pervadere l’aria. Credo che tutto sia collegato, dai lavoratori che hanno costruito la ferrovia, ai braccianti incontrati in paese, dalla mancanza di rumori dei vicini, la cui villa è a sole poche centinaia di metri dalla mia, a questo terribile odore, che anche ora sembra pervadere ogni cosa.
Indagherò su questi fatti.
In attesa di tue notizie,
Roberto

PS: ti chiedo di rimandarmi, insieme alla tua risposta, anche questa lettera e tutte le precedenti. Il contenuto potrebbe spaventare Carla e, nel suo stato, credo che questo sia da evitarsi.

Cris continuò a leggere per circa un’ora. Lesse di come Roberto, evidentemente impaurito dall’atteggiamento degli abitanti del paese, avesse iniziato a indagare sulle abitudini dei locali. Nelle molte lettere che formavano il plico erano descritti i più sconcertanti fatti che la mente umana potesse concepire. Cris lesse di raduni di uomini vestiti di nero, che scoperchiavano tombe ed estraevano i cadaveri, smembrandoli e dandoli in sacrificio a strani Dèi tentacolari, e di strane apparizioni di contadini perfino nel parco della villa sul lago. Inizialmente rise, prendendosi gioco mentalmente della stupidità di quell’uomo, che riportava fatti così assurdi nelle sue lettere. Poi, a mano a mano che procedeva nella lettura, sentì più di una volta un brivido freddo correre lungo la spina dorsale. È un pazzo, si disse, iniziando a tormentarsi una ciocca di capelli che teneva fra le dita. Un pazzo con le visioni. Addirittura qui dice, che, oh mio dio, che sarebbe stato minacciato da uomini-rana. Doveva farsi di qualche cosa, non so. Oppio, magari. Dopo qualche tempo, si accorse che il plico si era quasi esaurito, e che quella che teneva in mano era l’ultima lettera.

Alfredo, tutto ciò che ti ho narrato ha trovato conferma nella giornata di ieri. Mi sono recato di nuovo in paese, per indagare sui profanatori di tombe, sugli empi e crudeli riti che hanno luogo in queste terre abbandonate da Dio.
Il paese era vuoto. Non vi ho trovato nemmeno un bracciante o un operaio che potesse guardarmi storto e, come già ti ho detto, non c’era l’ombra di un uomo d’affari.
Camminando lungo la riva del lago, attraverso uno stretto viale circondato da baracche deserte, ho sentito delle voci levarsi chiare. Pronunciavano blasfeme parole che potrei riscrivere come “Ag…nazagh…garleth, Rl’yeh Magrakkah…”, anche se non sono ovviamente sicuro della trascrizione. Le voci provenivano da un capanno costruito proprio in riva al lago, e più mi avvicinavo all’edificio, più l’odore di putrefazione si faceva intenso e penetrante. Mi sono accostato alla costruzione e ho sbirciato tra le assi di legno marcito e, oh, caro Alfredo, non puoi immaginare nemmeno quale Orrore alberghi in questo luogo.
Accovacciati nel capanno c’erano tutti i contadini e tutti i braccianti che mi avevano osservato quando ero sceso in paese. Erano in atteggiamento di adorazione, e davanti a loro – quale orrore! – corpi insanguinati stavano distesi e immobili. Aguzzai la vista e subito li riconobbi. Erano i signori Marelli.
L’orrore, di fronte a loro, era più grande e terribile di quanto io possa descrivere a parole. Una creatura…

Cris lesse la descrizione, e represse un conato di vomito. Si strinse in un abbraccio le ginocchia e sentì sulla lingua un sapore di bile. Rabbrividì, mentre un odore rancido pervadeva ogni angolo della casa.

Racconto di Davide Longo

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