La neve cadeva fitta e silenziosa. Erano anni che non si assisteva ad uno spettacolo simile. Vittorio Emanuele II e il suo destriero – cercando di non dare nell’occhio – ogni tanto si davano una piccola scrollata. I bersaglieri si scambiavano animati bisbigli, ma erano attenti a non attirare l’attenzione dei pochi passanti. “Sempre a parlare di Magenta…”, borbottò stizzoso il doccione a forma di drago scrollando le piccole ali di marmo e sgranchendosi le zampe leonine dai lunghi artigli. “Fate silenzio”, implorò il cane con la sua voce profonda, allargando le fauci in un sonoro sbadiglio e stringendosi nelle ali, “non è ancora ora di alzarsi”. “Ti sbagli”, fece l’altro, “sono le 2 in punto e la piazza ora è completamente vuota”. “Tacete”, gridò qualcuno degli altri centocinquanta doccioni della cattedrale, “sto cercando di dormire”. “Adesso mi sono stancato!”, gridò il drago di marmo spruzzando acqua dalla bocca, “tutti svegli”, ordinò destando dal suo torpore perfino la fanciulla con il vaso. “Per l’amor del cielo…”, sentenziò con acidità, provocando una smorfia di disgusto nel gargoyle, “selvaggi demoni”.

L’aveva solo immaginato o qualcuno aveva parlato? Giulio si mise a sedere massaggiandosi la testa. Devo aver preso una bella botta, pensò cercando di ricordare cosa fosse successo. A giudicare dallo strato di neve che gli ricopriva le gambe doveva essere svenuto da un po’. Fai mente locale, si disse, hai accompagnato Caterina alla metropolitana ed eri diretto alla fermata del tram. Volevi fermarti a scattare una foto all’albero di Natale e… sei scivolato sul giaccio. Imbecille! Fu il dolore alla caviglia a confermare la sua ricostruzione. “Smorfiosa!”, asserì qualcuno all’improvviso. Giulio si guardò attorno. “Chi c’è?”, domandò, “c’è qualcuno?! Ho bisogno di aiuto!”. Riprovò ad alzarsi ma era inutile: la testa gli faceva male e gli sembrava impossibile appoggiare il piede a terra. Aveva i pantaloni fradici e la neve continuava a scendere sempre più fitta. Ai lati del portone d’ingresso le due teste leonine si scambiarono uno sguardo. “Ha bisogno d’aiuto!”, bisbigliò l’uno. “Non possiamo comunicare con gli umani”, rispose subito l’altro, a voce abbastanza alta perché Giulio potesse sentirlo. “Chi c’è?!”, chiese ancora, “ti ho sentito, sai?! Per favore… posso lasciarti il portafoglio, ma chiama qualcuno. Sto gelando!”. Il ragazzo si sentì un imbecille: quale malintenzionato gli avrebbe chiamato un’ambulanza? “È già tanto se sopravvivo a questa notte”, disse rassegnato ridacchiando istericamente. “Hey, tu. Umano”, proferì uno dei leoni dopo essersi schiarito la voce. Vittorio Emanuele II sgranò gli occhi. I bersaglieri sotto di lui smisero di mormorare per osservare, seppur da lontano, la scena. Giulio rimase in silenzio per qualche secondo e quando realizzò che a parlare era stata una delle due teste leonine gli venne istintivo gridare, poi scappare. Ma cadde subito a terra e rimase in silenzio con gli occhi spalancati. “Non spaventarti!”, implorò il leone, “vogliamo aiutarti”. Fu in quel momento che Giulio vide qualcosa volare verso di lui, troppo grande per essere un piccione e molto, molto più spaventoso. Il ragazzo provò a gridare, ma era talmente terrorizzato da non riuscire ad emettere un suono. Il doccione a forma di drago, che era una sorta di autorità per la cattedrale, atterrò ai suoi piedi. Giulio svenne per due volte. Entrambe dopo aver guardato negli occhi di marmo il gargoyle. “Chiedo scusa, gargoyle”, disse il leone che aveva parlato, “il ragazzo mi sembrava in difficoltà…”. Il drago alzò gli occhi al cielo, “sempre il solito idiota”, bisbigliò. “Chi… chi siete. Ma, cosa… Dio. Dio. Sto… sono all’inferno?!”. “Magari”, sospirò il gargoyle con aria sognante. Giulio gridò per l’ennesima volta, chiamando aiuto e provocando le risa dei bersaglieri, che trovavano la scena esilarante. “Piantala”, ordinò il drago, “ora noi ti spieghiamo chi siamo e tu la smetti di frignare, siamo d’accordo?”, disse impaziente. Adorava raccontare quella storia. Giulio annuì, tremando dal freddo e dalla paura, paura di essere impazzito. “Era la fine del 1300…”, cominciò. “Oh, no”, cominciarono a lamentarsi gli altri gargoyles, “ma chi gliel’ha chiesto?!”. Perfino il cavallo del re alzò gli occhi al cielo. Il drago non si scompose. “Era la fine del 1300 quando il nostro signore… il Diavolo, specifico per evitare confusione…”. Giulio impallidì, “oh povero me…”. “…apparve a Gian Galeazzo Visconti. Zolfo e rumore di zoccoli sul pavimento, un vecchio trucco per terrorizzare voi umani. Gian Galeazzo era terrorizzato. Il Diavolo lo minacciò di portarsi via la sua anima a meno che non avesse fatto costruire una delle cattedrali più grandi del mondo, piena di immagini demoniache che lo ricordassero. Le immagini saremmo noi, i gargoyles… doccioni, insomma chiamaci come vuoi. Io sono Drago”, concluse porgendogli una zampa. Giulio gli pose la mano, ma al tatto si scottò le dita. Il doccione sorrise sotto i baffi di marmo, “e tu sei?”.

Giulio si svegliò di soprassalto. Era in un letto d’ospedale con il piede ingessato. “Come ti senti?”, gli chiese l’infermiera sistemandogli i cuscini dietro la testa. “Direi… bene”, rispose il ragazzo, “ho fatto un sogno allucinante”. L’infermiera gli sorrise. Giulio si guardò la mano. Non c’erano segni di bruciatura, ma sentiva un inspiegabile calore che gli solleticava le dita congelate della mano destra…

Annunci