Non sono bello, piaccio: Natale 1983

In un momento in cui la nostalgia per gli anni ’80 va di grande moda, tra uno Stranger Things e un It, il titolo che va assolutamente recuperato è uno solo: Vacanze di Natale, anno 1983.

L’indimenticabile capostipite della fortunata serie di cinepanettoni, infatti, lascia ancora il segno e, anzi, apre gli occhi su spaccati sociali e su convenzioni tramandatisi fino ad adesso.

Già dalle prime, poetiche, inquadrature di Cortina d’Ampezzo, accompagnate dalle (in)calzanti note di Moonlight Shadow, il film ci trasporta nella sua onesta atmosfera, basata su una rappresentazione verosimile e sincera dei diversi personaggi e delle classi sociali a cui appartengono, senza esagerati fronzoli registici.

L’obiettivo è solo uno: dipingere l’Italia dell’epoca, mettendone in luce difetti e pregi e divertendosi nel farlo.

I personaggi che si alternano sulle piste e negli alberghi della località alpina appartengono a diversi strati sociali: Mario Marchetti (Claudio Amendola) e i genitori (e la nonna!) sono chiari esponenti della classe lavoratrice, romani senza pretese che hanno risparmiato duramente per permettersi questa vacanza; i Covelli si trovano agli antipodi rispetto ai primi, sono degli habitué snob di Cortina; c’è poi il lupo solitario,  parte di ogni gruppo e di nessuno, il pianista Billo Damasco (Jerry Calà), solitamente pronto a saltare da un letto coniugale all’altro ma sorpreso, invece, dalla sua vecchia fiamma Ivana (Stefania Sandrelli), ormai sposata con un disattento milanese e difficile preda per il caloroso musicista.

La trama segue le vicende di questi e altri personaggi mentre si districano tra amori e passatempi della stagione natalizia.

La riuscita di questa operazione è da ricondurre a un’ottima collaborazione fra tutti i reparti interessati: dalla colonna sonora alla sceneggiatura, dalle scenografie alle interpretazioni del cast, infatti, ogni aspetto è curato nel dettaglio e concorre alla creazione di un piccolo gioiellino, cult assoluto di quegli anni.

Proprio la formidabile selezione musicale è uno dei punti più alti della pellicola: il perfetto accostamento fra i piani innevati, i costumi invernali e le note dell’ultimo successo latino-americano o dell’intramontabile Maracaibo creano un connubio inaspettato ma funzionante fra l’atmosfera natalizia e quella estiva, desiderata e richiamata in più punti del film – compreso il magnifico finale, durante il quale viene anche coraggiosamente rotta la quarta parete, grazie al magnetico sguardo che il personaggio di Jerry Calà rivolge allo spettatore, quasi a volerlo coinvolgere e rendere parte di questo gruppo di giovani buontemponi.

Ma la vera chicca di quest’opera si trova appena prima del finale estivo, quando ci viene rivelato che Roberto, il maggiore dei Covelli, interpretato (magistralmente) da De Sica, sta portando avanti un affaire con l’amico Leonardo; qui gli sceneggiatori raggiungono vette dolomitiche, in una scena dal grande peso sociale, per quanto al limite dello stereotipato: in un botta e risposta fra madre, scandalizzata, e figlio si arriva alla splendida battuta in cui Roberto non si definisce né “frocio” né “bisex” ma  “moderno!”.

Lezioni importanti per un classico d’altri tempi che, nonostante i quasi 25 anni, comunica, oggi come allora, con il grande pubblico.

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Francesca Sala

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