Da che viveva per strada, odiava con tutto sé stesso i giorni della festa di Sant’Ambrœs, il Gianfra. In realtà si chiamava Matteo, ma sembra che alle poche persone che indugiano a parlare coi senzatetto piaccia affibbiare loro nomi fittizi, come alle attrici porno: così Matteo era stato battezzato Gianfra(nco). A lui, sinceramente, non importava un accidente del nome – a quello ci si fa l’abitudine -, finché gli lasciavano delle monete o qualcosa da mangiare. E detestava quei giorni non perché fosse di natura maliziosa e cattiva ma perché i suoi maggiori finanziatori se ne partivano tutti, chi a sciare a Courmayeur o Madesimo, chi diretto verso destinazioni più miti.

L’unica nota positiva di Sant’Ambrœs era che Piazza Castello, che era un po’ casa sua, il suo gigantesco open space da mostrare ai nuovi amici, si animava delle bancarelle più varie: a lui chiaramente interessavano quelle di cibo, che a fine giornata davano volentieri gli avanzi a persone come il Gianfra, che era noto al circondariato per il suo atteggiamento mite e le richieste pacate. Inoltre la fiumana di plebaglia comperante aumentava notevolmente l’afflusso di spiccioli nelle sue tasche bucate.

Si potrebbe pensare che la vita del tranquillo clochard (qual genio la lingua francese! Capace coi suoi mordibi suoni di trasformare tale miserrima condizione in foni così deliziosi!) fosse triste e solitaria. Certamente non era una vita di agi, ma da qui ad essere triste ne passava assai, sosteneva il Gianfra; e poi aveva la compagnia della sua gattina, che lui stesso aveva trovato in un cassonetto – pora stela! – un paio d’anni prima.

Quel sabato mattina (non era di ottimo umore, perché qualcuno gli aveva rubato una delle sue coperte), abbandonata la sua postazione con la gatta in braccio, passeggiò per le bancarelle, giusto per riattivare la circolazione alle gambe. Fu accanto a un bidone dell’immondizia che trovò, accartocciata e sporca di terra, una banconota da venti euro.

Per lui quelli erano un sacco di soldi, nemmeno si ricordava più l’ultima volta che aveva maneggiato venti euro: già pregustava l’acquisto di un libro alle bancarelle, per ammazzare il tempo, di un pacchetto di sigarette, di un panino con la salamella e un bicchiere di vino come si deve. Un vero pascià.

Entrò, in supermercato lì vicino, per scaldarsi un po’ prima delle pazze spese. Però, pensava, alla gatta non dava da mangiare da ieri, poveretta, proprio lei che sopportava intemperie e disagi per stargli accanto. Immerso tra quei pensieri, lungo la corsia dei cibi in scatola, notò un’offerta stracciatissima sul tonno (quello buono, mica la sottomarca che prendeva sempre il Gianfra). In effetti lui un pasto caldo trovava quasi sempre il modo di procurarselo: non poteva essere così egoista, si disse. Acquistò diciotto euro di tonno, tenendo giusto quel resto per comprare un libro che aveva adocchiato in offerta in una bancarella. Tornato al suo cartone, il Gianfra aprì una lattina alla gatta: “consideralo il tuo regalo di Natale, micia”.

 

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