Poche cose mettevano di buon umore Boe. Il sesso, le sigarette, gli sporadici successi e la cocaina. Poi il Natale, il cui clima aveva ben poco a che vedere con i suoi interessi. C’era qualcosa nelle luminarie, nell’aria fredda e nelle abbuffate che gli faceva bene, che lo distoglieva da tutto ciò che lo attanagliava. Una lenza che lo tirava fuori dal vortice che lo risucchiava, vortice da lui stesso creato. Ma Natale cade una volta l’anno; per ogni altro giorno c’era una persona ad occuparsi della salvezza di Boe: Jack.

Jack era l’esatto contrario del suo ragazzo. Capelli di un biondo che illuminava le stanze, contro una testa nera che assorbiva ogni colore; un sorriso da profeta, contro un broncio da rinnegato. Un corpo androgino che, nell’unione con quello sgraziato di Boe, concedeva ordine e pace. Due opposti, simbiotici. Uno era bisognoso del bene che l’altro era in grado di regalare. L’altro chiedeva solo in cambio che il cinismo del suo compagno lo salvasse dal suo mondo d’incanto.

 

La festa inizia alle 18.30

Un piccolo aperitivo in cui ci scambiamo i regali e poi la cena

Non vedo l’ora di conoscere i tuoi

E di darti il tuo regalo

Pure io

Ti aspetto

Non perdere il treno come tuo solito

Niente più treni

???

Vedrai, vedrai… 😉

Una regalo per me e te 

Boe chiuse Whatsapp con uno dei suoi rari sorrisi stampato sul viso. Mancavano ancora cinque ore alla cena organizzata dai suoi genitori per Natale. Essendo già pronto e abitando a due incroci dalla casa  paterna, aveva un sacco di tempo per sé. Tempo che fu ovviamente perso. Trascorse il pomeriggio ascoltando gli Hüsker Dü e sonnecchiando. Quando fu il momento di uscire, si ritrovò, con sorpresa, rilassato. Si aspettava che il suo umore urlasse davanti alla prospettiva di vedere i genitori, ma in realtà, seppur fosse predominante il suono di un riff distorto, una voce armoniosa cantava la melodia: la voce di Jack, e Boe era in pace. Felice di vedere chi gli aveva rovinato la vita, in una festa che tutto sommato amava e rimpiangeva.

La casa era sempre lei, solo addobbata pacchianamente. Rosso, verde e oro monopolizzavano il campo visivo. Gli occhi erano oppressi, anche perché la casa non era mai stata molto luminosa, e quell’impacchettamento multicolore la rendeva una vera e propria scatola. Boe non ci fece caso. Entrando sorrise, inspirando il profumo di cannella e stuzzichini ai gamberetti.

“Boe! Figlio caro! – una smorfia del figlio – che bello averti qui! Come stai? Non sei arrivato con Jack, vedo, – una smorfia del genitore -. Arriva più tardi per i fatti suoi?”

“Esatto, è così. – disse Boe – Aveva delle cose da sbrigare a Muskegon. Roba di famiglia. Ma a quest’ora dovrebbe essere già sul taxi.”

“Un taxi da Muskegon fino a qui?” Boe si chiese come fosse possibile che, la stessa persona che lo riteneva un fallito dall’alto di qualche successo, pronunciasse una frase tanto stupida.

“No, il taxi dalla stazione a qui. É arrivato in treno”

“Oh beh, intanto sediamoci. Ci sono già gli zii. Aspettiamo gli altri e poi iniziamo”

Arrivarono tutti. Zii, cugini, altri zii, ancora cugini, amici, fidanzati, nonni, cani, vino, dolci, odii, rancori, amori incestuosi, segreti di famiglia, sorrisi di facciata, complessi di Edipo irrisolti, figure paterne mancate e figli cresciuti soli. Se l’incomunicabilità familiare avesse un suono, questo sarebbe un Jingle Bells. E stranamente Boe era felice. Era stato troppo tempo in quella vischiosa ragnatela. I fili, dal diametro di un pugno, non lo imprigionavano più. Ora non era più solo. Natale, da lui sempre amato e invidiato, poteva concretizzarsi nel suo sogno, certo, con uno sforzo di fantasia comunque necessario, la compagnia era pur quella. Ma la presenza di Jack rendeva l’autoillusione naturale, e non macchinosamente necessaria a sopravvivere alla serata.

Tutto, per una volta, stava andando per il meglio. Una cena in cui si rideva, chiacchierava e ci si voleva bene. Strozzandosi con il prosecco Boe si accorse che però qualcosa stava accadendo. Stava precipitando. Si accorse, finito di tossire, che qualcosa stava anche non accadendo. Jack non era arrivato. Ed erano le 8. Mentre si asciugava la bocca con un tovagliolo arrivò l’esecuzione.

“Ma dov’è il tuo ragazzo? – tono che ne metteva in dubbio l’esistenza (sai, hai mentito tanto in gioventù) – Non ti ha scritto? – ovvio che ti prendevi un cafone – Speriamo non sia successo niente – perché non può esistere ed essere una brava persona senza che tu vada nel panico gratuitamente.

Lacrime affiorano negli occhi di Boe, corse in bagno, fingendo di telefonare a Jack. Non c’erano messaggi. Telefonò davvero. Nessuna risposta. Crisi di pianto imminente. Seconda telefonata, Sempre e ancora tuu-tuu (o tinkle tinkle?). Effettivo e irreversibile breakdown emotivo. Jack non si sarebbe presentato. Avere il cuore spezzato è da stronzi. Là fuori ti hanno cresciuto dandoti dello stronzo. Non dargliela vinta Boe. Uscì dal bagno. In fondo amava il Natale.

Dopo aver passato la serata a dissimulare, ad evadere e a sfogare tutta la sua carica nervosa solo giocherellando con tappi o pezzi di carta, Boe partì immediatamente per Muskegon. In quattro ore arrivò all’appartamentino dove Jack viveva. Citofonò, ma la frenesia era tanta che approfittò del portone dimenticato aperto da qualcuno per fiondarsi al terzo piano. Suonò il campanello. Bussò. Urlò. Nessuno rispondeva alle ripetute chiamate. Boe aveva la chiave. La usò. Entrando l’abitudine gli fece appoggiare le chiavi sul mobile sulla destra. Sopra vi erano le chiavi di una motocicletta mai viste, che urlavano niente più treni. A memoria, nel buio, arrivò fino alla stanza da letto. Jack era in ginocchio. Sul pavimento. Bianco. Impiccato. Con i pantaloni abbassati. Le foto che si scattavano abitualmente quando erano nudi sul pavimento.

Buon Natale, amore mio.

 

 Racconto di Galatea Roche

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