In un panorama televisivo fagocitante e in continuo aggiornamento non è facile trovare show che invertono le tendenze, da più di un punto di vista: Vikings è sicuramente uno di questi.

Partendo dalla leggendaria figura di Ragnar Lothbrok la serie si sviluppa e si espande, seguendo i viaggi di questo semplice contadino, troppo curioso e affamato di sapere per rimanere confinato nel suo fiordo. Insieme a lui, la sua famiglia e la sua comunità iniziano a spostarsi verso Occidente e a scoprire nuovi territori e culture.

Ma cosa rende Vikings uno show così peculiare? Qui proviamo a elencarvi 4 pregi e 1 difetto della serie creata e scritta esclusivamente da Michael Hirst.

ATTENZIONE: l’articolo contiene SPOILER di tutta la quarta stagione

  •  I personaggi

Cerimonie e sacrifici, tradizioni a noi ormai estranee e un pantheon di dei correntemente protagonisti di fumetti. Come raccontare la storia di una civiltà tanto lontana? Cuore pulsante del programma sono i personaggi, tra i meglio scritti in televisione: pieni di sfaccettature e dettagli, essi riescono a essere costantemente imprevedibili, rimanendo però coerenti a loro stessi, ai loro valori e convinzioni, anche di fronte ai cambiamenti più impegnativi.

A partire da Ragnar, magnetico e irresistibile, il mondo dei vichinghi è popolato da forti personalità, come Lagertha e Floki, ai quali si aggiungono gli altrettanto interessanti Sassoni, come Athelstan e re Ecbert. Tutti loro riescono a eludere le costrizioni e gli stereotipi tipici di figure quali l’eroe epico o l’antagonista, ampliando i confini di questi ruoli canonici.

È garantito che vi innamorerete di uno, due o cinque di loro ma non va mai scordata la difficoltà e pericolosità della vita dell’epoca: nessuno è veramente al sicuro.


  • La costruzione delle puntate

Non è una serie che si presta particolarmente al bingewatching, ma nemmeno una classica serie con uscita settimanale, portata avanti attraverso cliffhanger orchestrati per far risintonizzare gli spettatori per la puntata successiva. Cos’è quindi? Complice l’iniziale intento maggiormente documentaristico, Vikings è un ibrido capace di sfidare le regole e i ritmi televisivi. Incurante della necessità di costruire le puntate con un finale a effetto, lo show si gioca eventi importanti all’inizio degli episodi per poi costruire tutta un’altra linea narrativa entro la fine dei 45 minuti canonici, seguendo una visione complessiva dello show, piuttosto che una logica spettacolare.

Questa capacità di gestire il tempo senza mai affrettarlo né allungarlo inutilmente è di sicuro una delle caratteristiche più rinfrescanti e atipiche di questa serie.


  • Rinnovamento

Una delle basi della serialità è la creazione di personaggi a cui il pubblico si possa affezionare. Non per forza personaggi senza macchia, ma comunque figure per cui lo spettatore può fare il tifo, ridere, preoccuparsi.

Personaggi che, di solito, resistono e sopravvivono (anche un po’ oltre i limiti del normale): ci vuole un certo coraggio per uccidere i propri protagonisti e ancora più inventiva per riuscire a far andare avanti lo show dopo la morte del personaggio principale – senza contare tutte le altre importanti morti sparse nelle quattro stagioni dello show.

L’evento è ancora fresco nella memoria dei fan di Vikings ma, almeno dal punto di vista produttivo, la serie non dà segnali di cedimento dal momento che è già stata rinnovata per una sesta stagione, nonostante la quinta non sia ancora andata in onda. Una possibile motivazione per questo successo è l’intenso lavoro di introduzione di nuovi personaggi e nuovi mondi, cominciato nella seconda serie e capace di mantenere sempre alta l’attrattiva.


  • Mondi che collidono

È risaputo che i Vichinghi furono un popolo di esploratori e razziatori, pronti a spingersi oltre i confini dei loro fiordi. Guidati dal leggendario Ragnar Lothbrok e dai suoi figli, i personaggi raggiungono luoghi impensabili e incontrano civiltà molto diverse dalla loro.

Come vengono messe in scena queste differenze sostanziali? I due piani più interessanti su cui avviene lo scontro sono quello religioso e quello bellico.

Lo scambio fra le storie legate alla religione vichinga e quelle appartenenti al cristianesimo dimostra l’incredibile somiglianza di alcuni passaggi, come a voler sottolineare i valori comuni che vengono condivisi da entrambe. Ed esattamente come per i valori, anche i lati più performativi e cerimoniali della religione vengono messi in mostra; in questo caso c’è qualche differenza in più, soprattutto per quanto riguarda matrimoni e funerali, ma si ritrovano delle similitudini in un altro campo: i sacrifici e la violenza, infatti, rimangono parte di entrambe le religioni, in modi e con scopi diversi, assurdamente quasi più comprensibili nella “meno civilizzata” cultura vichinga.

Per quanto riguarda le guerre e le strategie di battaglia, lo show non delude: le tre civiltà – vichinga, sassone e francese – che si vanno a scontrare, in momenti e luoghi diversi, hanno il proprio stile di combattimento e riescono o meno a uscirne vittoriose proprio grazie a queste differenze strategiche.

Per un esercito francese che usa l’olio bollente contro i propri nemici ci sarà sempre un Floki, costruttore di barche, capace di trovare il modo di trasportare una flotta intera di navi al di là di una montagna, questo è certo.


  • Rollo e Parigi

Sembrano due difetti ma in realtà il fratello di Ragnar e la capitale francese contribuiscono in egual misura alle scene più noiose e peggio costruite di tutta la serie.

Già di per sé Rollo non è un gran personaggio: l’unico a cui non sembra venir data possibilità di evoluzione, l’unico che ritorna sempre sui suoi passi, come fosse un disco rotto, capace solo di intonare il ritornello “Oh, me sventurato, mio fratello vive la vita che sarebbe spettata a me!”.

E, se in alcuni passaggi, questa sua prevedibilità viene usata in modo intelligente per convincere il nemico di turno – e, di conseguenza, lo spettatore – del sincero tradimento di Rollo ai danni del fratello, niente potrà farci perdonare il momento in cui il vichingo cede infine ai corteggiamenti della corte francese.

Non solo per l’atto in sé ma anche per l’inutilità a cui questa scelta costringe per lo spettatore: tutti i personaggi e le storyline che girano intorno al palazzo di Parigi, infatti, mancano di vitalità, quasi a voler dimostrare come una società così più civile e organizzata di quella dei Vichinghi sia di una noia incredibile.


Alla vigilia della prima puntata della nuova stagione le aspettative sono altissime: lotte tra fratelli e genitori, scoperte di nuovi mondi ma soprattutto, un (probabile) definitivo allontanamento da Rollo, educato damerino alla corte di Parigi.

 

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