LEADER MASSIMO

L’altro giorno è morto Fidel Castro. Ne ha parlato tutto il mondo: tv, giornali,
internet. Su Facebook c’è gente che ha postato bandiere di Cuba o ha scritto siamo
tutti cubani. Ne abbiamo parlato anche al call center dove lavoro. Emiliano, laureato
in economia, ha detto che secondo lui Castro era solo un dittatore che ha affamato la
sua gente e che il socialismo reale è una roba orrenda come e più del fascismo.
Enrica, master in organizzazione di eventi culturali ed ex fidanzata di un calciatore
del Milan, ha sostenuto che Cuba rimane e rimarrà, con o senza comunismo, un bel
posto per fare le vacanze anche se ultimamente ci vanno pure i buzzurri. Alfredo,
docente precario di filosofia e autore di un saggio sul filosofo francese Derrida, ci ha
invitati a ricordare com’era l’isola prima della rivoluzione: un bordello a uso e
consumo di turisti infoiati e panzoni. Mimmo, ex giornalista musicale, si è limitato a
sfoggiare una sbiadita maglietta con la faccia di Che Guevara; di solito ne indossa
una di Emergency o di Slow Food. Dopo aver ascoltato tutti, io ho detto la mia: Fidel
per tanti era un padre e il mondo ha bisogno di padri, come si evince dai libri di
Massimo Recalcati, lo psicologo che fa i libri sui padri. I miei colleghi mi hanno
guardati un po’ sgomenti. C’è stato un po’ di silenzio e poi ho aggiunto: pensate al
nostro ufficio, anche noi abbiamo un padre. Mi riferivo a Massimo, il nostro
coordinatore.

Massimo è un uomo di mezza età, sempre ben vestito anche se non è che guadagni
molto più di noi addetti alle chiamate. Quando cammina lascia una scia di profumo e
quando ci esorta a lavorare lo fa sempre con gentilezza, non si arrabbia mai. Non fa
mai la voce grossa se il ritmo delle risposte alle telefonate dei clienti ai numeri verdi
è un po’ fiacco. Forse non è solo bontà d’animo: spesso Massimo arriva in ufficio
completamente afono. Ci ritroviamo nei bar vicino al call center per la pausa pranzo
e, mentre tutti parlano e parlano di cosa hanno fatto nel fine settimana o del prossimo
viaggio, Massimo sta, per forza di cose, zitto. Questi suoi silenzi lo rendono
più autorevole. Ma anche sfuggente e misterioso.

Di Massimo non sappiamo niente. Zero assoluto. Non sappiamo se ha una compagna,
se ha dei figli o un animale domestico. Non sappiamo cosa fa nel tempo libero e per
chi vota alle elezioni politiche. Non sappiamo qual è la sua serie preferita o se guarda
Netflix. Massimo non usa i social, non possiamo nemmeno spiarlo in rete. Chi è
Massimo? Ho posto la domanda ai miei colleghi. Più o meno tutti mi hanno risposto:
E a te che te ne frega? Forse hanno ragione loro. Ma a me, comunque, me ne frega.

Così ieri, dopo il lavoro, ho seguito Massimo. Mi sono nascosto fra la folla dei
passeggeri dell’autobus che riporta ogni sera a casa il nostro coordinatore. Il viaggio
è stato decisamente lungo. Massimo è sceso al capolinea, all’altezza di un paesotto
dell’hinterland pieno di villette tutte uguali, bar che all’ora di cena chiudono, un
silenzio assordante diffuso a macchia d’olio. Vive in una di queste villette,
l’ho seguito finché non è rincasato, mi sono nascosto dietro il cespuglio che circonda
il minuscolo giardino della sua abitazione.

Cosa ho visto? Massimo che preparava una cena molto semplice, sembrava della
pastina in brodo. Massimo che imboccava un uomo anziano, sicuramente suo padre.
Stavo per andarmene, vergognandomi anche un po’ per aver infranto la privacy di un
uomo per il quale nutro il massimo rispetto. Ma a un certo punto è partita una musica.
Massimo si è messo un microfono davanti alla bocca e ha cominciato a cantare:

E adesso andate via
voglio restare solo
con la malinconia
volare nel suo cielo.
Non chiesi mai chi eri
perché scegliesti me
me che fino a ieri
credevo fossi un re…

Karaoke. Ho riconosciuto la canzone: Perdere l’amore, cavallo di battaglia di
Massimo Ranieri

Perdere l’amore
quando si fa sera
quando tra i capelli
un po’ di argento li colora.
Rischi di impazzire
può scoppiarti il cuore
perdere una donna
e avere voglia di morire…

Qualche settimana fa, in quella trasmissione estiva di Rai 1 che si chiama
Techetechetè, dove fanno vedere cantanti morti o degli anni ottanta, c’era Ranieri che
interpretava il suo più grande successo. I gesti teatrali dell’artista campano erano
uguali a quelli del mio coordinatore. O forse sarebbe più giusto dire il contrario.

Poi Massimo è sparito dalla mia visuale per qualche minuto. quando è riapparso
indossava una tutina oscena e dei baffoni alla Freddie Mercury. E infatti si è messo a
cantare The show must go on. L’interpretazione è stata, ancora una volta, perfetta. Mi
sono venuti persino i brividi. Avevo quasi voglia di applaudirlo. Comunque, alla fine
del brano dei Queen, me ne sono andato verso la fermata dell’autobus per tornare a
casa mia. Non sapevo cosa pensare del concerto a cui avevo assistito. Non sapevo
cosa pensare di Massimo. Allora mi sono attaccato al telefono. Un po’ di Candy
Crush Saga, un po’ di Instagram, ho messo qualche mi piace a gente che praticamente
neppure conosco. Quella notte, grazie al solito sonnifero, ho dormito bene. La
mattina dopo sono arrivato al lavoro un po’ in ritardo. Massimo non mi ha sgridato.
Perché Massimo è un uomo buono, comprensivo, gentile. O forse, tanto per cambiare,
era semplicemente senza voce.

 Racconto di Fabiano Spessi

Annunci
L'ospite Inatteso

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...