Tra i faggi, nella notte.

Immerso nelle tenebre del bosco, Jack si sentiva protetto. Si era distaccato dagli amici entusiasti e rumorosi, imbrattati alla bell’e meglio di cerone bianco e matita nera che si avviavano decisissimi a bussare alla porta di ogni singola casa del vicinato per racimolare dolci, bersagliare i vicini antipatici di scherzi triviali e fare concorrenza (nonostante l’età non più verdissima) ai bimbi scatenati. Ad essere sincero, non gli interessava per niente tutta la gimcana di mostri, caos, e overdose di zuccheri che accompagnava Halloween tutti i santissimi anni. Lui non credeva nel travestimento per confondere i morti, allontanare il male e compagnia bella. Perciò si era separato dalla comitiva e si era inoltrato nel bosco per fare due passi e godersi la notte.

Il freddo tagliente di fine ottobre faceva scricchiolare i rami di ginestra secchi sotto le sue suole, creando un concerto discordante nella quiete degli alberi. Jack si sentì all’improvviso allegro nella sera: il rumore dei suoi passi sui rami gli fece venire in mente un coro di risate e la luna era alta e luminosa nel cielo stellato e gli rischiarava il cammino. I tonchi sottili degli alberi gli parevano sentinelle protettrici e non spiriti ossuti e maligni e la terra odorava di freddo e torba umida. Gli venne in mente come suo nonno era solito farsi serio serio e dirgli: “Halloween è una bella ricorrenza, Jack, ricordatelo. Oramai è festeggiata da chicchessia, ma il suo significato originario è molto importante. È il passaggio al nuovo anno e la festa dei defunti. Una notte in cui il confine tra questo mondo e il prossimo si assottiglia. Non è mai intelligente mancare di rispetto ai morti, figliolo.”

Affondando le mani nelle tasche Jack riportò alla mente il volto del nonno. All’improvviso la sua allegria gli parve avere tutto un altro senso. Non aveva più ripensato a quelle parole, e aveva snobbato la festa e chi la celebrava come dei creduloni pagani. Ma il nonno era morto da qualche anno, e quella sera i suoi occhi azzurri e penetrantissimi sembravano non volergli uscire dalla testa. Che male c’era a ricordarlo in quella bella atmosfera un po’ onirica? In fondo, il significato originale della festa era qualcosa di giusto. E non è mai intelligente mancare di rispetto ai morti.

Jack arrivò in una piccola radura, giusto un crocicchio tra l’intrico di alberi e guardò in alto. La luna sembrava essere giusto giusto sopra di lui. Un grosso biancospino spuntava da dietro un faggio argenteo, e il ragazzo ne staccò un ramo che appoggiò al giovane albero di fronte a lui. Poi si accucciò lì davanti e si prese il tempo di vivere i rumori della foresta e respirare a fondo. All’improvvisò si sentì vivo e forte come non mai, pervaso da un’energia quieta e antica; si sentì come un albero gigantesco nel mezzo del bosco, saggio, silenzioso e potente.

Il vento portò alle sue orecchie un tintinnio leggero, e Jack si voltò curioso, sperando in cuor suo che qualche compagnia di festaioli non avesse deciso di sfidare le tenebre del bosco per una prova di coraggio. Ma a qualche metro di distanza da lui, nel buio, non sfilava un gruppo di ragazzi: la figura a capo della processione era incredibilmente alta e sottile, rigida come se fatta di legno, con uno strano cappello nero a coprire lineamenti che nella penombra della tesa sembravano stranamente inumani. Nelle mani lunghe e scarne teneva una zucca incisa a formare un ghigno un po’ maligno e un po’ ironico, illuminato da un tizzone ardente al suo interno. Dietro la figura ossuta, un po’ a scatti un po’ a balzelloni seguiva un corteo di persone tutte ammantate di nero, che reggevano zucche sorridenti e rape scavate a formare ghigni e volti. Alcuni di loro, osservò Jack, apparivano stranamente deformi, con gobbe o strani cappelli che sembravano avere orecchie appuntite, o visi troppo spigolosi o emaciati; altri parevano muoversi con più agilità, ma i loro volti erano nascosti da grandi cappucci e le mani che reggevano fasci di grano o lanterne erano pallide come se dipinte di biacca.

Il ragazzo si chiese se non ci fosse qualche corteo mascherato di cui non era a conoscenza, ma qualcosa nelle figure che gli sfilavano davanti gli sembrava vividissimo e irreale al tempo stesso, e non riusciva a staccare gli occhi da loro. Una parte della sua mente continuava a girare e girare, cercando di dirgli qualcosa, di far muovere il suo corpo per avvicinare quelle persone o farlo andare via, non era sicuro, ma la pace che pervadeva i suoi sensi era ancora lì, e un ramoscello di biancospino era ancora stretto tra le sue mani, e la sensazione di essere parte della foresta non lo aveva abbandonato.

Jack non sapeva quanto tempo fosse rimasto accovacciato a guardare la processione che sfilava tintinnante e scricchiolante nel silenzio della foresta. Piano piano, però, il corteo passò, e le figure incappucciate si fecero via via più rade. Una delle ultime, solitarie, passò un po’ più vicina delle altre. Nell’ombra del cappuccio il viso sembrava umano, e Jack si sforzò di aguzzare lo sguardo per vedere meglio. Con un movimento impercettibile, la forma scura girò la testa, e due occhi azzurrissimi e penetranti incrociarono i suoi. Gli occhi ammiccarono e all’improvviso il ragazzo era solo nella foresta.

Jack rimase in silenzio ancora un po’, poi sorrise e si alzò. Sollevò un cappello immaginario verso l’altarino di biancospino e nella direzione in cui il corteo era scomparso e si avviò verso casa con passo elastico e la felicità nel cuore.

Claudia Campana

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