Parliamo di terrorismo. Di immigrazione. Di rifugiati. Del prezzo del petrolio. Della violenza: di quella degli occidentali verso il mondo musulmano e viceversa. Della responsabilità dell’Europa nei confronti delle crisi politiche ed economiche nei paesi del Medio Oriente dagli anni ’70 in poi.

Parliamone con il linguaggio del teatro, coinvolgendo direttamente il pubblico, interrogandolo e sconvolgendolo continuamente.

Questo è il lavoro ospitato da ZONAK presso il TeatroLaCucina (spazio molto suggestivo all’interno dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini) il 18 e il 19 novembre.

LA NOSTRA VIOLENZA E LA VOSTRA VIOLENZA è uno spettacolo provocatorio ideato e diretto da Oliver Frljić, regista croato che porta in scena questo lavoro da ormai tre anni, in Europa.

Attraverso l’utilizzo di simboli, la drammaturgia si sviluppa proponendo una serie di scene duramente provocatorie, facendo continuamente perdere allo spettatore il punto di vista attraverso cui interpretare lo spettacolo. Suscitando sentimenti di colpevolezza e impotenza, la performance attua uno stravolgimento dei simboli che rappresentano la società e la cultura occidentale e orientale (simboli riconoscibili nell’immediato) e mette in una situazione di crisi lo spettatore, che si trova continuamente provocato e deriso dagli attori.

Lo spettacolo fa sentire responsabili e offre una visione della situazione sociale e politica attuale ponendo principalmente l’attenzione sul fatto che gli stati europei, per mantenere il loro stile di vita e il loro stato di benessere, siano disposti a chiudere entrambi gli occhi pur di non vedere le conseguenze.

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Sul palco c’è un continuo alternarsi di scene di violenza, dalla tortura alla violenza sessuale a quella verbale e psicologica, passando da scene di tenerezza, dolci effusioni, arrivando a scene di comicità grottesca.

Ciò che è interessante di questo lavoro, al di là della ricerca formale e contenutistica, è l’impatto che questo spettacolo è riuscito ad avere in Europa, in particolar modo in quegli stati in cui il pensiero politico dominante è (pericolosamente) nazionalista. Una delle decisioni del regista è infatti quella di proporre la violenza del fascismo, ma non il fascismo e il nazionalismo storico, ma quelli di nuova generazione. Lo spettacolo è infatti estremamente contemporaneo e non teme di muovere critiche alla società, alla politica e alla cultura di oggi. Nessun rimando. Quello che viene criticato e attaccato in scena è quello che accade oggi.

Per questo motivo e per l’utilizzo dissacrante dei simboli lo spettacolo è stato osteggiato con violenza in stati come l’Ungheria, la Polonia e la Croazia, tanto da impedirne in certi casi la messa in scena o è stato contrastato e sminuito con duri commenti dalla critica locale.

Ciò che impressiona ulteriormente è ciò che sta accadendo al regista, che nel giro di tre anni, è diventato destinatario prediletto di diffamazione e minacce da parte di singoli e di gruppi di estrema destra.

LA NOSTRA VIOLENZA E LA VOSTRA VIOLENZA è uno spettacolo che cerca, con  le unghie e con i denti, di essere blasfemo, provocatorio, violento e che riesce a raggiungere o meno il suo scopo a seconda del pubblico che si trova davanti. È uno di quei lavori in cui il pubblico gioca una ruolo determinante.

Lo spettacolo mette in scena temi scomodi, in maniera dura e volutamente offensiva, che però non riescono ad essere vissuti in questo modo da un pubblico già abituato a un tipo di teatro che provoca e che utilizza immagini forti ed estreme.

Inoltre la volontà del regista di proporre un teatro didattico, riprendendo la poetica di Brecht, non può raggiungere il suo obiettivo per un problema di fondo (che non è solo di questo spettacolo): il pubblico.

Finché continuerà ad esserci un teatro autoreferenziale e un pubblico, in linea e al corrente di quello che viene messo in scena, non potrà esserci una vera e propria didattica del teatro, non ci sarà un vero e proprio risveglio delle coscienze. Perché queste sono già d’accordo.

Non è un’operazione facile far arrivare un certo tipo di teatro a un pubblico eterogeneo, per via dei piccoli circuiti in cui gravitano questo tipo di spettacoli.
Non è un’operazione impossibile e bisogna provarci.

 

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