Indossavo una delle mie camicie preferite, bianca con i bottoni lucidi e le maniche corte un po’ larghe, la gonna lunga di un arancione caldo.

Ci ho messo un po’ per indossarla di nuovo, sai? Potresti riconoscermi, ho pensato per tutta l’estate, cambiandomi l’attimo prima di uscire di casa. Alla fine ce l’ho fatta, al mare, lontano da Milano. Sai, è più forte di me: quando mi capita tra le mani – rovistando nell’armadio alla ricerca di un maglione pesante – non posso fare a meno di ricordare quel pomeriggio.

Faceva caldo. Era una di quelle giornate in cui l’asfalto è rovente e i mezzi pubblici sono un girone infernale. Fortunatamente l’autobus che mi porta a casa non è mai troppo pieno (se non negli orari di punta), perciò alla fermata c’eravamo solo io e qualche vecchia signora con i sacchetti della spesa e i giubbotti autunnali addosso. Ero felice quel giorno, nella mia camicetta bianca, con la gonna arancione: l’estate era vicina e avevo appena pranzato con gli amici in università. Ora me ne torno a casa e mi guardo un film, magari accendo anche l’aria condizionata. Che voglia di dolce… Ah! Devo ricordarmi di chiamare i nonni! Poi si sono aperte le porte di un autobus che non era il mio e ci siamo guardati negli occhi. Una frazione di secondo, un istante e sei sceso.

Tutti i pensieri scollegati e i probabili piani per il pomeriggio si sono interrotti in un attimo. Ho capito che qualcosa non andava: eri sceso all’ultimo momento, poco prima che le porte si chiudessero, dopo avermi guardata a lungo con uno sguardo che mi disgusta ancora. Forse sei solo paranoica. Ho cercato di non spaventarmi, di fare finta di niente. Ti sei avvicinato a me, e hai iniziato a seguirmi. Fa’ qualcosa! Va’ via! Entra in un bar e chiedi aiuto. Non stare lì impalata, ripeto alla me stessa di qualche mese fa con rabbia, Tu, proprio tu, che sei sempre così polemica e non taci mai, in questa situazione stai zitta? Te ne stai lì a non fare niente?
Ci sono notti in cui resto sveglia a pensare a quello che avrei potuto fare o dire: rivivo la scena e mi pento di non aver reagito.

Niente panico, mi sono detta. Ho cambiato canzone nell’iPod e sono salita sull’autobus, e tu – come da copione – mi hai seguita. Mi sono appoggiata in fondo, sulla parete del bus, e tu ti sei messo di fronte, impalato, guardandomi negli occhi. Ho cambiato posizione, mettendomi in mezzo ad altre persone, e tu ti sei seduto dietro di me. Avevo il cuore in gola, E ora cosa faccio? Magari è solo una mia impressione, magari sta tornando a casa sua. No. Non c’è nessun magari, ti sta seguendo e tu lo sai, perché non fai niente? Chiedo alla me stessa di quella giornata di maggio con le mani che formicolano. Perché glielo hai permesso?

L’autobus è arrivato alla mia fermata in poco tempo: l’attimo che temevo maggiormente, il momento della verità. Quando le porte stavano per chiudersi mi sono precipitata fuori e tu mi hai seguita. Non ero la sola a scendere, perciò mi sono aggregata ad un gruppo di ragazzi. Chiedi aiuto a loro! Chiama la polizia e stai con loro.
Ti ho visto disorientato in quel momento. Hai fatto finta di avere una destinazione e hai camminato per un po’. Quando ti sei allontanato ho iniziato a correre verso casa.
Maledetti sandali, maledetta gonna visibile anche a 20 km di distanza. Mi sono guardata indietro e non c’eri, ho smesso di correre e ho ripreso fiato, ho ricominciato a respirare.

Ho chiamato mio padre.

Era felice di sentirmi. Come stai?, ha chiesto. Gli ho raccontato tutto, poi mi sono voltata un secondo ed eccoti ancora lì. Perché non hai chiamato la polizia?, mi chiede lui, e fa eco la voce della me-del-presente che vi sta raccontando questo episodio. Corri a casa e chiuditi dentro, mi ha detto. Ho ricominciato a correre e ho composto un numero a caso nel citofono più vicino. Mi ha aperto il custode. Nel frattempo ero scoppiata in lacrime, con mio padre al telefono che cercava di calmarmi e la rabbia per non aver fatto niente, per la paura che sarebbe potuta andare molto peggio. E se non mi fossi accorta che mi stava seguendo? Se avessi fatto l’abituale strada che attraversa un parco deserto per tornare a casa?
Ricordo ancora com’eri vestito: jeans neri strappati, scarpe rosse in tinta con la maglietta.
Quando sono entrata in casa mi sono chiusa la porta alle spalle e non ho smesso di piangere per tutto il pomeriggio. Quindi è così che ci si sente, ho pensato, e il pensiero si è ripresentato tutte le volte che ho raccontato questo episodio.

Com’eri vestita?
Sei sicura che ti stesse seguendo?
Che paranoica!
Alla fine non ti ha fatto nulla.

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