Julij si trovava come ogni lunedì sera allo Star, una bettola quasi in periferia, dove si organizzavano settimanalmente degli speed date. La serata procedeva noiosa e deludente. Le donne davanti a cui si sedeva si susseguivano ad ogni ding, senza mai regalargli nemmeno un brivido che potesse accendere i suoi occhi. Non che ciò fosse una novità, lo Star attirava solo avventori che uscivano di casa per bere e comprare delle sigarette, non per svoltare la loro vita. Julij non aveva lo spirito per invertire questa rotta di solitudine. Partecipava a questi eventi a cadenza settimanale solo perché sia il suo coinquilino che la sua ragazza avevano la sera libera, quindi la casa serviva loro.

Sarà stato il penultimo o terzultimo cambio di postazione della serata, quando l’uomo si trovò di fronte ad una donna mora, dal viso pieno, ma attraente. Il sorriso era quanto di più accomodante ci fosse, tanto che Julij, per la prima volta, mantenne lo sguardo sul volto della sua interlocutrice, anziché abbassarlo subito verso il suo bicchiere. Scattò tra i due un’alchimia da film, l’uomo che non si sarebbe scomposto nemmeno se il bar fosse esploso, era ora totalmente assorbito dalle parole di Martah, dal suo spostarsi i capelli facendo tintinnare i bracciali e dal suo prosperoso e sodo seno. Lei emanava una grande sicurezza, la quale non intimoriva, ma metteva a proprio agio. Inclinando leggermente la testa e arricciando il naso in un’espressione da bambina birichina propose di scappare, saltando gli ultimi incontri. Julij ammaliato acconsentì

Passati all’esterno non aspettarono nemmeno di recuperare il fiato per riprendere i loro discorsi. Camminando raggiunsero un chiosco dove mangiare un panino e bere una birra in bottiglia. Successivamente il parco. Poi la piazza del centro città. Distratti dalle parole si trovarono di nuovo in periferia, dalla parte opposte dello Star però. “Abito qua vicino – disse Martah – se vuoi, puoi salire”. Quel sorriso che Julij in una notte aveva imparato a conoscere diceva tutto. Non si chiese nemmeno come mai lei fosse finita allo Star, dall’altra parte della città. Salirono.

L’appartamento era un monolocale, non c’era lo spazio per i convenevoli. I due, baciandosi, finirono immediatamente sul divanoletto. L’alchimia scoperta davanti ai gin tonic trovò la sua sublimazione tra i corpi avvinghiati. Lei, guardandolo vogliosa, si tolse la maglietta e si slacciò il reggiseno, iniziando a baciarlo sul collo. Lui eccitato dall’intraprendenza di lei la cinse a sé e si senti stretto a qualcuno come mai era stato. In quel momento Julij, finalmente, capì che non si sarebbe mai più sentito solo. Con un dito percorreva, sfiorandola, la schiena inarcata di Martah, finendo il tragitto con una presa salda sul suo fianco. Con l’altra mano si slacciava i pantaloni. Aprì gli occhi per incrociare quelli della ragazza e vide che lei non aveva braccia, bensì tentacoli. Cercò di divincolarsi, ma la presa delle ventose era tanto forte che ogni movimento era impossibile. Il sorriso di lei ebbe un movimento impercettibile, ma formidabile, quei pochi millimetri che bastavano per passare dal malizioso al malvagio. Con le sue zampe di gallinaceo, comparse anch’esse da chissà dove, corse attraverso quello che Julij, distratto dalla prospettiva del sesso, aveva ritenuto un semplice addobbo arabescato appeso alla parete. Superata la tenda l’essere e la sua preda si trovarono in una stanza dalle pareti umide. Ovunque vi erano segni isterici lasciati da un inchiostro giallo luminescente. Julij non era in grado di comprendere la lingua dei graffiti. Decifrarli era inutile, e il suo sguardo virò verso l’unico oggetto presente nella stanza. Al centro vi era un ovulo di tre metri di diametro, il materiale era vetro, colorato di un verde che dava l’idea di putrido. Al suo interno vi era un liquido che pareva di colore viola. Dalla sommità usciva un denso fumo bianco, il quale si addensava sul soffitto in strane e magnetiche forme concentriche. I tentacoli che braccavano Julij si allungarono fino alla cima del contenitore, con l’intendo di buttarci dentro l’uomo. Ogni resistenza era vana, l’essere era dotato di una forza sovraumana. Immerso nel liquido la prima sensazione fu freddo. Per qualche strano motivo era possibile respirare, Julij urlava senza percepire alcuna sensazione di soffocamento. L’espressione malefica di Martah era amplificata dalla deformazione che il vetro causava. Non era più un ghigno, ma una risata accompagnata da un gorgoglio proveniente dal basso della gola. Il modo di respirare della creatura tra questi suoi versi ricordava un orgasmo. Un lampo azzurro attraversò l’ovulo e Julij avvertì una scossa. Questo accadde per altre quattro volte. Dopo la quinta scarica l’essere si chetò, il respirò tornò normale e l’ovulo inizio a svuotarsi. Gli occhi della vittima, sull’orlo di perdere i sensi, si chiusero del tutto quando fu ripresa dai tentacoli.

Erano quattro mesi che Julij era afflitto da dolori all’addome, alla testa, da debolezza e da nausea. Il malessere era tutto ciò che ultimamente lo aveva svegliato dal torpore della sua noiosa routine di lavoro, palestra e speed date il lunedì. Il fatto che i medici non capissero cosa avesse, ma escludessero la suggestione o l’ipocondria lo preoccupava. Non era mai stato uno che correva dal medico per un nonnulla, ma a volte faceva fatica ad alzarsi dal letto e i valori erano spesso sballati, senza una ragione. Gli esami però non erano d’aiuto. Si optò per un rimedio schietto: aprire lo stomaco di Julij e guardare.

Al chirurgo iniziò a tremare la mano con il bisturi e per poco non svenne. La causa venne trovata subito. Dentro al ventre di Julij vi erano sette esseri. Gambe da gallinaceo, tentacoli al posto delle braccia e volti umani.

Racconto di Galatea Roche.

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