L’ispettore Cleaurt sedeva ormai da mezz’ora nel proprio studio, quando il centralinista del commissariato bussò delicatamente alla porta ed entrò: “Buongiorno ispettore, sembra che abbiano trovato un detenuto morto alla prigione di Montcheval, le hanno assegnato l’indagine”.

“Com’è morto?” fece distrattamente Cleaurt sistemandosi sulla sedia.

“Suicida, signore. Si è impiccato”

“E allora su cosa dovrei indagare io?” si stizzì l’ispettore. Il centralinista, prima ancora di rispondere, appoggiò un fascicolo sulla sua scrivania, poi alzò le spalle: “Signore, cosa vuole che le dica? Io le riferisco ciò che è stato ordinato a me: comunicarle che il caso è suo e consegnarle il fascicolo del detenuto”.

“Va bene, va bene. Puoi andare” lo interruppe Cleaurt, sbuffando. Quando la porta fu richiusa, trascinò a sé la cartelletta nera e cominciò a sfogliarla. Il primo documento era una succinta nota riassuntiva, scritta a mano, che recitava pressapoco:

“Amerigue Malvisson, anni 42, condannato a dodici anni per attività illecite, frode finanziaria e l’omicidio del fratello, nonché complice, Jacques Malvisson. Ad oggi, aveva scontato poco meno di un anno di carcere. Già dall’età di quindici anni, dopo la morte del padre, milita in varie bande di quartiere: compie furti a mano armata, per i quali viene arrestato e condannato a cinque anni; le autorità sospettavano gli fosse da attribuire anche un omicidio ma le prove erano insufficienti. Scontati i cinque anni, si mette in proprio, aiutato dal fratello, occupandosi di contrabbando e diverse frodi, riuscendo però a fuggire prima degli arresti in diverse città della Germania, in Italia, Russia e Spagna. Si muoveva usando documenti falsi. Tornato in Francia nel dicembre 1932 (dato da verificare), mette a segno altre frodi a Tolosa, Nizza, Montpellier, Bordeaux e soprattutto Parigi. Viene arrestato nel settembre 1935 per le accuse sopracitate. La polizia sospetta il suo coinvolgimento come mandante in almeno sette uccisioni, ma non si hanno attualmente prove per via della scomparsa dei testimoni.”

“Sicuramente non sentiremo la mancanza di un soggetto del genere”, pensò Cleaurt chiudendo il fascicolo. Proprio in quel momento udì un gran trambusto fuori dal suo studio, grida e rumore di oggetti caduti. Entrò un uomo, strattonato dal centralinista.

“Mi faccia parlare con l’ispettore, ho detto!” starnazzava con un rude accento di campagna, divincolandosi.

“Ispettore, gli avevo detto che stava lavorando ma non ha voluto sentir ragioni! Sembrava pazzo!” fece eco il ragazzetto del centralino.

Cleaurt scattò in piedi: “Come si permette di fare questo circo nel mio studio? Che diavolo è venuto a fare?”. Notò che l’uomo indossava una divisa da guardia carceraria.

“Signore, quello trovato morto stamani in prigione non è il detenuto! È la guardia carceraria che era di turno stanotte, trovata vestita con la divisa dei detenuti!”

L’ispettore battè i palmi delle mani sulla scrivania, in escandescenze: “E Malvisson?!”.

La guardia abbassò lo sguardo, improvvisamente quieto: “Non si trova”. Cleaurt trasalì.

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