Atti osceni: processo all’amore

Oscar Wilde si atteggia a sodomita: questo il messaggio del biglietto lasciato dal marchese di Queensberry in un café londinese. E queste poche parole convincono Alfred Douglas, figlio del marchese e amante di Wilde, della necessità di intentare un processo per diffamazione al padre. Ad esporsi direttamente in tribunale, in veste di accusatore, sarà tuttavia lo stesso Wilde: per lui, sarà l’inizio della fine.

Atti osceni: i tre processi di Oscar Wilde, andato in scena al teatro dell’Elfo di Milano dal  20 ottobre al 12 novembre, si propone di seguire l’artista dagli antefatti alla tragica conclusione di questi tre processi, lunghi ed estenuanti.

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Lo spettacolo mostra un Oscar Wilde sotto i riflettori di un’accusa che non si interessa di arte, che non le riconosce alcuna valenza positiva (“morale” nei termini stessi dei processi), ma che sfibra e frustra l’uomo senza ascoltare i valori che egli incarna con ogni gesto e parola. In una società in cui l’omosessualità era uno dei peccati più abietti e gravi – spesso praticata, ma nel segreto più assoluto, pena la morte civile -, le parole di Wilde inneggiano a un diverso tipo di libertà, personale, artistica, una rivalsa del libero arbitrio e della bellezza a discapito di un’ipocrisia imperante e di manierismi vuoti e stupidi. Il poeta si erge come un baluardo di passione e ricerca estetica, sì, ma anche morale, in cui l’uomo possa essere libero di esprimere se stesso naturalmente e di liberarsi dalle pastoie imposte dalla società. Inutile dire che il risultato non sarà quello perseguito e tanto agognato: Wilde sarà condannato a due anni di carcere e lavori forzati durante i quali riporterà una ferita che colpevolmente trascurata dalle autorità carcerarie, porterà alla sua morte cinque anni dopo.

Tra le plurime voci di giudici, strilli di testate giornalistiche estere e non, le memorie personali dell’amatissimo  e giovane amante e le stridule voci dei suoi accusatori (tra i quali figura proprio il padre del ragazzo amato) quella di Wilde emerge sonora con citazioni tratte dalle proprie opere a difendere e spiegare ciò che l’ha animato per tutta la vita, e che lo spingerà a rimanere in patria e ad affrontare la condanna umiliante, il dileggio e la morte fisica, civile e artistica: la convinzione che l’arte sia qualcosa che eleva l’uomo, un traguardo al quale tendere e per il quale combattere.

L’attore sul palco menziona tutti i temi principali della poetica dell’artista, talvolta con citazioni notissime, altre con testi sconosciuti ai più ed estremamente illuminanti (si parla di Sul rinascimento inglese dell’arte; e del commovente De profundis)

60 Festival di Spoleto. Auditorio Della Stella, Atti Osceni I Tre Processi di Oscar Wilde

Al centro della scena non c’è però solo l’opera dell’artista, ma anche e soprattutto la sua figura, l’uomo dietro i versi immortali e l’etichetta di omosessuale che invariabilmente lo accompagna. Si impara così che tutto il calvario a cui Wilde dovette sottomettersi nasce da una richiesta forse avventata del suo giovane amante, desideroso di vedere il padre condannato in tribunale; che tale amante indubbiamente lo ammirò molto, ma che lo condusse anche alla rovina. E viene da chiedersi quanto questo amore abbia giovato al poeta, e quanto fu sincero in fondo.

Dagli atti e dalle memorie emergono anche differenti posizioni all’interno della società vittoriana: quelle di uomini che, impietositi da un tale accanimento contro quello che era diventato chiaramente un capro espiatorio e un monito a tutti i sodomiti desideravano lasciar perdere il processo e rendere un po’ di dignità all’essere umano; quelle di fanatici e bigotti che altro non desideravano che veder nel fango una figura prima osannata; quelle di persone incapaci di comprendere l’arte e la bellezza (i bigotti sono i peggiori nemici dell’arte, i puritani…) e infine l’ammissione neanche troppo velata che la condanna di Wilde era necessaria per coprire e distogliere l’attenzione da quella classe politica influente e stimabile che praticava al pari di Wilde atti osceni con altri uomini.

Il Wilde che emerge dalla cacofonia del processo è un uomo fuori dal proprio tempo, in grado di sovvertire idee preconcette della propria società:

[…] Debole? Sono stufo di sentire quella frase. Pensi davvero che sia la debolezza che conduce alla tentazione? Ti dico che ci sono terribili tentazioni che richiedono forza, forza e coraggio per arrendercisi. Mettere a rischio la propria vita in un singolo momento, rischiare tutto in un gesto, sia il fine il potere o il piacere. C’è un terribile coraggio in questo. […]

Questo spettacolo non mette in scena la storia del gender: non si concentra sull’omosessualità di Wilde, ma mette sotto accusa la sua arte e la sua moralità. E in sala non si assiste a un combattimento di valori differenti, bensì allo strazio di un uomo che vede crollare il proprio mondo intorno a sé, incompreso, dileggiato, forse peccatore, sì, ma sicuramente sempre impegnato a fare il bene.

Atti_osceni_al-centro-Giovanni-Franzoni-Wilde©-Laila-Pozzo_0517

[…] E l’Uomo rispose e disse, “Pure questo ho fatto.” E Dio chiuse il Libro della Vita dell’Uomo, e disse, “Certamente ti manderò all’Inferno. Proprio all’Inferno ti manderò.”
E l’Uomo esclamò, “Non puoi.”
Dio gli chiese, “Perché mai non posso mandarti all’Inferno, e per quale ragione?” “Perché all’Inferno ho sempre vissuto”, rispose l’Uomo.
E ci fu silenzio nella Casa del Giudizio.
E dopo una pausa Dio parlò, e disse all’Uomo, “Visto che non posso mandarti all’Inferno, certamente ti manderò in Paradiso. Proprio in Paradiso ti manderò.”
E l’Uomo esclamò, “Non puoi.”
E Dio disse all’Uomo, “Perché mai non posso mandarti in Paradiso, e per quale ragione?”
“Perché mai, e in nessun luogo, sono stato capace di immaginarlo”, rispose l’Uomo.
E ci fu silenzio nella Casa del Giudizio.

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Claudia Campana

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