The Handmaid’s Tale: gli abusi di ieri, oggi e domani

Immaginate un futuro distopico in cui il governo degli Stati Uniti è composto solamente da uomini che pretendono di controllare le donne, i loro corpi, i loro soldi, la loro libertà.

No, non si sta parlando di un’ultima novità dell’amministrazione Trump o di una delle notizie che arrivano da Hollywood, ma della trama di The Handmaid’s tale, serie tv prodotta da Hulu e basata sull’omonimo romanzo scritto da Margaret Atwood nel 1985.

E nel momento in cui una distopia si avvicina in maniera così paurosa alla realtà, opere come questa sono necessarie per ribadire messaggi e valori fondamentali, troppo facilmente dimenticati in quest’epoca di disattenzione e volatilità.

Le vicende prendono piede da un problema di fertilità che si diffonde negli Stati Uniti e che mette a rischio le speranze di sopravvivenza dell’umanità. Una situazione che inizialmente sembra irrisolvibile si trasforma in un ulteriore incubo quando i conti di tutte le donne vengono congelati ed esse vengono licenziate in tronco, costrette a dipendere completamente dal “parente più stretto di sesso maschile”.

Si forma così una società che cambia rapidamente sotto gli occhi della popolazione femminile (e anche quella maschile assennata), che reagisce con violenza ai tentativi di protesta e si serve dell’esercito per creare un regime totalitario, comandato solo da uomini, in cui anche le mogli dei capi sono più vicine alla condizione di belle statuine che altro.

In questa nuova società, chiamata Gilead, le donne fertili sono costrette a diventare ancelle, affidate a una famiglia, private del loro nome (vengono chiamate Di-Fred, Di-Glenn, Di-Qualunque sia il nome del capofamiglia) e forzate ad accoppiarsi con il loro padrone una volta al mese, durante la Cerimonia, un brutale rito che coinvolge i due e la moglie e che ha come fine il concepimento di un bambino.

Il fulcro della serie è il personaggio di June, interpretata da Elisabeth Moss, una delle ancelle rapite ed è attraverso i suoi occhi che noi spettatori veniamo esposti alla vita di Gilead, che impariamo la scansione delle giornate e le modalità dei vari rituali che compongono la quotidianità di questo posto.

Il suo punto di vista ci mostra con cruda onestà il modo assurdo in cui le ancelle vengono trattate ma anche le folli condizioni in cui vivono tutti i componenti di questa società, dai capi famiglia alle loro mogli.

Uno dei personaggi più interessanti è infatti proprio la matrona che possiede June, Serena Waterford (Yvonne Strahovski): prima della rivoluzione, era una donna estremamente acculturata e religiosa allo stesso tempo, parte integrante della creazione di Gilead, e ora le sue attività si limitano al cucire e badare al giardino, dal momento che uno dei dettami della nuova società è che le donne non lavorino e non leggano né scrivano, poiché la loro funzione è semplicemente quella di far funzionare la casa al meglio.

Arrabbiata per quasi tutta la serie, durante la puntata che si concentra su di lei e sul suo passato Serena dimostra le ragioni dietro i suoi comportamenti e dona allo spettatore nuove prospettive su ciò che sta succedendo e sui diversi gradi di abuso, fisico e mentale, perpetrati da questo regime.

In uno show in cui i personaggi maschili decenti si contano sulla punta delle dita, ogni donna è sfaccettata, spaventata e combattiva allo stesso tempo, sempre al limite fra la follia e la razionalità più spinta, votata al salvarsi dalle continue molestie.

La serie, composta da molti momenti memorabili, trova uno dei punti più alti nel terzo episodio in cui, tramite una serie di flashback, vengono mostrati i passaggi che hanno portato alla creazione di Gilead, compresa una manifestazione di protesta fatta terminare in maniera violenta da membri dell’esercito: vedere un insieme di persone marciare chiedendo il riconoscimento dei diritti fondamentali delle donne non può non ricordare il 21 gennaio scorso, quando le strade di mezzo mondo sono state invase da manifestanti in occasione della Women’s March, e, grazie a questo parallelismo e a un’ottima regia, questa sequenza riesce in modo perfetto a trasmettere l’incertezza e la condizione di inferiorità in cui il genere femminile si trova, nella serie e nella realtà.

Dei molti prodotti che provano a parlare di giustizia, uguaglianza e abusi, The Handmaid’s Tale ha decisamente una marcia in più: grazie ai passaggi dai momenti più drammatici a quelli di distensione e amicizia, grazie a una serie di performance impeccabili e a un intelligente uso della colonna sonora – composta principalmente da musica classica, tranne qualche brano contemporaneo, usato nei momenti in cui lo spettatore ha quasi dimenticato l’ambientazione futura, piuttosto che passata, dello show – questa serie si stacca dal panorama televisivo, ormai saturo, e in 10 ore mostra allo spettatore un mondo folle ma abbastanza vicino al nostro da lasciare addosso a chi la guarda la sensazione di avere una coperta fatta di angosce sulle spalle.

Ma il finale speranzoso – un’eccellente rilettura del famoso “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” – riesce ad alleggerire la tensione e ci lascia desiderosi di vedere al più presto la seconda stagione per riprendere la battaglia appena iniziata contro il sistema.

 

 

 

 

 

Annunci
Francesca Sala

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...