Immaginate di dover spiegare a un bambino che la sessualità non è binaria ma anzi può avere molte sfumature, che una persona non si deve sentire o maschio o femmina ma che tutto può essere più fluido. Immaginate un modo per spiegarlo senza essere né noiosi né troppo scientifici e senza traumatizzarlo. Se non riuscite a immaginare come è perché non avete ancora visto Pink for girls and blue for boys spettacolo di teatro danza andato in scena in occasione del Danae Festival il 31 ottobre e l’1 novembre 2017 al teatro Out Off.

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Foto di Helene Ree.

La coreografa svizzera Tabea Martin dirige quattro giovani ballerini, Maria de Dueñas Lopez, Melanie Wirz, Miguel do Vale e Carl Staaf. Lo spettacolo si apre con i quattro ragazzi in una stanza semi-vuota che sembra essere un salotto/un mini appartamento (ma solo perché c’è un divano). Un ragazzo mette nel forno a microonde un pacchetto di popcorn, una ragazza mette a posto il divano, un’altra si siede, azioni quotidiane, non connotate da un punto di vista di genere. Il modo di relazionarsi dei ragazzi è inizialmente, potremmo dire, tradizionale. Le due ragazze sono amiche fra di loro e così i due ragazzi. In questo quartetto nascono delle coppie eterosessuali. Lo spettacolo prosegue sviluppando il tema dell’identità di genere, facendo parlare il corpo dei quattro ballerini che man mano mostrano al pubblico i vari tipi di relazione che possono esistere. Il tutto senza mai essere sensuale o licenzioso ma in modo giocoso, colorato e allegro. Lo spettatore per un’ora è condotto in un universo gioioso in cui i ragazzi affrontano il “problema” della sessualità e identità attraverso la danza e il gioco. Alcuni movimenti sono solo per le donne? E altri sono adatti solo agli uomini? Un uomo può camminare ondeggiando sinuosamente i fianchi? Una donna può prendere in braccio un uomo e consolarlo? La risposta è affermativa. Attraverso movimento e brevi dialoghi lo spettatore vede scardinare tutti i ruoli di genere che la società impone e i movimenti diventano interscambiabili, le ragazze possono fare le stesse attività degli uomini e viceversa. La propria identità è una cosa personale che ognuno deve costruire liberamente senza pregiudizi e imposizioni sociali. Questo è il messaggio dello spettacolo ed è fin da subito chiaro, ed è proprio la sua forza. Lo spettatore non deve interpretare i movimenti, non c’è bisogno di scavare nel profondo per trarre l’essenza del tema e può godersi la messa in scena che man mano diventa sempre più un delirio di gioia e colori. È difficile descrivere uno spettacolo del genere ma sicuramente la parola delirio, che non vuole essere negativa, può rendere l’idea. Da un certo punto in poi tutto avviene come se fosse il più bel gioco del mondo: ballando, vestendosi in modo colorato completamente a caso, mischiando i colori, insomma travestendosi con i propri amici e cambiando di volta in volta travestimento. Il tutto con molta allegria.

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Foto di Helene Ree.

Pink for girls and blue for boys è adatto a tutte le età ma la presenza dei bambini crea un’atmosfera speciale: ridono a crepapelle, si stupiscono rimanendo a bocca aperta, commentano ad alta voce. Non sono condizionati come gli adulti, non leggono tutti i messaggi che sono fra le righe e si godono i colori, la musica e i movimenti dei quattro ragazzi. I bambini che vedono due ragazzi baciarsi o due ragazze si stupiscono, ci ridono su, ma non si indignano e non giudicano e apprezzano lo spettacolo senza farsi problemi. I bambini, a differenza di alcuni adulti, non pensano che lo spettacolo “non sia adatto ai più piccoli”. Ma il teatro serve anche a questo: a portare in scena temi forti e a volte scomodi. Almeno così dicono.

 

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