Una partita a dama con sir Edgar Allan Poe

di Saverio Greco

Decido di passare il periodo che intercorre tra Halloween e la festa dei santi nell’abitazione di campagna che era dei miei nonni. Un casolare risalente agli anni ’40 del secolo scorso, ristrutturato nel tempo, fino ad assumere la forma innocua e stabile di edificio bianco a più piani.
È una casa funzionale, senza fronzoli. Trionfano, nelle varie stanze, le foto dei nipoti e dei parenti. Sugli scaffali ci sono i libri che i miei zii erano soliti sfogliare durante la loro giovinezza.
La casa si snoda in tante stanze: passo le giornate al primo piano, ma spesso mi capita di andare a cercare ossessivamente tra i libri della biblioteca, al piano di sopra; qualche volta scopro un titolo nuovo e con curiosità me lo passo tra le dita. Oggi ho trovato, tra dei tomi universitari, un volume rosso, che se ne stava in bilico e sembrava in procinto di cadere. Edgar Allan Poe: è una raccolta. Si fa interessante.
Per farla breve, ho passato la giornata rapito tra le pagine dei suoi racconti, provando più di un sussulto, ad ogni scricchiolio o rumore inaspettato. Dopo cena decido di concedermi un’ultima lettura, sul divano di fianco al camino. Ma le palpebre si fanno pesanti e cado tra le braccia di Morfeo.
Al risveglio, ho la vista appannata e provo una spiacevole sensazione di freddo. Penso che si sia spento il fuoco, ed è ancora notte. Sento dei passi, sgradevoli e stridenti, su quello che sembra un pavimento di legno, eppure ricordavo che la casa dei nonni avesse delle piastrelle in cotto…
Apro definitivamente gli occhi e scopro di trovarmi sdraiato su di un letto a baldacchino: le pareti sono bianche, ci sono comodini con vestiti neri eleganti, e di fronte a me si staglia un grosso camino bianco, che però è spento. Il rumore dei passi si avvicina, la porta di legno, che sembra massiccia è chiusa; io sono decisamente confuso e non so cosa aspettarmi, quando di colpo viene spalancata! Di fronte a me si palesa una figura misteriosa, dai capelli neri, lunghi e fluenti, un viso segnato da occhiaie, baffetti folti e uno sguardo tra il perso e l’allucinato. I suoi abiti sono decisamente ottocenteschi e io sono spaventato e confuso!
Quella visione mi suscita dei ricordi, sono infatti sicuro di aver già visto quell’uomo da qualche parte.
“Buonasera signore, ho il piacere di accogliervi nella mia magione, vi ho trovato privo di coscienza davanti alla mia porta ed ho pensato che avreste necessitato di ristorare le vostre energie, riposandovi. Stavo giusto venendo a controllare che il camino fosse acceso! Ah, mi presento, io sono il signor Poe..” mi dice con voce spettrale.
Tutto mi sembra surreale! Mi ero addormentato in una casa di campagna e mi risveglio in una magione? Il mio ospite comunque non sembra avere cattive intenzioni.
Mi presento affrettatamente, e gli spiego di non ricordare come io sia finito lì.
“Dovete venire da lontano” dice, “indossate vestiti curiosi”.
Effettivamente la mia tenuta sportiva stona con l’ambiente in cui il tale signor Poe mi ha accolto – stando al suo racconto-.
Decido di chiedergli qualcosa sulla sua vita, è un personaggio curioso e dalle mie parti non se ne vedono in giro, mi sforzo così di adeguare il mio linguaggio al suo e gli rivolgo questa domanda:
“Signore, ditemi qualcosa di voi, avete un volto stranamente familiare…”
“Ebbene, visto che ormai mi pare che siate di nuovo in forze e non sembrate voler dormire, vi racconterò qualcosa di me! Io sono giornalista, ma fin da piccolo ho ereditato immaginazione e temperamento facilmente eccitabile! Ho tenuto in allenamento la mia fantasia, unica compagna! Queste doti sono riuscite a riempire il vuoto lasciatomi dall’assenza dei miei genitori, l’uno dileguatosi quando ero ancora in fasce e l’altra morta poco dopo. Ho iniziato allora a scrivere racconti e poi poesie. Ho indugiato nei pochi piaceri di questa terra: alcol e oppio, su di me molti hanno malignato e si sono raccontate storie e storie, ma voi sembrate non conoscermi, o sbaglio?”
“Avete qualcosa di familiare! Come avete detto di chiamarvi?”
“Poe… essendo stato adottato, ho acquisito anche il cognome della mia nuova famiglia: Allan; inoltre i miei genitori hanno deciso che di nome fossi Edgar”.
Tutto era chiaro! L’uomo scheletrico che avevo di fronte era proprio Edgar Allan Poe!
Ma doveva essere morto da un pezzo e invece me lo trovavo davanti proprio come se fosse uscito da una di quelle poche foto d’epoca contenute nella raccolta che stavo leggendo.
“Forse avete voglia di… fare una partita a dama? Sapete che nel gioco della dama il movimento è unico e consente poche variazioni… i risultati ottenuti dagli avversari sono attribuibili soltanto a una maggiore dose di acume!” mi propone, incurvando il viso ad ogni parola pronunciata…senz’altro un modo teatrale per esprimersi. Decido di accettare la sfida, così mi accompagna attraverso un groviglio di stanze. Avrei giurato di ricordare, leggendo la sua biografia, contenuta all’interno del libro, che lui fosse relativamente povero e non mi so spiegare come mai abitasse allora in una tale magione. I corridoi intricati portavano ad un salone dove dei candelabri, forse d’ottone, illuminavano un lungo tavolo di mogano.
“Aspettate qui, mentre vi raggiungo con le pedine, per il nostro gioco” mi dice, mentre scompare da una porta laterale.
Sono sempre più confuso, ma non ho più paura, tutto questo sembra essere un sogno e forse non resta che arrivare al mattino.
Dei cigolii nel pavimento annunciano il ritorno di Edgar, che prepara sul tavolo l’occorrente per la partita notturna.
Dopo un serie di mosse, mi concentro su una strategia per rompere le difese dello scrittore, ma vengo sorpreso con una mossa che mi causa una perdita di ben due pedine e mi lascia scoperto sul lato sinistro!
“Se si guarda troppo fisso una stella, si perde di vista il firmamento” esclama.
E io non posso che incassare il colpo.
“Signor Poe, devo confessarvi che in realtà io vi ho già conosciuto, non di persona, certo, mi pareva impossibile! Ma io ho letto i vostri racconti e ne sono stato stregato e così i miei zii! . Ma com’è possibile che vi trovi qui davanti a me ed in carne ed ossa?” chiedo a lui, dubbioso.
“Vedete, nei sogni accadono cose che non possiamo spiegarci. Certe volte si è in un mondo tutto diverso e non dovete arrovellarvi troppo. E a volte anche nel mondo reale, quando aprite gli occhi, tutto può essere diverso da come lo si è comunemente inteso…e a volte essere fantasiosi può anche essere scambiato per pazzia…ma io direi… ciò che scambiate per pazzia non è altro che estremo godimento dei sensi!” risponde e stavolta è come se in lui notassi una strana luce negli occhi. Infatti si è fermato, e sembra aver intenzione di sospendere la partita di dama, proprio sul più bello.
“Seguitemi!” ordina, ed io incuriosito lo seguo, ormai è chiaro che in un sogno può succedere di tutto.
“Vi porto dove potrete assaggiare un delizioso bicchiere di assenzio”.
Ma lui cammina veloce e io lo perdo di vista e giro a sinistra, sento allora la sua voce:” ma…no, no! Non in quella direzione, lì c’è la stanza che chiamo del pozzo e del pendolo, venite di qua!”.
È in quel momento che inciampo! Tutto intorno a me inizia a girare.
Mi sveglio sul divano della casa in campagna, è giorno e intorno a me tutto è tornato come prima: è proprio la casa dei nonni. Mentre apro le tapparelle delle finestre rivolte verso il cortile, non posso fare a meno di notare che un dozzina di gatti, capitanati da un curioso esemplare nero hanno alzato lo sguardo verso la mia finestra… forse non dovrei leggere i racconti di Edgar Allan Poe prima di addormentarmi.

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