Due racconti da brividi

LA STANZA SCARLATTA

di Valeria Pagani

La ragazza salì le scale di corsa mentre veniva inseguita da un giovane. Erano cresciuti insieme e durante la festa, dato che si stavano annoiando, decisero di giocare a prendersi. Avevano già quindici anni ma non sopportavano lo stare in società. Le scale di parquet erano ricoperte di un tessuto rosso e le pareti dei corridoi erano bianche con decorazioni floreali. Tutto ricordava un trionfo primaverile anche se quella notte era la notte dei morti.

Le famiglie più importanti di Portsmouth si erano riunite a casa di Lord Wellington, un anziano signore dalla pelle sottile e chiara, lo sguardo vitreo e arzillo. Ogni anno Lord Wellington organizzava una festa il 31 ottobre in cui ogni ospite era caldamente invitato a presentarsi travestito. Per una notte, tutti avrebbero dovuto dimenticare i loro nomi e farsi chiamare come l’ospite aveva deciso: infatti all’ingresso ognuno riceveva un foglietto di carta su cui era scritta la nuova identità. Le regole del gioco erano semplici: mai svelare la propria identità fino a quando Lord Wellington non avesse detto la parola d’ordine.

La ragazzina aprì una porta per nascondersi dal suo amico e si trovò all’interno di una stanza con drappi rossi e un divano dello stesso colore. La stanza era illuminata da dodici candele. La porta si chiuse dietro la ragazza e uscirono dodici persone incappucciate da dietro i drappi rossi. “Scusate per il disturbo, non avrei mai voluto recar alcun fastidio” iniziò a balbettare la giovane, i dodici incappucciati circondarono la ragazza e uno di questi disse “Ti stavamo aspettando”. Le fecero cenno di sedersi sul divano, lei assecondò la richiesta. Si sedette tremante. Non poteva riconoscere i volti di quelle persone. A un primo sguardo pensò fossero tutti uomini ma non poteva esserne certa. “Voi chi siete? Dovrei tornare alla festa, i miei genitori mi staranno aspettando”. Nessuno rispose, qualcuno iniziò a sospirare e man mano tutti si avvicinarono alla ragazza, iniziarono a toccarle i capelli, le sciolsero i nastri e le tolsero il vestito. “Sei fortunata, molto fortunata” dicevano sospirando e fremendo in modo sempre più animalesco. Quando la ragazza fu spogliata del tutto ognuno le versò un po’ di cera calda sul corpo. Intonarono un canto, le loro voci erano profonde e calde ed entrò una figura mostruosa dagli occhi vitrei e arzilli. La ragazza spaventata continuava a ripetere che doveva tornare giù alla festa, doveva tornare dai genitori. “Chi siete? Mio padre vi conoscerà sicuramente, magari siete amici. Non fatemi questo”. Gli uomini rispondevano dicendo alla ragazza i nomi che erano stati dati loro all’ingresso. La ragazza svenne appena vide l’uomo che si avvicinava verso di lei, vecchio e con un sorriso maligno “Non ti farò nulla di male” disse lui stringendole e baciandole i seni.

Quando si svegliò era di nuovo con i suoi abiti addosso, la stanza era aperta e non c’erano più le candele. “Non ti trovavo più” disse il suo amico correndole incontro “Ti stanno tutti cercando, la festa è finita, si torna a casa!”. La ragazza si guardò attorno spaesata, scese le scale e tornò alla festa. Giunse a casa a piedi in silenzio lasciando ad ogni passo, dietro di sé, piccole macchie di sangue.

PRESAGI

di Elisa Carini

Poco prima che uscissi la nonna mi aveva rivolto uno sguardo turbato che mi aveva messo i brividi. «Stai attenta, mi raccomando», aveva detto stringendomi le mani. Sono certa che in cuor suo sapesse che le avevo mentito, che non avrei passato la notte di Halloween a casa di Rebecca a guardare un film, ma quell’occhiata lasciava intendere dell’altro: forse, inconsciamente, percepiva che qualcosa di terribile sarebbe successo a sua nipote, quella notte. La mamma diceva sempre che era una sorta di chiaroveggente, la nonna, ma io credevo poco a quel genere di cose e attribuivo la sua presunta onniscienza all’età e alla saggezza acquisita di conseguenza. Quella sera, comunque, arrivai alla vecchia chiesa abbandonata – vera location della festa – che i miei amici erano già lì, mascherati e mezzi ubriachi. La chiesa si reggeva in piedi a malapena e – nonostante le vecchie storie che mi raccontava la nonna – non incuteva particolare terrore. Tra musica, chiacchiere e risate riuscivo solo a pensare a quanto mi stessi divertendo e che, nel peggiore dei casi, saremmo tutti morti nella remota eventualità di un terremoto. Di quel posto, in fin dei conti, sapevo solo che a fine ottocento nessuno aveva più voluto saperne dopo il brutto incidente in cui un giovane chierichetto era rimasto ucciso: non era ancora scattata la mezzanotte quando le campane avevano cominciato a suonare senza sosta. Chi abitava nel vicinato era accorso per vedere cosa stesse succedendo e si era trovato di fronte ad uno spettacolo raccapricciante: l’esile corpo impiccato del ragazzino che dondolava ad ogni rintocco; furono 23 per l’esattezza, i rintocchi… o meglio, così dicono. Feci il tremendo errore di raccontarlo a Tommaso, il ragazzo di cui ero sempre stata cotta. Volevo solamente fare conversazione e non mi era venuto in mente niente di meglio, ma lui era ubriaco e in vena di far festa e decise di raccontarlo a tutti. Non capisco perché lo trovarono così divertente. «Dai, piantatela», dissi cercando di non far capire quanto fossi turbata, «Non è divertente. Stiamo parlando di un bambino morto», rabbrividii alle mie stesse parole. Tommaso mi cinse le spalle e comincio a dondolare imitando il suono di una campana. Il suo alito puzzava di alcol e fumo. Fu in quel momento, mentre mi allontanavo da un bacio che tentò di rubarmi, che si udì il primo rintocco. Restammo tutti immobili. «Chi è che fa lo stronzo?!», gridò qualcuno, ma nessuno rispose. Si udì solo il rumore sordo del corpo di Luca che si schiantava a terra. Nessuno l’aveva visto salire fino in cima al campanile. Qualcuno gridò, altri si avvicinarono a lui tentando di soccorrerlo, ma non c’era nulla da fare. Io mi guardai attorno e mi venne spontaneo contare quanti fossimo, forse, dopotutto, le qualità veggenti della nonna le avevo ereditate anch’io, o forse avevo visto troppi film horror. Eravamo in 23, compreso il cadavere di Luca. «Il cellulare non prende, cazzo!», gridò la sua ragazza in lacrime, ma non fece in tempo a digitare nuovamente il numero che cominciò a vomitare sangue mentre in sottofondo la campana aveva ricominciato a suonare. Mentre Chiara si contorceva a terra, mi venne in mente quella volta che avevo riso di un suo racconto e la nonna mi rimproverata dicendo che con gli spiriti era sempre meglio non scherzare.

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