Ciao, io sono Pennywise, il Clown ballerino.

recensione ROA It cinema rivista online avanguardia andy muschietti

Libro, poi miniserie, ora film.

Finalmente Pennywise, una delle creature più terrificanti di Stephen King, è arrivato sul grande schermo, imprevedibile, angosciante, affamato. Ma è abbastanza?

La vicenda è ambientata a Derry, nel Maine, tra l’autunno del 1988 e l’estate del 1989. Dopo la scomparsa di Georgie, suo fratello Bill è determinato a trovarlo e, insieme ai suoi amici, organizza un gruppo di ricerca vicino all’ingresso delle fogne, dove crede che il suo corpo sia scivolato. Pian piano, però, i ragazzi scoprono di essere tutti tormentati da visioni terrorizzanti e capiscono che queste sono da ricondurre a un’unica creatura demoniaca che, ogni 27 anni, infesta la città di Derry sotto diverse spoglie per mietere un numero sufficiente di vittime da mangiare negli anni a venire.

Così il gruppo dei “Perdenti” decide di sconfiggere It, la creatura, affrontando anche le proprie paure nel processo.

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Lo si aspettava ormai da tempo questo film, nuova versione diretta da Andy Muschietti del romanzo fiume di King, e tanto si era detto e parlato che l’ingresso in sala per la proiezione non poteva essere più carico e trepidante.

E alcune delle aspettative sono state incontrate: la prima apparizione di Pennywise sullo schermo, per esempio, è soddisfacente, spaventosa, già da subito arricchita dall’interpretazione di Bill Skarsgård che, grazie al suo occhio pigro, riesce a rivolgere contemporaneamente lo sguardo sul piccolo Georgie e su noi spettatori, rendendoci protagonisti dell’orrore che dà il via a tutta la storia.

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Ma altri aspetti non riescono proprio a convincere e fanno rimpiangere la versione cartacea, sì lunga, ma esaustiva, completa. La sceneggiatura, infatti, è proprio il punto più debole, farcita di battute trite e usurate proprio dalla quantità di apparizioni che hanno avuto durante la storia dell’horror (prima fra tutte c’è infatti “Dividerci è quello che It vuole, dobbiamo restare uniti”). In più la scelta di cambiare l’ambientazione originale dal 1957-58 a trent’anni più tardi (anche in vista del secondo capitolo le cui vicende si svolgeranno così ai giorni nostri) risulta piuttosto inutile e, anzi, rischia di avvicinare il film a un filone nostalgico con cui però ha ben poco da dividere.

A salvare l’operazione sono sicuramente le interpretazioni: da quelle dei giovani protagonisti, tutti in parte e credibili, fino a quella già citata di Skarsgård, che dà vita a un Pennywise più giovane, più elastico nei movimenti e decisamente divertito dalla caccia, pronto a prendersi il tempo per giocare con le sue giovani prede.

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Inoltre la versione di Muschietti gode della chiarezza necessaria nella presentazione di It: la creatura infatti è ben più del clown Pennywise; essa si nutre di ogni tipo di paura e cambia forma a seconda di chi si trova davanti, ingegnosa e sorprendente quanto terrificante.

Un’operazione riuscita a metà quindi che, ancora una volta, porta a chiedersi se sia effettivamente possibile trasporre le atmosfere, i toni e l’inquietudine che traspirano da ogni parola del capolavoro di King sullo schermo.

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