Sedersi in sala carichi di aspettative può essere pericoloso: la maggior parte delle volte ci si ritrova delusi e con un «mi aspettavo di più» sussurrato avviandosi verso l’uscita. Capita invece, più di rado, che le aspettative vengano superate e che ci si sorprenda a fissare i titoli di coda con gli occhi sognanti e il sorriso stampato sulle labbra. A me è successo con Loving Vincent, il film interamente dipinto che racconta (in modo tutt’altro che canonico) la vita di Vincent Van Gogh.
Ogni fotogramma (65,000 in tutto) è stato dipinto con olio su tela ricreando la tecnica scultorea, pastosa e a tratti del pittore più conosciuto al mondo da un team di 115 pittori.

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Guardando Loving Vincent ho avuto l’impressione di trovarmi all’interno di un suo dipinto: ho camminato sul parquet scricchiolante del Café de l’Alcazar, ho osservato il riflesso delle stelle nelle acque del Rodano e ho avuto il piacere di conoscere la storia di alcuni dei suoi iconici personaggi.

Ma di cosa parla Loving Vincent?

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La storia narrata una pennellata dopo l’altra inizia nell’estate del 1891, quando Joseph Roulin, smistatore di posta presso la stazione ferroviaria di Arles, nonché caro amico di Vincent Van Gogh, incarica il figlio Armand di consegnare personalmente l’ultima lettera scritta dal pittore al fratello Theo dopo vari tentativi di recapito falliti.
Armand non è particolarmente entusiasta all’idea, non è mai stato un grande ammiratore del pittore (anche a causa di quel macabro episodio dell’orecchio tagliato regalato ad una prostituta), ma decide comunque di partire per Parigi visto l’affetto che univa suo padre al pittore suicidatosi l’anno precedente.
Armand arriva a Parigi e fa visita a Père Tanguy, commerciante di colori (il cui negozio, al 14 di rue Clauzel, fu un luogo fondamentale per lo sviluppo dell’impressionismo) il quale gli comunica che il povero Theo, distrutto dal suicidio del tormentato fratello e malato di sifilide, è venuto a mancare appena sei mesi dopo Vincent. Raccontandogli del funerale Père menziona il Dottor Gachet, medico che ospitò il pittore nella sua casa di Auvers-sur-Oise nelle settimane precedenti al suicidio e che gli diagnosticò un disturbo depressivo. Armand viaggia fino ad Auvers-sur-Oise per incontrarsi con il Dottor Gachet, il quale però – lo informa la domestica Louise, che non esprime un buon giudizio su Vincent – non tornerà prima di qualche giorno. Sarà durante l’attesa dell’incontro con Gachet che Armand incontrerà una serie di personaggi che hanno avuto a che fare con Vincent nelle settimane precedenti il suo suicidio.

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Prima della partenza per Parigi Joseph aveva confessato al figlio di non credere all’ipotesi del suicidio, Vincent sembrava così felice… Lo stesso gli dirà Adeline Ravoux, figlia dei proprietari della locanda dove alloggiava Vincent e presente il giorno della sua morte. Adeline lo descrive come un uomo eccentrico appassionato alla pittura e deciso a proseguire, dal momento che aveva ordinato altri colori… Sorge spontaneo chiedersi dunque, ma Van Gogh si è davvero suicidato o qualcuno gli ha sparato?

Armand comincia a fare domande e la sua voglia di scoprire la verità sarà un ottimo pretesto per addentrarsi in ogni dipinto, in ogni pigmento di colore. Frequenti sono i flash-back in bianco e nero eseguiti secondo una tecnica più realistica, in contrasto con il tratto materico e pastoso del pittore olandese.

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L’immagine che traspare è quella di un uomo tormentato, malato, più che di folle sognatore, ma comunque contraddistinto da una forte sensibilità nei confronti delle cose più delicate: dei fiori, delle risate dei bambini, dello sguardo di una fanciulla.

L’impatto di Loving Vincent è fortissimo, sia visivamente che dal punto di vista narrativo. È qualcosa di assolutamente nuovo: un incontro senza precedenti tra pittura e cinema, una chicca da non perdere per nessun motivo… una vera opera d’arte che regala un’emozione dopo l’altra e permette di conoscere intimamente uno degli artisti più famosi al mondo.

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