In città tutti si ricordano degli Innamorati. Così li chiamavano. Io ero solo un bambino, all’epoca. Queste rughe profonde che vedi non si erano ancora fatte strada sulla mia pelle chiara e i pochi fili grigiastri che ho in testa erano una folta chioma di capelli nerissimi che al fruttivendolo piaceva arruffare. Correvo per i vicoli del paese con un vecchio pallone e un sacchetto pieno di biglie quasi tutti i pomeriggi per raggiungere i miei amici. Mi manca così tanto la mia infanzia, la spensieratezza, le ginocchia sbucciate e le guance arrossate dopo una partita a calcio. Gli Innamorati a quel tempo non erano che due adolescenti, poco più che diciassette anni. Quando la bella Viola passeggiava per le strade del paese si voltava perfino il prete, che a tutte raccomandava di non seguire il peccaminoso esempio. Altri, il meccanico, il barista sotto casa e perfino mio zio Cesare, salivano le scale nello stretto corridoio che portava alla sua camera con qualche soldo in tasca, qualcuno con una micca di pane. Le donne avevano una particolare avversione nei suoi confronti. Mia nonna si voltava dall’altra parte quando la incrociavamo per strada e mi rimproverava perfino se osavo guardarla negli occhi. La bella Viola era sempre così gentile con me. Una volta si erano rovesciate in strada tutte le mie biglie e lei si era fermata per aiutarmi a raccoglierle, poi mi aveva offerto una tazza di latte caldo. Erano andate quasi tutte perse e non riuscivo a smettere di piangere, ma grazie a lei fu uno splendido pomeriggio. Aveva frugato nella sua piccola borsetta e aveva pagato in centesimi sotto lo sguardo torvo della barista, poi aveva fatto di tutto per farmi sorridere. Quella sera mia madre me le diede di santa ragione. “La Viola non la devi più vedere, hai capito?! E non ci devi parlare!”. Non ero l’unico a subire il fascino della delicata Viola. Il giovane Piero era l’unico a trattarla con rispetto trai suoi coetanei, a salutarla per i vicoli e a scambiarci qualche parola. Piero era così innamorato della povera Viola che non gliene importava niente di quel che faceva al terzo piano di via Napoli. Voleva portarla via di lì e basta, regalarle una vita migliore di quell’infanzia così sbagliata. Voleva accarezzarle le labbra con un panno sottile e toglierle il rossetto scarlatto, lavarle gli occhi con acqua e baci per vederla senza le ciglia appesantite di nero. Voleva spogliarla con delicatezza e avvolgerla in una coperta per poi farla addormentare tra le sue braccia, voleva che lei capisse che poteva essere amata, che non aveva bisogno di ammiccare e di ondeggiare i fianchi in sua presenza. A Piero importava più la felicità di Viola che il rispetto della propria famiglia. Quando finalmente il giovane ebbe il coraggio di dichiararsi, il fiore che era quella giovane donna pianse tanto, pianse a lungo sulle spalle robuste del suo amato e progettarono di scappare insieme, lontano, dove nessuno avrebbe cambiato strada imbattendosi in loro, dove il corpo di Viola sarebbe stato un tempio sacro. Li vidi per l’ultima volta una notte d’estate dalla finestra della mia camera. Lei indossava un abito rosso che risaltava quegli occhi così neri e la pelle candida e lui la stringeva a sé. Aspettavano l’ultima corriera ed erano illuminati dal pallore della luna. Nessuno, da quel giorno, seppe più niente dei giovani Innamorati. Con gli anni la storia si arricchì di abbellimenti e ai bambini non si diceva che Viola era una puttana e che Piero fu diseredato, che sua madre gli sputò in faccia quando venne a sapere della loro storia. Gli Innamorati divennero una giovane orfana e un ragazzo coraggioso pronto a lasciare tutto per scappare con la sua amata. Sei ora abbastanza grande, mia cara, per sapere la verità sulle storie del tuo paese e so che questa ti ha sempre molto appassioanto, seppur falsata dal tempo. Me li ricordo così bene. Le botte che si prendeva Piero quando prendeva le difese di Viola in piazza. Diede un calcio nel sedere al prete una volta, sai? Già, un pò fa ridere. Ricordo la faccia pulita con cui lei cominciò a camminare per il paese, quel vestito giallo limone che le fasciava la figura esile uno degli ultimi pomeriggi che la vidi. Corsi da lei per dirle che le auguravo buona fortuna. L’avevo capito che quei due avevano qualcosa in mente. Mi piace pensare che si siano imbarcati per Parigi, la città dei sognatori, e che ora siano felici, che abbiano trovato il loro posto in questo dannato mondo. Perchè dannato? Lo capirai col tempo mia piccola Violetta.

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