Raccontare l’arte: Gustav Klimt, “Adele Bloch Bauer”

23 settembre 1912

Cara sconosciuta,

non hai idea di chi io sia, ma desidero raccontarti una storia. Quand’ero bambino, mia nonna Katharina diceva sempre che prima o poi sarei dovuto scendere dalle nuvole. E che sarebbe stato bene farlo al più presto, se non volevo trovarmi a chiedere le elemosina sotto un ponte. Sono passati già dieci anni dal suo ultimo rimprovero, dieci anni senza il suo sguardo rassegnato. Ora nonna Katharina è sepolta in un piccolo cimitero appena fuori Vienna e io non ho smesso di girovagare per la città scarabocchiando qualsiasi cosa mi passi per la testa su un vecchio taccuino, soffermandomi su ogni piccolo particolare che forse passerà inosservato agli sguardi altrui, ma che per me diventa subito poesia. Per guadagnarmi da vivere lavo piatti in un ristorante lungo il fiume e dopo il lavoro me ne torno nella mia soffitta a scrivere. Scrivo del roditore con cui condivido il mio piccolo abitacolo, di come la sua grossa ombra una sera si è proiettata sul muro facendolo sembrare il personaggio di una vecchia fiaba. Si è quasi bruciato la coda, il povero ratto. Scrivo delle gocce d’acqua che cadono nello stesso secchio per giorni interi quando piove, e del loro debole e regolare sgocciolio che mi ricorda le estati in campagna da mio cugino Michel e quel lavandino arrugginito che perdeva tutta la notte. Penso a quando ci avvolgevamo nei lenzuoli e correvamo a spaventare nonna Katharina e la prozia Anna, scrivo della voce del vecchio Tobias al piano di sotto, che mi ricorda quella del padre che non ho mai conosciuto, eppure il suo volto era quello di un passante lungo il fiume, ieri. La vecchia Katharina… Se solo l’avesse capito lei, come ci si sente ad avere dentro così tante emozioni da provare sollievo solo mettendole nero su bianco, imprimendole sulla tela, cantandole… Se avesse avuto anche lei quella cronica necessità di esprimersi e non desiderare nient’altro. Se nonna Katharina avesse capito, non mi avrebbe rimproverato ogni giorno fino allo sfinimento, quando mi trovava seduto in riva al fiume con lo sguardo perso chissà dove. (Come potevo spiegarle che in quel momento stavo lavorando?). Eppure fu proprio lei a regalarmi il mio primo taccuino. Questo è per dirti che ho scritto anche di te, sconosciuta, durante una notte insonne nella mia soffitta. Ti ho vista passeggiare lungo il fiume mentre il sole tramontava, ed era un trionfo di arancio e oro. Avevi le labbra rosse dischiuse, le gote rosee e ti godevi l’ultimo sole di settembre. Di donne bellissime ne ho viste così tante qui a Vienna, alcune perfino più di te, eppure sei stata tu, donna misteriosa, a farmi innamorare.  Ho immaginato di parlare con te di libri. Si capisce molto di una persona da quel che legge, e tu hai lo sguardo di chi ama la poesia. Nella mia soffitta ho scritto di quanto ti è piaciuta la cena che ti ho preparato, di quando abbiamo ballato in silenzio, del nostro addio. Da quel giorno, sconosciuta, ho passeggiato tutte le sere alla stessa ora, e ti ho sempre incontrata stretta al braccio di un altro uomo. Sei stupenda. Stupenda e innamorata. Forse è proprio l’amore che provi per lui a renderti radiosa, con gli occhi lucidi e le guance che quasi fanno male da quanto hai sorriso. Ti ho vista accompagnarlo alla fine del viale e poi sederti su una panchina a leggere. Chissà se era quel libro di cui abbiamo parlato, se ami la poesia… Spero che leggerai questa lettera, che capirai che non era un caso se si trovava proprio sulla tua panchina, e che la terrai con te, mia carissima. Ovunque sarai, nei momenti di tristezza e sconforto, saprai che un uomo, un semplice sguattero che dorme in una vecchia soffitta e vive di poesia, ha perso la testa per te. Da domani cambierò strada, mia sconosciuta. Non ci incontreremo più, ma io per te scriverò sempre.

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Elisa Carini

Quella (un po’ femminista) che scrive e che nella vita non vorrebbe fare altro. Vive con un gatto nero nella bella Milano dove studia, sperpera soldi in libri usati e beve troppo caffè.

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