Quando il Berto ha perso la testa

Bisognava prendere atto che l’ottobre milanese di quell’anno aveva cocciutamente avanzato il tepore primautunnale fin quasi alle soglie di novembre, dimentico della sacrosanta legge delle “mezze stagioni”, che, come ripeteva la Vulgata del San Giròlam, ormai non esistevano più. Anche la locale avifauna migratoria, istupidita ma più ch’altro confusionata da questo ritardo, sembrava indecisa se intraprendere l’annuale trasferta oppure godersi le ultime radiazioni solari: ballerine bianche, rondoni, balestrucci, allocchi, codibugnoli e cinciarelle, nel dubbio, oziavano languidamente sulle grondaie, sui tralicci della luce o sulle bifilari del tram-filobus. Sorprendentemente anche la nebbia aveva tardato a farsi avanti (ma era alfine sopraggiunta), mirabile dictu: s’era introdotta prima come foschia mattutina di colore biancopanna od orzata annacquata, mostrandosi poi in tutta la propria cieca avvolgenza; e al tramonto, dopo un preludio di tinte crepuscolari-gozzaniane (se solo il Pittore delle Ninfee le avesse vedute!), che stringevano il cuore anche alla madunìna de’ Milàn, tutto ricadeva in una soffice e ovattata atmosfera.

E così s’era giunti al primo novembre, el dì di Mort! s’udì per strada già dalle ore 6,02 con toni più o meno lamentosi a seconda dell’antichità del lutto: le sciure, copertesi il capo col fazzoletto buono e vestita la gonna elegante quella della domenica ciondolavano verso Musocco e Monumentale, coi loro fianchi importanti e sincronizzati nel passo da parere un corteo di processionarie, attendendo stoicamente che passen i tramm ch’hin negher. Intanto, i ragazzetti più intraprendenti, rubati i pochi fiori rimasti ai giardini comunali e qualche strausato lumino, sguaiavano su Viale Certosa o Via Cenisio (arterie del commercio in quel triste dì): “Oh i bej fiùr! Oh i bej lumitt!”, finendo col blandire le più soggette alla cataratta e pertanto impossibilitate a valutare da sé la bontà degli acquisti.

C’erano individui, eredi d’antiche casate meneghine e dunque d’altrettanto antica tradizione cimiteriale, che, oltre alle visite “istituzionali” per quasi tutti i milanesi (Musocco e Monumetale, per l’appunto), si impegnavano in odissiaci pellegrinaggi fino a Lambrate e ben oltre!, fino a Baggio, Greco e Bruzzano ed alcuni finanche a luoghi di sepoltura come il San Gregorio o il Mojazza, dismessi oramai da fine Ottocento: costoro, per stornare i rischi legati alla sì comune ipoglicemia, facevano confezionare al salumiere, doverosamente aperto di buon’ora, dü pan e salàm, che gelosi custodivano dalle intemperie nella tasca interna del cappotto.

***

Ma il Berto, prefissato all’anagrafe Um-, non era fra questi: a Milano aveva sepolta solo la moglie Enrichetta pace all’anima sua e un numero (a dir la verità in continua crescita, se non esponenziale almeno cubica o quartica che fosse) di amici e conoscenti, che però lui non si sognava nemmeno di visitare al camposanto, dopo l’estremo saluto al feretro il giorno della funzione: “Mi ci parli coi vivi, coi mort c’avrò l’eternità”: solo per la sua Enrichetta c’aveva fatto l’eccezione, perché lei ci teneva e lui era uomo di parola.

Con la sua insonnia cronica, gravata di nevralgia in corrispondenza dell’arcata sopraccigliare, s’era addinoccolato a piedi, da Via Ludovico il Moro cent desdòtt, già all’alba delle sette (una nebbia! Ma una nebbia!), perché il biglietto del tram non voleva pagarcelo: conseguentemente, pur arzigogolando attorno alla Chiesa di Santa Rita, alle ore dieci era già sulla via di casa, giusto in tempo per ciapar sù il Corriere e sedersi al bar dell’Anna, ché l’è una brava tùsa e ci dice sempre Buondì! e poi discorre attorno ai piagnistei de’ so’ fijoli e allo scapaccione che il marito ha impresso sulla nuca del maggiore.

Il Berto da quarant’anni poggiava le natiche sulla stessa seggiola, posizionata sapientemente dall’Anna sulla soglia, due terzi dentro e un terzo fuori, affinché non prendesse troppo freddo, nonappena dal bancone lo scorgeva tiritellare dal chiosco del giornalaio, consapevole che il proprio bar sarebbe stata la seconda e definitiva tappa di quel girovagare.

Messosi a proprio agio, dopo le domande di cortesia all’Anna e ai presenti avventori, si cervellotizzava interiormente sopra le notizie apprese dal quotidiano, le quali gli fornivano prove di prima mano circa la strana piega o, in altri termini, la folle e pirandelliana messinscena che per il Berto era il tempo suo.

Ma ogni primo novembre si calava nella riflessione più profondamente del solito: staccava gli occhi dalla carta e la mente dalle proprie elucubrazioni se e solo se (condizione necessaria e sufficiente) qualche ragazzetto-tipo del quartier Barona correva a perdifiato sull’asfalto, palesando come un memento consolatorio “L’è el dì di Mort, alegher!”: seguiva dunque il borbottìo del Berto con la stessa serafica certezza dell’antitesi che segue la tesi per il buon Hegel: “Sta’ alegher tì! No ce vanzan pu che i nost quatter strasc”.

Queste lapidarie prese di posizione (contro la corruzione sistematica della gioventù? O contro la galoppante inflazione postbellica?) erano tuttavia un evento discretamente raro: il Berto non era affatto un chiacchierone e ciò contribuiva all’alta e veneranda opinione che l’Anna e gli abitüè del caffé avevano di lui: quando sedeva aprendo meticolosamente il giornale, sembrava circonfondersi di un’aura parmenidea, sclerotizzata dalla selvatichezza quasi adolescenziale del suo sguardo indagatore.

***

Nell’atemporale iteratività di quel mattino, accadde in dieci secondi scarsi qualcosa che nemmeno il più marinettiano seguace del Futurismo avrebbe potuto simultanare: il volto dell’Anna, che stava recando sul vassoio un caffé espresso (ristretto), minuto minuto come vuole la miglior tradizione italiana, si aggrottò d’improvviso per mutare istantaneamente in una smorfia di terrore, che pòra stela le scontorse la bella bocca dipinta, scoprendo i denti distribuiti con scansione irregolare: e lasciò cadere il vassoio, provocando uno spavento quasi infartuante alla signora Fusini, un’ottantina residente in Via Tobagi, che inizialmente irritata per lo shock mutò in costernazione profonda il proprio fare, allorquando fissò lo sguardo laddove l’Anna già guardava da un pezzo: pure la coppia di muratori che ciarlavano nel proprio variopinto bergamasco s’interruppe e commentarono la terrifica visione con una bestemmia, in perfetto italiano questa volta.

Pure il Berto, ieratico, ruotò il capo verso l’origine del collettivo stupore: lentamente, come s’addice all’età sua, una rotazione d’appena pi greco sesti (trenta gradi secondo la goniometria), badando a non sforzare le vertebre cervicali, ché già c’aveva un dulùr tra atlante ed epistrofeo: “Ma quèl l’è mica il Nini del quart piàn?”. Tal quesito non ebbe il tempo di concretizzarsi in una stringa fonica e morì sulle labbra del Berto-astante, perché, nel frattempo (una manciata di nanosecondi), Berto-mente era già trascorso alla considerazione successiva: “’Orco Giuda, quèl se’l bütta”: in effetti, quella figura – si rivelò non essere in Nini, che invece abitava al quinto piano e non aveva mai avuto istinti autolesionisti – s’era pericolosamente sollevata sul parapetto del balcone con una spinta non molto convinta e dopo una breve, e definitiva, panoramica si capofittò nel vuoto, atterrando tatùm scràc sul marciapede, che disgraziato la nettezza urbana comunale l’aveva giusto giusto tirato a lucido un paio di giorni addietro. Orrore! Nausea! Spavento! Tentativi fallimentari di soccorsi e svenimenti femminili in sequenza si verificarono nei secondi successivi: pure l’Anna venne giù come un sacco di patate e menumàl che c’era el magutt, ché se no se spacava el kù!

***

La morale e l’aneddotica popolare assumevano già quell’evento a proprio exemplum: distinti gentiluomini incappottati con le mani incrociate dietro la schiena si chinavano sul corpo esanime, non privo di una certa intrinseca eleganza anche nel momento estremo: il braccio destro presentava un abbandono e una molle curvatura si direbbero da Deposizione caravaggesca: ne constatavano autopticamente la morte con la stessa studiata perizia d’un primario del Fatebenefratelli, per poi dare il grave responso alle donne nelle retrovie, affinché procedessero con la lamentazione funebre.

Il Berto si sentì poco partecipe alla collettiva manifestazione, a questa seriosa e contrita profusione di dolore, seguitando a stringere il Corriere alla pagina inconclusa: gli sfuggì, ma questo nessuno lo vide, un accennatissimo sorriso, un fulmineo spasmo dei muscoli zigomatici che in altri momenti sarebbe potuto parere un tic, ma che allora appariva in ogni sua freudiana implicazione. Proprio in quell’attimo caracollò nel bel mezzo della sua visuale, come un’allegoria, un ragazzaccio dai tratti spigolosi e quasi diabolici, diretto dalla parte opposta rispetto alla folla, che intanto faceva proseliti fra i passanti, ed evidentemente ignaro dell’accaduto, a giudicare dall’importunità dell’annuncio di cui faceva edotto il vicinato: “L’è el dì di Mort!”.

Pure l’Anna, da poco rinsavita dalla sincope, s’esterrefece dello scatto felino del vecchio Berto: “s’è totalmente rincoglionito”, questo elucubrò pressapoco la donna. Pimpante come una molla carica, come mai l’aveva veduto (di solito calibratissimo nei movimenti): scagliando il giornale sul manto stradale, fece eco al ragazzo: “Alegher!”.

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Nicolas Campagnoli

Quello che scrive (e pensa troppo). Studente di Lettere classiche, appassionato di matematica e di lingue improbabili, insaziabile lettore, amante degli aperitivi e filosofo da bar: chi avrebbe mai pensato che potesse scrivere per una rivista online?

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