Bojack Horseman è una sberla in pieno volto che risveglia ma non brucia.
Quando ho iniziato a guardarlo pensavo di trovarmi di fronte ad un prodotto sulla falsariga dei Griffin con qualche nota malinconica in più. Ma dopo pochi episodi mi sono accorto che non era affatto così. Questa non è una serie comica. Chiaramente c’è molto umorismo nelle puntate, ma si tratta di una commedia drammatica. Bojack Horseman parla di depressione. E lo fa senza false retoriche, senza gridarlo agli spettatori.

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La sceneggiatura di Bojack Horseman risulta, a mio parere, una delle migliori mai viste prima d’ora. La serie affronta temi quali la depressione, traumi infantili, la disillusione della fama, relazioni tossiche e tanto altro. Lo fa, però, senza pesantezza.
Ciò che succede non è mai banale, non è mai troppo lungo né troppo corto; vengono create combinazioni assurde di contesti, dialoghi, location e personaggi, e ne risulta un frullato di qualità. Migliaia di elementi buttati nello stesso episodio che riescono però a dare un sapore inconfondibile. In ogni episodio quel sapore cambia, ma è sempre perfettamente equilibrato.

In Bojack Horseman nulla viene mai detto direttamente. Ogni messaggio viene filtrato attraverso uno scenario paranormale o un contesto assurdo.
Ed è proprio questa la capacità della serie. Per parlare di fallimenti e delusioni, un’intera puntata ci mostra Bojack, che nel tentativo di disdire il suo abbonamento al quotidiano, finisce per raccontarsi e mettersi a nudo con la centralinista che scava nel profondo di Bojack con il solo scopo di far sì che lui non disdica il suo abbonamento.
Oppure per parlare d’inadeguatezza e dell’incapacità di comunicare, un altro episodio mostra Bojack nel mondo sottomarino, privato della voce a causa del casco subacqueo.
Si ritrova quindi a disperarsi e riscoprire sé stesso, fin quando non si accorge che sul suo casco subacqueo c’è un tasto che gli consente di far uscire la sua voce, ma ormai, a fine puntata, gli è inutile.

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Oltre a Bojack ci sono altrettanti personaggi magnifici. Ciascuno di essi porta in scena un tema predominante, come se fossero personaggi teatrali.
Todd, Mr. Peanutbutter, Diane, Princess Carolyn. Ognuno di loro, perfettamente caratterizzato, lascia un’impronta fondamentale alla serie. Hanno alle spalle storie precise, realistiche e mai banali. Decine di sottotrame s’intrecciano per merito loro. Anche i personaggi più secondari ricoprono ruoli ben definiti, utili allo scopo di dare una cornice precisa alle vicende dei protagonisti.

La cosa che preferisco in assoluto è la chiusura degli episodi. Ogni finale è composto da un dialogo o uno scenario lasciati quasi a mezz’aria, che danno senso a tutta la puntata appena vista. Le emozioni vengono sparpagliate durante l’episodio per esplodere tutte insieme durante la sigla di chiusura. E visto che ho citato la sigla di chiusura, devo assolutamente citare anche quella di apertura, composta da quel jingle malinconico ma non struggente, di sottofondo alle giornate di Bojack che si ripetono, una dopo l’altra, tutte uguali, episodio dopo episodio. A parer mio l’essenza di Bojack sta tutta lì dentro. Sembra quasi che siano riusciti a raccontare una tipologia di depressione in un minuto di sigla.

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Bojack è tante cose. È la difficoltà di rialzarsi, è il riconoscimento delle proprie croci,
è la conferma che nessuno è solo, è il desiderio di ricucire rapporti distrutti.
La serie racconta tantissime storie ed è impressionante accorgersi di come, guardando animali antropomorfi che fanno cose irrealistiche, si riesca a dire “Mi sento esattamente così”. Forse proprio perché c’è un po’ di Bojack in ognuno di noi.

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