Venezia 2017 | Day Ten

I dadi sono tratti, il concorso è ormai finito e si tirano le somme di questo festival.

Oggi, per chiudere la competizione, sono state presentate due opere prime: Jusqu’a la garde di Xavier Legrand e Hannah di Andrea Pallaoro.

I film non potrebbero essere più agli antipodi.

Il primo è un prodotto interessante, ben girato, con alcune ovvie acerbità, ma capace di trattare un tema importante in modo non scontato né banale.

Quello di Pallaoro, invece, dà alla narrazione un taglio pudico e artefatto, probabilmente volendo usare distanza e riguardo per raccontare il dolore della sua protagonista, ma riuscendo solo ad essere inefficace.

La storia segue Hannah (Charlotte Rampling), anziana signora il cui marito finisce in prigione (per motivi mai chiaramente esplicitati durante il film), e la sua vita quotidiana mentre cerca di gestire questo dolore.

L’intera opera si regge sulle esperte spalle della Rampling e, se non fosse per lei, il film sarebbe completamente spacciato. Ma la presenza di un’attrice di tale calibro contribuisce comunque poco all’economia generale: il prodotto è girato timidamente e la volontà di mantenersi distanti dal dolore non trasmette un senso di rispetto, ma solo noia e confusione.

Malissimo, dunque, per quest’ultimo italiano in concorso. Pallaoro avrebbe dovuto aspettare e vedere il film di Legrand per avere un’idea di come si dipingono dei rapporti familiari complessi sullo schermo.

In Jusqu’a la garde, infatti, il regista riesce a trovare la giusta misura per riportare in modo realistico le dinamiche che si creano all’interno di una famiglia intenta ad affrontare un divorzio.

Miriam (Léa Drucker) e Antoine (Denis Ménochet) sono nel pieno della separazione e, tra gli altri problemi, devono affrontare quello dell’affido dei figli. La più grande ha praticamente 18 anni e può non essere presa in considerazione, ma l’undicenne Julien (Thomas Gioria) si ritrova al centro delle liti fra i genitori.

L’opera prima del regista francese stupisce sin dalla prima sequenza: la statica udienza per l’affido racchiude in sé tutte le angosce, le mezze verità e i colpi bassi tipici di un rapporto ormai appassito,  in cui ognuna delle parti non sente ragione al di fuori della propria.

Da qui prende il via un dramma ben calibrato, in cui l’ira e il rancore si insinuano gradualmente nella narrazione, aumentando ogni volta il grado di intensità e, proporzionalmente, quello di terrore nel piccolo Julien (e in noi spettatori).

Alcuni fili narrativi non perfettamente approfonditi e una forse eccessiva linearità nello sviluppo della storia sono i veri difetti di questo film, ma non tolgono troppo al risultato finale.

I tre attori principali sono assolutamente in parte e danno vita a personaggi sfaccettati, capaci di evolvere (e anche involvere in alcuni casi) e giostrarsi nella giungla di sentimenti messi in gioco.

Il film conclude il suo climax narrativo ascendente con una sequenza terrificante e ansiogena, estrema ma calzante risoluzione per questo dramma familiare, probabilmente ultima, piccola, sorpresa di Venezia 74.

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Francesca Sala

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