Venezia 2017 | Day Nine

Stiamo arrivando alle battute finali di questo festival e i nomi grossi sono praticamente tutti già passati. Ma oggi è stata la volta di un autore quasi di casa qui al Lido, Abdellatif Kechiche, già passato da Venezia con tre film: Tutta colpa di Voltaire (2000), Cous Cous (2007) e Venere Nera (2010).

Dopo il trionfo a Cannes con La vita di Adele (2013) torna dietro la macchina da presa e arriva addirittura a vendere la sua Palma d’Oro per completare Mektoub, my love: Canto Uno, narrazione fiume che segue l’estate di Amin (Shaïn Boumedine), ex studente di medicina e ora fotografo e sceneggiatore amatoriale, tornato per le vacanze a casa sua dove ritroverà amici d’infanzia e parenti rumorosi.

Sono queste le premesse iniziali della pellicola, il cui intento sarebbe quello di mettere in scena la ricerca portata avanti dal ragazzo per trovare l’ispirazione e una prospettiva personale su ciò che lo circonda.

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Prendono così il via sequenze estremamente realistiche, fatte di piccoli dettagli e quasi nessun motore che porti avanti la vicenda, dandole la spinta decisiva.

Questo fatto non è di per sé un difetto, anzi, si è già visto come una rappresentazione tendente al realismo possa essere potente e appassionante (per rimanere in tema si pensi proprio a La vita di Adele), ma qui manca un ingrediente: i personaggi sono infatti piuttosto bidimensionali, quasi mai indagati oltre lo strato superficiale e così risulta parecchio difficile per lo spettatore immedesimarsi e la voglia di seguire le vicende dei giovani scema sempre più con il passare dei minuti.

La narrazione procede in un susseguirsi di situazioni tipicamente estive e adolescenziali, ma non sembra avere un effettivo filo conduttore: in mancanza di quello e in compagnia di personaggi con cui non è semplice empatizzare, il pubblico si stanca e non riesce a entrare totalmente nel ritmo dell’opera.

C’è però un approccio molto interessante nel trattamento dei corpi di questi ragazzi (soprattutto quelli femminili), inquadrati in maniera rispettosa ma sensuale e attraente allo stesso tempo, oggetti di seduzione riconosciuti come tali e restituiti al pubblico senza volgarità.

Non si può non notare il parallelo creato fra il personaggio di Amin, più defilato e intento all’osservazione che alla partecipazione attiva, e quello di un qualsiasi artista che si nutre e trae continua ispirazione da ciò che lo circonda, arrivando a sviluppare una specie di voyeurismo. Questo tratto è reso esplicito sin dalla prima sequenza del film quando vediamo Amin intento a spiare, attraverso una finestra, un momento di passione fra il cugino e un’amica e trova la sua apoteosi nel delicato passaggio dedicato alla nascita di un agnellino.

Forse una riflessione sui limiti dell’arte e sui confini con cui essa si può permettere di sperimentare o forse semplice ode a un’età spensierata in cui le responsabilità sembrano ancora lontane; in entrambi i casi Mektoub, my love: Canto Uno trasmette una sensazione di irrisolto, al pari di quelle tipiche dell’adolescenza, tale da lasciare spiazzati davanti alle infinite possibilità riservate dal destino.  

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Francesca Sala

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